#Finsubito news – Intervento del ministro Giorgetti alla Giornata Mondiale del Risparmio


102ª Giornata Mondiale del Risparmio

«Il risparmio nella società che cambia»
Intervento del Ministro dell’Economia e delle finanze
Roma, Salone delle Fontane, 30 ottobre 2026

Governatore Panetta,

Presidenti Azzone e Patuelli,

Signore e Signori,

ringrazio ACRI per l’invito. Il tema che avete scelto, il risparmio nella società che cambia, riguarda chi governa e chi gestisce, prima ancora di chi risparmia.

Gli italiani che hanno più di 65 anni sono oggi uno su quattro. Nel 2050 saranno uno su tre, con quasi sette milioni di persone in meno in età da lavoro. Si allungano gli anni in cui si vive di ciò che si è accumulato; si accorciano quelli in cui lo si accumula.

Nessun altro cambiamento pesa sul risparmio quanto quello demografico.

Gli italiani continuano a risparmiare. Ma più della metà guarda ai prossimi anni con preoccupazione, e più di un terzo tiene i risparmi sul conto corrente.

Il risparmio di chi ha paura, si difende, non investe.

Conquistare la fiducia di chi risparmia è una responsabilità:

dello Stato, con conti credibili e promesse mantenute;

di chi amministra il risparmio, facendo il proprio mestiere, che è quello di custodire il denaro degli altri e trasformarlo in credito per le famiglie e il tessuto produttivo, oltre che in capitale per le imprese.

***

Comincio dalla parte che spetta al Governo.

In questi quattro anni, abbiamo tenuto una linea di prudenza, anche quando rinviare avrebbe procurato un consenso più immediato.

Tra il 2022 e il 2025 il disavanzo è sceso dall’8,1 al 3,1 per cento del prodotto: 5 punti in tre anni, senza recessione e senza manovre correttive. Dal 2024, lo Stato incassa più di quanto spende, al netto degli interessi: è tornato l’avanzo primario.

L’avanzo primario è la prima forma di “risparmio della Nazione”. Significa spendere oggi meno di quanto entra nelle proprie tasche per evitare che il peso di quelle spese ricada sui cittadini di domani.

È lo stesso movente che anima un genitore che risparmia per i figli.

Anche gli investimenti pubblici, che in ogni aggiustamento precedente erano la prima voce tagliata, sono al 3,9% del PIL, ai livelli più alti da trent’anni.

Questo dato dice quanto siamo stati attenti alla composizione dell’avanzo. Non abbiamo tagliato il futuro. Abbiamo chiuso le misure dell’emergenza che rischiavano di trascinarsi nel tempo e abbiamo ridotto trasferimenti e incentivi. Le entrate sono cresciute, perché è cresciuto il lavoro, con un’occupazione mai così alta. È la differenza tra un aggiustamento destinato a durare nel tempo e uno che si disfa nel volgere di pochi mesi.

Per questa ragione, tutte le componenti del Paese devono contribuire al proseguimento del percorso di risanamento delle finanze pubbliche; vale in primis per chi, come il sistema finanziario, ha largamente beneficiato dei risultati di questo risanamento negli scorsi anni. Ci rendiamo conto che si tratta di oneri significativi ma che riteniamo nel complesso assorbibili senza riverberi negativi. Nelle situazioni difficili lo Stato con garanzie e GACS ha aiutato il sistema bancario, il sistema bancario ha il dovere di aiutare la Stato nel miglio decisivo per la sostenibilità delle finanze pubbliche. Più volte in. questa settimana ho parlato. di barca da proteggere in tempi di potenziale burrasca, ecco caro Patuelli siamo sulla stessa barca.

Non sfuggo alla circostanza per cui questa Giornata si svolge a poche ore dalla presentazione del disegno di legge di bilancio, rispetto al quale ACRI ha manifestato i propri rilievi. Posso assicurare di averli presi nella più alta considerazione nella ricerca dell’equilibrio tra vincoli di bilancio ed esigenze delle Fondazioni.

Del valore della loro attività il Governo è pienamente consapevole, come dimostra il regime fiscale agevolato di cui godono. Nel 2025 hanno erogato 1,4 miliardi alle comunità, più che in qualunque anno dell’ultimo decennio: una funzione sociale da preservare e su cui il Ministero continuerà a esercitare scrupolosamente le proprie funzioni di vigilanza.

Sempre sulla base della considerazione del ruolo delle Fondazioni, la legge di bilancio ha esteso, come chiesto da ACRI, il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Per il 2027 resta inoltre operativo il credito fiscale per le fusioni tra Fondazioni. Auspico che vogliate farne un uso tempestivo.

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Un mese fa, l’Istat ha confermato il disavanzo al 3,1 per cento per il 2025. Un decimale. Tanto è bastato per non uscire quest’anno dalla procedura europea. Chi fa il mio mestiere impara due cose sui decimali: non vanno drammatizzati e non vanno ignorati. La nostra direzione non cambia. E la direzione l’hanno riconosciuta i mercati e le agenzie di rating.

Ricordo questi dati davanti a questa platea, per un motivo.

Credito viene da credere. Chi presta a uno Stato lo fa se crede alla sua parola, e la parola di uno Stato sta nei conti: nella coerenza tra ciò che annuncia e ciò che fa.

Per due anni di seguito, il disavanzo a consuntivo è stato più basso dell’obiettivo fissato nel Piano strutturale di bilancio.

