«Il possibile accordo» tra Usa e Iran «sembra delinearsi lungo una fragile linea di convergenza fra interessi strategici contingenti che, pur muovendosi all’interno di una comune esigenza di de-escalation, restano profondamente divergenti sul piano politico, militare e geopolitico».
Lo spiega Simona Epasto, docente di Geopolitica dell’Università di Macerata intervenendo sulle trattative tra Stati Uniti e Iran.
Nonostante gli Usa hanno colpito un sito iraniano per il lancio di missili e navi, tra Stati Uniti e Iran proseguono le trattative per un negoziato senza però arrivare ancora al punto, ma che stando sia a Teheran, che al presidente Trump starebbero facendo progressi.
Epasto evidenzia che «se da un lato, gli Stati Uniti appaiono orientati a contenere il rischio di una destabilizzazione regionale suscettibile di produrre effetti sistemici tanto sugli equilibri energetici globali quanto sulla sicurezza delle principali rotte marittime del Golfo, dall’altro l’Iran sembra intenzionato ad ottenere un alleggerimento della pressione economico-finanziaria e diplomatica senza tuttavia rinunciare a quella capacità di deterrenza strategica che costituisce ormai uno degli assi portanti della propria postura regionale».
In questo contesto, il negoziato «non sembra configurarsi come il prodotto di una ritrovata fiducia reciproca, bensì come il risultato di una razionalità geopolitica volta a congelare temporaneamente il conflitto, contenendone i costi e impedendo che esso degeneri in una escalation difficilmente controllabile.
Come osservava Henry Kissinger – spiega – la stabilità internazionale non coincide necessariamente con la pace, ma con l’esistenza di un equilibrio sufficientemente solido da impedire che le tensioni producano una rottura sistemica. Ed è probabilmente proprio dentro questa logica di equilibrio instabile che va interpretato il possibile accordo fra Washington e Teheran. Proprio per questa ragione, parlare oggi di “certezza” apparirebbe prematuro, poiché l’intero processo continua a svilupparsi dentro uno spazio regionale attraversato da tensioni strutturali, logiche di power balancing e persistenti dinamiche di sfiducia strategica».
Come impatta questo possibile accordo su Israele?
«Per Israele, il dossier iraniano continua ad assumere una dimensione eminentemente esistenziale, nella misura in cui esso viene percepito non soltanto come una minaccia militare diretta, ma come un possibile fattore di ridefinizione dell’intero equilibrio strategico mediorientale.
Se, da una parte, un eventuale accordo potrebbe contribuire ad attenuare il rischio immediato di un conflitto regionale su larga scala, dall’altra esso rischierebbe di alimentare profonde preoccupazioni qualora non fosse accompagnato da meccanismi ispettivi rigorosi, continuativi e realmente vincolanti».
La “Nuclear threshold capability”
La questione centrale, secondo l’esperta non riguarda esclusivamente l’eventuale costruzione di un’arma nucleare da parte dell’Iran, «bensì la possibilità che Teheran mantenga una nuclear threshold capability, vale a dire quella capacità tecnico-industriale che consentirebbe, qualora il contesto geopolitico dovesse mutare, di raggiungere rapidamente la soglia nucleare militare. In tale quadro, il rapporto tra Israele e Iran continua a muoversi entro una dinamica che richiama, almeno in parte, la riflessione di Carl Schmitt sulla distinzione amico/nemico quale elemento strutturale del politico, nella misura in cui la minaccia iraniana viene percepita da Israele non come semplicemente competitiva, ma come potenzialmente esistenziale.
In questa prospettiva, Israele teme che una de-escalation diplomatica possa tradursi, più che in una neutralizzazione strutturale della minaccia iraniana, in una sua temporanea sospensione, lasciando irrisolti tanto il nodo del programma nucleare quanto quello relativo ai missili balistici e alle reti proxy attraverso cui l’Iran continua ad esercitare la propria influenza nello spazio mediorientale».
Quali certezze può avere la comunità internazionale sullo stop dell’Iran all’arricchimento di uranio?
«Le certezze, in realtà, appaiono inevitabilmente subordinate alla capacità della comunità internazionale di costruire un sistema di verificabilità credibile, stabile e soprattutto continuativo nel tempo. Nella geopolitica nucleare contemporanea, infatti, il problema non coincide semplicemente con ciò che uno Stato dichiara sul piano diplomatico, bensì con ciò che gli organismi internazionali riescono concretamente a monitorare, controllare e verificare sul piano tecnico-operativo.
È proprio in tale quadro che il ruolo dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) assume una centralità decisiva, poiché il vero nodo riguarda l’accesso ispettivo ai siti nucleari, la tracciabilità degli stock di uranio arricchito, il monitoraggio delle centrifughe e la continuità delle attività di supervisione internazionale.
La questione appare tanto più delicata se si considera che il livello di arricchimento raggiunto dall’Iran negli ultimi anni ha progressivamente ridotto la distanza tecnologica rispetto alla soglia necessaria per un eventuale utilizzo militare.
Per questa ragione, anche qualora si giungesse ad una intesa politica, il problema fondamentale resterebbe quello della fiducia strategica, la quale, in assenza di strumenti ispettivi realmente efficaci, rischierebbe di rimanere fragile e reversibile».
Un eventuale accordo rappresenterebbe una svolta o una tregua tattica?
«Allo stato attuale, sembrerebbe più corretto interpretare un eventuale accordo come una tregua tattica piuttosto che come una autentica svolta strategica. Una trasformazione strutturale degli equilibri mediorientali richiederebbe infatti una ridefinizione molto più ampia e complessa dell’architettura regionale della sicurezza, capace di affrontare simultaneamente il dossier nucleare iraniano, il sistema delle alleanze mediorientali, il ruolo delle milizie proxy, la sicurezza israeliana, la stabilità del Golfo. E, più in generale, la crescente competizione tra le grandi potenze nello spazio mediorientale».
Crisis management
Per Epasto «ciò che emerge oggi, invece, appare maggiormente riconducibile ad una logica di crisis management, nella quale gli attori coinvolti sembrano orientati soprattutto a contenere il rischio di escalation e ad evitare che il conflitto possa produrre effetti destabilizzanti sul piano energetico, commerciale e geopolitico globale.
In fondo, ciò che si sta delineando richiama, almeno in parte, la riflessione di Raymond Aron, secondo cui i sistemi internazionali competitivi non eliminano il conflitto, ma tendono piuttosto a contenerlo entro soglie considerate temporaneamente accettabili dagli attori coinvolti».
In questa prospettiva l’esperta aveva già osservato in precedenti riflessioni dedicate alle trasformazioni della conflittualità contemporanea (“Le ‘guerre rinnovate’ del periodo post-bipolare e le ‘nuove paci’. Una mancata interruzione logica, spaziale e temporale?”, in Documenti Geografici, 2, 2022, pp. 161-190.), «ciò che emerge nel mondo post-bipolare è spesso un progressivo superamento della distinzione lineare tra pace e guerra, nelle quali la de-escalation non elimina realmente il conflitto, ma ne trasforma linguaggi, strumenti e geometrie strategiche.
L’eventuale accordo . conclude – potrebbe dunque configurarsi non tanto come l’inizio di un nuovo ordine regionale, quanto piuttosto come una sospensione negoziata della crisi all’interno di un equilibrio ancora profondamente instabile, fluido e multipolare».
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Annalisa Appignanesi
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