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Roma, 19 giu – Alessandro Barbero, passato dal BSMT di Gianluca Gazzoli, è tornato sulla distinzione tra nazismo e comunismo secondo uno schema ormai noto: i comunisti volevano una società egualitaria, i nazisti gerarchia, dominio, conquista. Dunque il primo nasce da un ideale buono e il secondo da un ideale cattivo. È una formula sentita e risentita, neanche particolarmente originale, che funziona perché semplice, rassicurante, immediatamente spendibile. Ma proprio per questo rivela il suo limite, e insieme il limite di chi la pronuncia: invece di spiegare la storia, la ordina secondo una tavola di valori già stabilita.
Barbero e il dibattito sull’equiparazione tra nazismo e comunismo
Il punto, naturalmente, non è sostenere che nazismo e comunismo siano la stessa cosa. La cosiddetta “equiparazione”, soprattutto quando diventa strumento repressivo nelle democrazie occidentali, rischia spesso di trasformarsi in una trappola giuridico-ideologica più che in un reale dibattito sulla storia delle idee. Nell’Europa dell’Est, cioè in quella parte di umanità europea che ha vissuto davvero l’esperienza delle Repubbliche Popolari, non è servito imporre dall’alto una memoria dei mali del comunismo. A occidente, invece, ci troviamo in una condizione più paradossale: intellettuali, studenti, giornalisti e politici rimpiangono un mondo che non hanno mai abitato. Perché se il comunismo è stato sconfitto dalla storia, il marxismo ha continuato a lavorare in profondità dentro la percezione e il linguaggio pubblico.
L’“equiparazione”, dunque, assomiglia spesso più al tardivo riconoscimento di un’occupazione storica che a un autentico confronto sul Novecento. Inutile mentire: il comunismo parla il linguaggio dell’universalismo di classe, il nazionalsocialismo quello della comunità popolare e razziale. Il primo promette l’abolizione delle classi, il secondo la costruzione di un corpo politico omogeneo. Il primo individua il nemico sociale, il secondo il nemico biologico e spirituale. Le differenze esistono, e proprio per questo vanno comprese. Ma comprenderle significa uscire dal giochetto delle intenzioni “buone” e “cattive”.
Liberare il nazismo dalle banalità sul male è possibile
Affermare che il comunismo resti moralmente superiore perché si proponeva l’uguaglianza significa assumere l’uguaglianza come valore neutrale. E neutrale non è. È già una posizione filosofica e politica. Se si giudica il comunismo con il criterio dell’egualitarismo, il risultato è scritto in partenza: il comunismo risulta migliore perché è più comunista. Questa non è analisi storica, ma tautologia. Il ragionamento gira su se stesso e scambia la propria premessa per una conclusione. Ancora più fragile è il ricorso alle intenzioni. Le ideologie moderne, tutte senza eccezione, raramente si presentano come volontà arbitraria di sopraffazione. Si presentano come ordine, liberazione, rigenerazione, giustizia, salute collettiva, compimento storico.
Il nazionalsocialismo non fa eccezione, come hanno mostrato storici quali George L. Mosse e Johann Chapoutot. Aveva una propria razionalità interna, una visione dell’uomo, del diritto, della natura, della comunità e della vita buona. Non era semplice “assenza di pensiero”, ma pensiero politico tradotto in Stato, amministrazione, educazione, selezione e mobilitazione. Mosse ha mostrato il peso del mito völkisch, dell’estetica comunitaria, della religione nazionale, di quella ricerca di unità organica che attraversa la Germania moderna prima ancora di giungere al Terzo Reich. Chapoutot ha studiato il modo in cui i nazisti pensavano e agivano dentro una grammatica coerente fatta di sangue, natura, norma, produttività, disciplina. In La legge del sangue, il punto non è trasformare il nazismo in una parentesi inspiegabile, ma seguirne la logica interna, capire come una visione del mondo diventi norma, costume, amministrazione, comando. Sternhell ha ricordato che il fascismo non fu un semplice residuo arcaico, ma una modernità alternativa, nata anche dalla critica del liberalismo e dalla revisione del socialismo. Nolte, con la sua controversa idea di guerra civile europea, ha costretto a leggere bolscevismo e nazionalsocialismo dentro lo stesso secolo ideologico, non in due compartimenti morali separati.
Barbero e l’etica dei fini che non guarda i risultati
È qui che il metodo di Barbero crolla. Il comunismo viene giudicato per ciò che diceva di volere, lasciando sullo sfondo ciò che ha realmente prodotto; il nazionalsocialismo viene giudicato insieme per ciò che voleva e per ciò che ha prodotto. Ma se vale il criterio degli esiti, vale per entrambi. Se vale il criterio delle intenzioni, allora bisogna riconoscere che entrambi possedevano una propria idea di bene, ordine e futuro. La vera questione non è chi avesse il programma più presentabile al pubblico contemporaneo, ma come due grandi ideologie del Novecento abbiano trasformato la politica in progetto antropologico. Il punto decisivo è proprio questo: quando una ideologia, o una religione secolarizzata, pretende di rifare l’uomo e la storia, ogni resistenza diventa ostacolo ontologico, ogni nemico diventa materiale da rimuovere, ogni violenza può essere presentata come necessità. Il comunismo non diventa meno analizzabile perché parla di uguaglianza. Anzi, proprio l’uguaglianza, quando viene assolutizzata, può diventare dispositivo di livellamento, rieducazione, eliminazione del nemico di classe. Si colpisce il presente in nome del futuro, l’uomo reale in nome dell’uomo nuovo, la comunità concreta in nome di una redenzione universale.
La storia è il luogo del conflitto delle idee
Alessandro Barbero ci ha abituati ormai da anni alla storia cotta e mangiata. Come abbiamo detto altre volte, in Italia si confonde spesso il titolo accademico con un grimaldello onnicomprensivo per intervenire su qualunque questione politica, storica e culturale. Così uno storico medievalista viene elevato a guru della banalità progressista. E tutti conosciamo le sue banalità sulle Foibe, sulla guerra civile, sulla memoria resistenziale, sulla politica e sulla cultura. Anche qui non sbaglia perché distingue nazismo e comunismo. Sbaglia perché distingue male. Usa una morale egualitaria come se fosse un metodo storico, salva il comunismo attraverso le intenzioni e riduce il resto a categoria del male politico. Ma la storia non è un tribunale per anime belle. È il luogo in cui le idee vengono seguite fino in fondo, fino alla loro realizzazione concreta, grandiosa e terribile allo stesso tempo. Il compito dello storico non è stabilire quale ideologia suoni meglio alle orecchie del presente, ma comprendere come un’idea diventi forma e potere. Ed è proprio lì, davanti alla concretezza della storia, che la favola delle buone intenzioni finisce.
Sergio Filacchioni
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