I giovanissimi della Calabria conoscono il territorio in cui abitano? Se sì, quanto e fino a che punto? Sanno delle leggende e tradizioni che ne costituiscono una sorta di sostrato identitario?
Le ultime generazioni mostrano spesso un’anima ecologista e, a differenza di quelle degli anni ’80, un rapporto più stretto con la natura, che sin dall’infanzia hanno imparato a preservare con piccole pratiche di buon senso, a partire da una raccolta ordinata dei rifiuti. Probabilmente questa tendenza è il portato di una cultura transnazionale che si è radicata grazie alle manifestazioni del Fridays For Future, prima della pandemia oltremodo seguite e diffuse, anche dal mainstream.
Di solito gli adolescenti esternano un rispetto per l’ambiente assai più convinto che in passato. La sensibilità sul tema è aumentata grazie alle iniziative dei governi, delle scuole e dello stesso Parlamento, che nel 2022 ha modificato l’articolo 9 della Costituzione introducendo la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi «anche nell’interesse delle future generazioni» ed elevando al rango costituzionale quella degli animali.
Già dall’asilo, la Festa degli alberi non è una pura manifestazione di retorica, ma vale a spingere i bambini a riflettere insieme sul concetto, per la verità molto bergogliano, di ambiente come casa comune, quale luogo di tutti e spazio pubblico per antonomasia. Ciò significa che sono stati compiuti notevoli passi in avanti. In sostanza, il tema della salubrità ambientale è ora ben presente nei minorenni calabresi, i quali inclinano a collegarlo alla salvaguardia della salute umana, anche alla luce di alcune questioni alquanto discusse e ancora alla ribalta, come la bonifica dell’ex area industriale di Crotone e il futuro della valle del Mercure, interna al Parco nazionale del Pollino.
Cultura e Costituzione
Vi è allora un punto decisamente positivo: nei ragazzi della Calabria, l’educazione all’ambiente e l’esperienza ambientale sono piuttosto sviluppate. Questo, però, non basta ad affermare che abbiano padronanza del territorio e contezza piena della sua storia, dei monumenti che vi insistono, delle influenze linguistiche e culturali che lo caratterizzano. Per inciso, la Costituzione repubblicana contiene riferimenti importanti alla cultura, ma non la enuncia in modo espresso quale bene comune identitario e fattore strategico di coesione nazionale. I richiami costituzionali sono molteplici e di grande rilievo: riguardano le formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana, l’accesso alla vita culturale, la tutela delle minoranze linguistiche, la promozione della cultura, la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento, il ruolo formativo della scuola e la competenza statale sui beni culturali. Si tratta però di riferimenti distribuiti nell’architettura della Carta costituzionale e rivolti a profili specifici.
In una fase storica segnata da omologazione culturale, smaterializzazione delle relazioni sociali e crescente impoverimento simbolico dei territori, potrebbe maturare una riflessione pubblica sull’opportunità di un’integrazione costituzionale che riconosca in forma esplicita la cultura come patrimonio comune della Repubblica e come fondamento della trasmissione intergenerazionale dell’identità nazionale. Del resto, il legislatore costituzionale è già intervenuto nel 2022 per rafforzare la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, riconoscendo l’emergere di nuovi bisogni collettivi. Analogamente, la questione culturale avrebbe oggi bisogno di un riconoscimento più esplicito e di una centralità maggiore nel dibattito pubblico.
In tale prospettiva, sarebbe utile un confronto parlamentare su una revisione costituzionale che riconosca espressamente la cultura quale patrimonio comune della Repubblica e fondamento della continuità storica nazionale. La questione assume rilievo particolare nei territori ad alta densità storica e simbolica, nei quali il rapporto fra memoria, appartenenza e trasformazioni contemporanee appare ancora più delicato.
La sfida dell’identità territoriale
La Calabria è una terra di stratificazioni culturali impressionanti, nella quale convivono molteplici segni, reperti e testimonianze di grandi civiltà e di utopie ancora molto attuali: dal pensiero scientifico di Pitagora alla profezia gioachimita della Terza età, alla Città del sole di Tommaso Campanella, in cui l’educazione è centrale, cruciale e permanente, mentre scienza e sapere rivestono una funzione squisitamente pubblica. Su che cosa si fonda, oggi, l’identità territoriale, se i più giovani parlano un dialetto che appare come italianizzazione del vernacolo e se i consumi di massa, specie fra minori, hanno prodotto uniformità di gusti, mode e aspirazioni? È sufficiente derivare l’identità in parola da una mera lettura dei comportamenti delle masse nello spazio urbano? Si può definire questa identità ricorrendo soltanto alla memoria – come avvenuto in alcuni posti della Calabria – della funzione simbolica di monumenti e punti d’incontro locali del passato, che oggi è ridotta a evocazione nostalgica dalla dominanza del mercato globale, del mondo digitale e delle nuove modalità aggregative delle generazioni Z e Alpha?
Una politica pubblica della conoscenza
Nessuna comunità locale può progredire compiutamente, se il potere pubblico non investe nella conoscenza del territorio, intesa come acquisizione e condivisione profonde delle sue componenti storiche, culturali e naturali. Ecco perché è a mio avviso indispensabile che gli organi di governo della Regione Calabria e dei Comuni calabresi ragionino, possibilmente presto, sull’opportunità di avviare assieme alle università percorsi di studio delle risorse territoriali e di promuovere pratiche di valorizzazione del patrimonio locale di cultura e natura, comprese le tradizioni popolari e i loro riflessi enogastronomici.
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Redazione Corriere
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