il modello integrato della Cooperativa Trevi – Ruminantia – Web Magazine del mondo dei Ruminanti


Nel panorama della zootecnia italiana, la capacità di integrare innovazione, sostenibilità economica e visione strategica rappresenta oggi uno dei principali fattori di competitività. È in questa direzione che si colloca l’esperienza del Gruppo Cooperative Agricole di Trevi S.C.A., realtà umbra che da oltre cinquant’anni opera nel settore lattiero-caseario e che ha saputo evolvere il proprio modello produttivo affiancando, alla tradizionale produzione di latte, nuove attività legate alle agroenergie e alla produzione di carne bovina attraverso il programma “Beef on Dairy”.

Fondata il 7 luglio 1971 come cooperativa di produzione e lavoro, l’azienda ha iniziato la propria attività nel 1973 con circa 100 capi bovini e una produzione limitata a circa 7.000 di quintali di latte. Oggi rappresenta una delle realtà zootecniche più importanti dell’Umbria, con un patrimonio complessivo di circa 2.300 animali, di cui 900 vacche in lattazione, una produzione annua di circa 80.000 quintali di latte e l’obiettivo di raggiungere quota 100.000 quintali nei prossimi anni. La crescita aziendale è stata accompagnata da una progressiva diversificazione delle fonti di reddito, attraverso investimenti nel fotovoltaico, nel biometano e nel programma genetico “Beef on Dairy” che combina seme sessato e incrocio industriale con Blu Belga.

Ne abbiamo parlato con il presidente Luciano Chianella, protagonista della storia della cooperativa, e con il direttore Gianfranco Stentella, responsabile della gestione tecnica aziendale.

Presidente Chianella, la Cooperativa Trevi rappresenta una realtà storica del territorio umbro. Qual è oggi la dimensione dell’azienda e quali sono gli elementi portanti del vostro modello di sviluppo?

«La cooperativa nasce nel 1971 e avvia concretamente la propria attività nel 1973. Oggi gestiamo tre unità operative dedicate alla produzione di latte e una struttura destinata all’ingrasso dei bovini da carne. Il fatturato si attesta intorno ai 6 milioni di euro, con 35 dipendenti e circa 40 soci. Il nostro sviluppo si fonda su due pilastri complementari. Da un lato la produzione di latte di elevata qualità, conferito interamente al gruppo Grifo Latte; dall’altro il settore delle agroenergie, che negli ultimi anni ha assunto un ruolo strategico per garantire stabilità economica e capacità di investimento anche nelle fasi di maggiore volatilità del mercato lattiero-caseario. Attualmente disponiamo di circa 1,2 MW di impianti fotovoltaici e stiamo completando un investimento di 6 milioni di euro per la riconversione dell’impianto biogas da 620 kW in un impianto per la produzione di biometano. La cosa più interessante di questa operazione è che tale produzione è già stata contrattualizzata in un accordo con un’importante azienda energivora del comparto manifatturiero che produce rivestimenti e piastrelle».

Direttore, uno degli aspetti più interessanti della vostra strategia riguarda il progetto “Beef on Dairy”. Come è nata questa scelta e quale ruolo svolge la genetica in un’azienda zootecnica?

«La decisione nasce da una problematica molto concreta. Fino a pochi anni fa i vitelli maschi di razza Frisona avevano un valore commerciale estremamente limitato e rappresentavano spesso un costo più che una risorsa. Abbiamo quindi deciso di intervenire sulla gestione genetica della mandria. Da circa tre anni sottoponiamo tutte le bovine a test genomici, superando la tradizionale metodica di selezione. Oggi gli accoppiamenti vengono pianificati direttamente sulla base delle informazioni genetiche individuali. Utilizziamo seme sessato sulle migliori bovine, in particolare manze e primipare, ottenendo una percentuale di nascite femminili che raggiunge il 93%. Questo approccio garantisce la rimonta interna e libera una quota significativa della mandria per l’impiego di seme da carne. Per questi incroci abbiamo scelto il Blu Belga, razza che trasmette in maniera molto marcata le proprie caratteristiche produttive. In questo modo il vitello nato dall’incrocio assume un valore economico decisamente superiore rispetto al tradizionale maschio Frisone, trasformando un elemento critico in una nuova fonte di reddito.»

