così la ‘ndrangheta ha colonizzato la Capitale


ROMA Un «flusso informativo costante tra Roma e la Calabria», fatto di viaggi e «imbasciate», ma anche da momenti di altissimo valore simbolico con una «mangiata» considerata una vera e propria riunione di ‘ndrangheta. Al vertice un «dualismo operativo» che portava a una suddivisione dei ruoli ben precisa. Nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha analizzato i ricorsi del processo “Propaggine”, i supremi giudici mettono nero su bianco la mappa della penetrazione dei clan calabresi nel tessuto economico e sociale di Roma. Un quadro dettagliato che poggia su fondamenta probatorie ritenute granitiche, a partire dalle intercettazioni ambientali e telefoniche.

Interessi e affari tra Calabria e Roma

Per i giudici il “locale” di Roma esiste, opera e risponde pienamente alle matrici della criminalità organizzata calabrese. Nelle motivazioni viene affrontato subito il nodo del legame con la Calabria, specificando che le tesi difensive sulla mancata dimostrazione dell’operatività dei clan d’origine vengono spazzate via dalle evidenze d’indagine. Gli ermellini evidenziano infatti come «le emergenze processuali acquisite in atti depongono decisamente in senso contrario», citando le conversazioni in cui il boss Antonio Carzo esortava i sodali a portare i saluti ai vertici di Sinopoli e annunciava che, non appena libero dai vincoli della sorveglianza speciale, «si sarebbe personalmente recato in Calabria per ragguagliare i vertici della cosca sulla situazione romana».
Proprio sulla natura del rapporto tra la Calabria e la Capitale, la Suprema Corte offre una lucida chiave di lettura. La tesi dei magistrati è chiara: la ‘ndrangheta fuori dai confini regionali non si muove per ordini diretti, ma per vie più sottili. Il collegamento con la casa madre, scrivono i supremi giudici, ha piuttosto la «natura di raccordo e di condivisione di interessi e prospettive nel contesto di un fenomeno con matrice e regole comuni senza, tuttavia, sostanziare l’etero-direzione del sodalizio derivato».
A garantire questa autonomia e l’autorevolezza del gruppo romano erano i suoi stessi vertici, descritti come personalità «accreditate nel territorio capitolino dalle pregresse esperienze personali e anche giudiziarie in terra calabra, fonte di autorevolezza criminale nel panorama della ndrangheta unitaria». Loro erano incaricati di «dare una cornice organizzativa ai numerosi “giovanotti” già insediati singolarmente nella capitale e nei dintorni al fine di realizzare la massiccia penetrazione di taluni settori economici». Un piano di espansione supportato da un «flusso informativo costante tra Roma e la Calabria», fatto di viaggi e “imbasciate” portate dai figli del boss, ma anche da momenti di altissimo valore simbolico e deliberativo, come la documentata partecipazione di Domenico Carzo «alle celebrazioni per la Madonna di Polsi nel settembre 2017 e alle riunioni di ndrangheta tenutesi nella circostanza con conferimento di doti e contatti ai massimi livelli della consorteria».

La diarchia Carzo-Alvaro

L’architettura del clan romano poggiava su una vera e propria diarchia, un vertice a due teste composto da Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro. Una struttura che emerge, a parere della Cassazione, «con indubbia chiarezza dalle intercettazioni scrutinate in primo grado e richiamate dal giudice d’appello il cui tenore non è suscettibile di interpretazione alternativa». I supremi giudici ricordano la costante ricerca di una sede, un «punto di incontro» sicuro dove riunirsi per «conferire le doti agli affiliati», e le accorte cautele per evitare i controlli delle forze dell’ordine. Ma a blindare la posizione di vertice di Vincenzo Alvaro all’interno della compagine romana sono le sue stesse parole, catturate dai microfoni degli investigatori. Quando un affiliato gli chiede consiglio su come reagire a un’offesa, Alvaro lo frena per via delle indagini in corso, ma detta la linea per il futuro: «siamo una carovana….. per fare la guerra».
Questa alleanza strategica univa due anime diverse ma complementari, che la sentenza definisce come un «dualismo operativo»: da un lato il «dinamismo imprenditoriale dell’Alvaro», dall’altro la «prevalente dedizione di Carzo Antonio e dei congiunti ad attività illecite più tradizionali». Questa suddivisione dei ruoli non deve però indurre a pensare a due fazioni separate. Al contrario, sottolinea la Corte, esisteva una profonda «affectio e un condiviso programma delittuoso», poiché l’obiettivo strategico del locale era quello di «coordinare le attività di vecchi e nuovi affiliati, convogliando le energie nel progetto di occupazione di importanti settori commerciali». Il prestigio accumulato dal gruppo era tale da imporsi anche sulle altre organizzazioni. Le risultanze investigative dimostrano infatti che persino il potente clan egemone sul litorale romano, tra Anzio e Nettuno, dopo la nascita del locale di Roma ne ha riconosciuto «la piena legittimità» ed «evitò incursioni affaristiche nel territorio metropolitano, coltivando rapporti di amicizia e collaborazione».

La “mangiata” del 2017

Infine, la Cassazione respinge fermamente i tentativi delle difese di sminuire la portata di alcuni incontri chiave, su tutti la celebre «mangiata» del 15 ottobre 2017. Per i giudici, i verbali offrono «le ragioni che impongono di ritenerla una riunione di ‘ndrangheta». Un vero summit criminale protetto da «grande cautela», con inviti fatti rigorosamente a voce ed «esclusione del mezzo telefonico». Una riunione a cui i sodali non potevano mancare, pena sanzioni severissime: la presenza degli associati, concludono i supremi giudici, era a tutti gli effetti «dovuta, essendo gli assenti tenuti a giustificare la mancata partecipazione all’incontro, potendo in caso di protratta negligenza essere finanche estromessi dal sodalizio».

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 Redazione Corriere

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