La Brexit non è stata un buon affare per la Gran Bretagna. Anzi, è stato un pessimo, pessimo affare. Molti economisti ed esperti lo avevano previsto e anticipato, ma a dieci anni esatti dal referendum che sancì l’avvio del percorso di uscita (faticoso e traumatico) del Regno Unito dall’Unione Europea c’è stata una forte contrazione dell’economia britannica. Le stime parlano di una riduzione del Pil tra il 6 e l’8 per cento, rispetto all’ipotesi (ovviamente controfattuale e ipotetica) in cui il Regno Unito avesse votato per il Remain. Numeri di un rapporto per il Nber (National Bureau of Economic Research, un’organizzazione no-profit statunitense di ricerca) di un team coordinato da Nicholas Bloom, della Stanford University. Lo studio incrocia i microdati del Decision Maker Panel della Bank of England, lo stesso bacino informativo che la Bank of England usa per orientare le decisioni sui tassi, con indicatori macroeconomici per “ricostruire” la traiettoria economica possibile. E quindi la crescita che ci poteva essere, e che non c’è stata. E che ha avuto l’impatto che vediamo anche sui governi, mai così in difficoltà, mai così fragili: Keir Starmer è solo l’ultimo fallimento.
L’impatto è stato chiaramente negativo, superiore a quanto si prevedeva all’epoca, e si è accumulato nel tempo. Come detto, tra meno 6 e meno 8 per cento il Pil (alla fine del 2025), in calo del 12-13% gli investimenti, giù del 3-4% l’occupazione e sempre del 3‑4% la produttività. “Questi effetti negativi – si legge nell’introduzione allo studio messo a punto dagli studiosi per conto del Nber – riflettono una combinazione di maggiore incertezza, riduzione della domanda, tempo manageriale distolto dalle attività principali e una più elevata allocazione inefficiente delle risorse dovuta a un processo di Brexit che si è prolungato nel tempo”. Circa metà del danno si è materializzato nella fase 2016‑2020 per l’incertezza generale e lo stop agli investimenti. L’altra metà invece è stata generata dal 2021 in poi, con l’entrata in vigore della frontiera doganale e regolatoria con l’Ue. E che ha reso incerta e instabile l’intera società, come si vede dalla cronaca, compresa quella nera.
Il quadro non cambia molto anche sulla base di altre analisi. Il Centre for European Reform (un think tank indipendente con sede principale a Londra) ha usato una tecnica differente, creando una specie di “doppione” dell’economia del Regno Unito a partire da economie simili per trend pre‑2016. Il confronto suggerisce un’economia britannica più piccola del 5 per cento già a metà del 2022, con un gap ulteriormente cresciuto negli anni successivi. Bloomberg Economics ha utilizzato un altro approccio, basato sul modello dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) sull’impatto dell’aumento delle barriere commerciali: in questo caso l’impatto negativo della Brexit sul Pil è stato del 2,5%, in soldoni una perdita annua di circa 1.000 sterline a persona. Sarebbero tra 2.500 e 3.300 per ogni britannico, secondo il rapporto Nber. Le conclusioni sono costanti: la Brexit ha reso il Regno Unito più povero di quanto sarebbe stato se fosse rimasto nell’Ue.
Colpa anche della sterlina più debole. A leggere un report del Centre for Economic Performance at the London School of Economics, subito dopo il voto la moneta britannica ha perso il 10%, con un ovvio peggioramento dei termini di scambio e un maggior corso per le importazioni. Importazioni più costose vuol dire costo della vita più alto (solo il deprezzamento della sterlina ha fatto aumentare i prezzi al consumo di circa il 3%, con un costo di circa 870 sterline l’anno) costi dei prodotti delle imprese più cari, salari reali più leggeri. Non lo diciamo noi, sono parole del governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey: “Il livello di attività e la crescita dell’economia sono stati inferiori – ha detto – se si riduce la dimensione dei mercati con cui commerciamo, si riducono i nostri mercati di esportazione”. L’investimento privato è stato il primo canale di trasmissione del danno. Dal referendum in poi, molte imprese hanno scelto il rinvio. Gli studi basati sul panel della Bank of England stimano una caduta cumulata degli investimenti dell’ordine del 12‑18 per cento, correlata all’incertezza regolatoria e commerciale e alla necessità di spendere tempo manageriale sulla compliance invece che sull’espansione.
Non a tutti è andata male allo stesso modo. Peggio della media fanno l’agroalimentare, con vendite in calo di quasi il 30 per cento a causa di controlli sanitari e certificazioni, e la chimica‑farmaceutica, penalizzata da doppie conformità e da una serie di colli di bottiglia regolatori. Le auto sono sotto di circa il 10 per cento, riflesso di catene del valore più rigide e margini rosicchiati dalla burocrazia alle frontiere. Meglio se la sono cavata invece la meccanica e i macchinari più di nicchia.
Nei servizi, il quadro è più mosso. I segmenti legati a viaggi e trasporti hanno sofferto in modo marcato, mentre la finanza ha perso quote significative verso l’Ue pur mantenendo una posizione di forza globale. Le stime del Centre for European Reform indicano una riduzione di circa un quarto delle esportazioni di servizi finanziari verso il mercato europeo. Resistono e crescono invece le “other business services” – legali, contabili, ingegneristiche, consulenza – che già prima dipendevano meno dai benefici dell’appartenenza al mercato unico. Sempre nel modello del CER a livello territoriale, Londra, tra finanza, servizi avanzati e investimenti esteri, ha perso il 10% rispetto a come sarebbe andata senza Brexit. Il West Midlands paga per l’auto e la manifattura, la Scozia per l’intreccio tra finanza e agrifood. Un’eccezione è l’Irlanda del Nord, la cui posizione anomala nel mercato unico dei beni ha preservato parte dell’integrazione commerciale con l’Ue e sostenuto il manifatturiero.
Ovviamente stiamo parlando di stime basate su modelli, appunto, ipotetici. È anche vero che in questi dieci anni è successo letteralmente di tutto sul piano della politica e dell’economia internazionale, comprese situazioni tipo la pandemia di Covid e le guerre in Ucraina, Gaza e Iran. Sicuramente un impatto negativo ce l’hanno avuto. Tutto vero. Però è difficile trascurare la convergenza di tanti studi sugli effetti economici.
Eccone due. Primo, più tasse. Secondo i calcoli dell’Office for Budget Responsibility (l’autorità pubblica indipendente che vigila sui conti pubblici del Regno Unito) di qui al 2030 la contrazione del Pil implica un calo di entrate fiscali di circa 40 miliardi di sterline l’anno, che fa il paio con aumenti di imposta di 150 miliardi. Secondo, l’afflusso di giovani e stranieri. Il Regno Unito era la principale destinazione per i cittadini dell’Ue, dalla Brexit se ne sono andati più di quanti ne siano arrivati. E ci sono ora 35.000 studenti dell’Ue in meno rispetto a prima della Brexit (per le tasse universitarie maggiorate per gli studenti extra Uk).
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di Roberto Giovannini
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