Quali risultati state osservando sul piano produttivo e gestionale?

«I dati sono molto incoraggianti. Gli animali incrociati registrano incrementi medi giornalieri di circa 1,5 kg. Le femmine raggiungono il peso di macellazione intorno ai 12 mesi, mentre i maschi vengono normalmente macellati tra i 14 e i 15 mesi. Attualmente abbiamo circa 400 capi all’ingrasso, ma il nostro obiettivo è arrivare a 600 animali una volta raggiunta la piena capacità produttiva della stalla da latte. Dal punto di vista tecnico ed economico, uno dei vantaggi più rilevanti è l’eliminazione dell’acquisto di ristalli esterni. Tutti gli animali destinati all’ingrasso nascono in azienda, consentendo un controllo sanitario più efficace e una maggiore stabilità dei costi di produzione, indipendentemente dalle oscillazioni del mercato dei ristalli, che in alcuni periodi possono raggiungere valori molto elevati o mancare a causa delle emergenze sanitarie e dei conseguenti blocchi delle movimentazioni»

Presidente, come ha risposto il mercato a questa produzione di carne derivante dall’incrocio Beef on Dairy?

«In una prima fase abbiamo dovuto superare alcune resistenze culturali, legate alla tradizionale preferenza per le razze pure. Oggi però il prodotto viene riconosciuto e apprezzato per le sue caratteristiche qualitative. La componente Frisona contribuisce a conferire una buona marezzatura e caratteristiche organolettiche interessanti, mentre il Blu Belga garantisce rese elevate, maggior precocità e una conformazione particolarmente apprezzata dal mercato. Una parte significativa della produzione viene commercializzata attraverso la Cooperativa Allevatori Umbri che funge da tramite con la GDO locale. Parallelamente abbiamo sviluppato anche un canale dedicato ai vitelli frisoni destinati alla macellazione Halal, segmento che valorizza categorie e tagli differenti rispetto a quelli richiesti dalla distribuzione tradizionale.
Anche importanti operatori dell’industria alimentare locale hanno manifestato interesse per questi incroci dopo averne verificato direttamente le qualità attraverso prove di degustazione e valutazioni commerciali.»

Direttore, il costo del seme sessato viene spesso considerato un limite alla diffusione di questi programmi. Qual è la vostra esperienza?

«È vero che il costo iniziale è superiore rispetto al seme convenzionale. Una dose di seme sessato può costare intorno ai 30 euro, mentre una dose di Blu Belga si colloca generalmente intorno ai 10 euro. Tuttavia, l’analisi economica deve essere effettuata considerando il valore del prodotto ottenuto. Un vitello maschio Frisone aveva un valore di mercato compreso tra 30 e 50 euro, mentre un vitello incrociato Blu Belga può raggiungere quotazioni tra 250 e 300 euro. Il maggior costo della fecondazione viene quindi ampiamente compensato dal valore aggiunto generato. Inoltre, la genomica consente di concentrare la rimonta sulle migliori bovine della mandria, accelerando il progresso genetico aziendale. Va infine considerato che i progressi tecnologici hanno portato la fertilità del seme sessato a livelli ormai molto vicini a quelli del seme convenzionale.»

Presidente, al termine di questa interessante storia dei primi 50 anni di operatività della Cooperativa Trevi, quale prospettiva immagina per gli anni a venire?

«La parola che meglio sintetizza la nostra visione è integrazione. Oggi la produzione di latte difficilmente può garantire da sola la sostenibilità economica di un’azienda zootecnica di grandi dimensioni. L’integrazione tra latte, carne e agroenergie consente invece di costruire un sistema più solido, capace di distribuire il rischio e valorizzare al massimo tutte le risorse aziendali. Il nostro obiettivo è consolidare ulteriormente il comparto Beef on Dairy, incrementando il fatturato della linea carne, e parallelamente continuare a investire nelle energie rinnovabili e nell’efficienza produttiva, rafforzando il ruolo della cooperativa come punto di riferimento per l’innovazione zootecnica in Umbria e nel Centro Italia.»


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 Redazione Ruminantia

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