’Ndrangheta, le gerarchie del “tavolo di mafia” in Lombardia svelate dal pentito. «Calabrò? Superiore a Santo Crea»


LAMEZIA TERME «Questo tavolo di mafia è il famoso tavolo Vestiti, Santo Crea, Castiglia, Amico e i Nicastro». È la fotografia consegnata ai pm dal nuovo collaboratore di giustizia William Alfonso Cerbo sugli equilibri interni alla presunta coalizione criminale al centro del processo “Hydra”, il maxi procedimento della Dda di Milano sulla rete mafiosa attiva in Lombardia, alle battute iniziali nell’aula bunker milanese ma già destinato a un’istruttoria imponente.
Davanti ai pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, Cerbo parla da imputato in procedimento connesso. Conferma la volontà di collaborare, richiama i precedenti interrogatori e si presenta come soggetto in grado di riferire sui fatti contestati nel procedimento Hydra e su ulteriori vicende di cui sarebbe a conoscenza.
La sua figura è una delle più delicate del processo. Catanese, già giudicato in primo grado nel troncone definito davanti al gup di Milano, Cerbo è tra i collaboratori che la Procura intende valorizzare per ricostruire dall’interno rapporti, alleanze, garanzie e fratture della presunta coalizione. Ed è proprio nel suo racconto che il “tavolo” assume un significato più ampio: non soltanto un punto di incontro tra soggetti criminali, ma il luogo delle legittimazioni.

Nel verbale del 13 febbraio 2026, infatti, il pentito siciliano illustra il “peso” dei calabresi e tratteggia l’ombra di una delle figure criminali più controverse e influenti degli ultimi decenni: Peppe Calabrò, “’u Dutturicchiu”, classe 1950, originario di San Luca, nome che attraversa da decenni la storia criminale calabrese proiettata al Nord. Un profilo pesante, più volte finito nelle carte giudiziarie e nelle ricostruzioni investigative sulla ’ndrangheta in Lombardia, recentemente tornato al centro delle cronache anche per la condanna all’ergastolo in primo grado nel processo per l’omicidio di Cristina Mazzotti, la diciottenne rapita nel 1975 e morta durante il sequestro.
Il passaggio chiave riguarda Santo Crea, boss di Melito Porto Salvo, indicato come uno dei nomi calabresi più rilevanti nel mosaico dell’inchiesta. Cerbo lo colloca dentro il «tavolo di mafia» insieme a Giancarlo Vestiti, Castiglia, Amico e i Nicastro. Poi aggiunge un dettaglio che porta direttamente al livello superiore: «Dietro Crea c’era pure Calabrò».

Nel verbale di Cerbo, il nome di “’u Dutturicchiu” entra con una funzione precisa: rappresentare, secondo il collaboratore, ciò che stava alle spalle di Santo Crea. Non una presenza laterale, dunque, ma un riferimento di peso nella rete di rapporti e garanzie che avrebbe accompagnato la costruzione della coalizione. È la pm Cerreti a chiedere al pentito se, secondo la rappresentazione di Vestiti e secondo ciò che lui stesso aveva percepito, Calabrò facesse parte della compagine Hydra o fosse ritenuto tale. La risposta è netta: «Calabrò era qualcosa di superiore». Cerbo chiarisce subito il senso di quella affermazione: «Era lui che rappresentava quelli che c’erano dietro a Santo Crea, come i calabresi».
La stessa Cerreti prova a sintetizzare il concetto: Calabrò avrebbe «passato l’autorizzazione a Santo Crea a sedersi nella coalizione». Cerbo conferma: «Sì, esatto, era uno superiore a Santo Crea, Calabrò». Poi aggiunge: «È un amico suo di Santo Crea, Calabrò».

Secondo il pentito, dunque, Santo Crea sarebbe stato al tavolo, ma dietro di lui vi sarebbero stati «i calabresi» rappresentati proprio da Calabrò. Una struttura di legittimazione criminale che non si esaurirebbe nella presenza fisica o nel rapporto personale, ma richiamerebbe un sistema più ampio di appartenenze e riconoscimenti. Il racconto di Cerbo si muove anche dentro una fase di tensione interna. Il collaboratore parla infatti della vicenda legata a Gaetano “Tano” Cantarella, indicato nell’inchiesta come referente dei Mazzei di Catania sul territorio milanese e poi scomparso il 3 febbraio 2020.
Secondo Cerbo, negli ambienti criminali sarebbe circolata la voce dei rapporti di Cantarella con soggetti ritenuti collaboratori di giustizia. Una circostanza che avrebbe creato imbarazzo e frizioni. «Questa cosa l’aveva saputa Calabrò, l’avevano saputa i big della mafia milanese», dice Cerbo.
Il tema era pesante: al “tavolo” sarebbero entrati soggetti sui quali gravavano sospetti e ombre. E Vestiti, secondo il racconto del collaboratore, avrebbe vissuto la vicenda come un affronto, sostenendo di avere garantito per Cantarella: «Ho garantito io per tuo zio», avrebbe detto, attribuendo poi la responsabilità a Cristian Marietta, cugino di Cerbo, che avrebbe a sua volta garantito sull’appartenenza di Cantarella al gruppo dei Mazzei. «Gaetano è uno dei Mazzei, quindi può stare, state sereni», sarebbe stato il senso della garanzia riferita da Cerbo.

In questa dinamica, Calabrò compare come un nome in grado di pesare sugli equilibri. Cerbo lo colloca non sullo stesso piano di Crea, ma sopra. «Qualcosa di superiore», dice. «Uno superiore a Santo Crea». Una definizione che consegna al Tribunale uno dei nodi più sensibili del processo: capire se la presunta coalizione Hydra fosse soltanto una rete di rapporti tra singoli gruppi criminali o se, al contrario, fosse sostenuta anche da figure di vertice capaci di garantire appartenenze, autorizzazioni e coperture.
Il riferimento a Calabrò si inserisce in un quadro già noto agli investigatori e alle cronache giudiziarie. “’U dutturicchiu” è stato raccontato come uno dei nomi storici della ’ndrangheta al Nord, capace di attraversare stagioni criminali diverse. La sua parabola, da San Luca a Milano, è stata associata a un’immagine di potere discreto, quasi invisibile, fatta di relazioni, reputazione e capacità di stare ai tavoli che contano.

Nel verbale di Cerbo, quella reputazione torna sotto forma di garanzia: Calabrò, secondo il collaboratore, avrebbe rappresentato «i calabresi» dietro Santo Crea. È questo il punto che rende il passaggio centrale nel processo Hydra: il “tavolo di mafia” non sarebbe stato soltanto il luogo dell’incontro tra gruppi, ma anche quello del riconoscimento criminale. E nel racconto del pentito, dietro la presenza di Santo Crea nella coalizione, ci sarebbe stata l’ombra lunga di Peppe Calabrò, “’u Dutturicchiu”. (g.curcio@corrierecal.it)

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 Redazione Corriere

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