Il giudizio dei mercati si forma sui risultati, non sulle intenzioni.

Con tremila miliardi di debito, la parola dello Stato viene messa alla prova a ogni asta. Quando, come oggi, il costo del debito è pari o superiore alla crescita dell’economia, il peso del debito scende solo se c’è, appunto, un avanzo primario. È l’aritmetica del debito, prima che politica.

Chi compra a quelle aste, sempre più, sono le famiglie italiane: dal 2020, hanno raddoppiato i titoli di Stato nei loro portafogli. Il risparmio di cui parliamo oggi e il debito di cui rispondo io sono, in misura crescente, la stessa cosa guardata da due lati.

Per l’Italia, la stabilità dei conti viene prima di qualsiasi politica economica: è ciò che ci permette di decidere come usare le nostre risorse a casa nostra, di disegnare politiche che guardino lontano, di proteggere il risparmio delle famiglie.

Nessuna famiglia investe, se teme per ciò che ha messo da parte. Nessuna impresa programma a dieci anni, se non sa quanto le costerà il credito tra dodici mesi. Nessuna banca presta a lungo termine, se i titoli che ha in bilancio possono oscillare a ogni turbolenza.

Prima la stabilità, poi la crescita: è una lezione che l’Italia aveva imparato presto, alle origini della Repubblica, e che poi ha troppo spesso dimenticato.

Nel 1947 il governo De Gasperi scelse la stabilità della moneta e del bilancio, mentre era impopolare farlo, e la tenne per anni, con Einaudi e poi con Pella. La crescita venne dopo, e durò vent’anni.

Gli interessi sul debito sono la prima spesa che lo Stato paga ogni anno, prima di qualsiasi altra, e l’unica che nessuno vota: quasi novanta miliardi, quanto il Paese spende per l’istruzione dei suoi figli. Sono il prezzo dei disavanzi accumulati in passato. Tutto ciò che decidiamo per il futuro, pensioni, sanità, difesa, tasse più basse, si finanzia con quello che resta dopo averli pagati.

Il 2026 ci ha ricordato a che cosa servono quattro anni di prudenza. La stabilità si costruisce prima che serva, perché quando serve non si compra più: l’inflazione europea è tornata quasi al 4 per cento, la Banca centrale ha rialzato i tassi, il nostro decennale è salito intorno al 4,5.

Sui tassi internazionali un Governo può poco; sul premio che paga per il proprio debito, invece, può molto. E infatti, lo spread, pur risalito nelle settimane più tese, rimane inferiore a quello di paesi con un merito di credito incredibilmente migliore del nostro.

Se avessimo continuato con i disavanzi di prima, al rialzo dei tassi di tutti si sarebbe aggiunto un rialzo soltanto nostro, lo spread. E il prezzo lo avrebbero pagato per primi i risparmiatori, perché il valore dei titoli che hanno in portafoglio scende nel giro di poche settimane, mentre il costo per lo Stato, gli interessi, cresce in anni.

Per questo, la legge di bilancio appena in corso di presentazione al Parlamento è prudente, più prudente di quanto molti avrebbero voluto. Useremo la clausola di salvaguardia per difesa ed energia: sei decimi di punto, non di più. Al netto di quella spesa, terremo il disavanzo sotto il 3 per cento.

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Lo scorso anno, in questa Giornata, vi ho detto quattro cose.

Vi ho annunciato l’Addendum al Protocollo con ACRI: quasi tutte le Fondazioni hanno adeguato i propri statuti, e mi fa piacere. Vi ho detto che la riforma del Testo unico della finanza sarebbe arrivata in porto: è in vigore da aprile. Vi ho detto che nella previdenza complementare vedevo ampi margini di miglioramento: la riforma è legge. E ho chiesto alle banche più dinamismo nel credito, soprattutto verso le imprese più piccole.

Tre cose su quattro, quelle che competevano al Governo, sono state fatte.

La quarta, che compete alle banche, è stata fatta solo in parte: i prestiti alle piccole imprese sono diminuiti per il quarto anno di seguito, del 4,6 per cento nell’agosto 2026 rispetto a dodici mesi prima, mentre quelli alle imprese più grandi sono ulteriormente cresciuti, del 4,7. Possono pesare, certo, anche fattori dal lato della domanda di credito da parte delle imprese. Proprio per questo è importante che le banche, per il ruolo che svolgono, accompagnino le piccole e medie imprese nella valutazione di nuove opportunità di investimento, a cominciare dall’introduzione consapevole delle nuove soluzioni di intelligenza artificiale.

Il sistema bancario italiano è solido, redditizio, con i crediti deteriorati ai minimi: è un patrimonio del Paese e lo riconosco. È anche un sistema plurale e la pluralità è una ricchezza che va preservata. I grandi gruppi capaci di competere in Europa sono un bene, se accanto a loro restano banche popolari, cooperative e locali, che conoscono i territori, i volti, le energie e le storie di chi fa impresa, perché la concorrenza non si misura nelle statistiche: si misura nelle possibilità di scelta di chi cerca credito, con gli occhi dell’imprenditore. Finite le coperture emergenziali pubbliche ora restano le garanzie ordinarie e torna a contare il vostro mestiere: valutare il rischio di impresa e assumerlo.

Anche il sistema bancario trarrà beneficio dalle riforme avviate per ampliare i canali di finanziamento delle imprese e offrire ai risparmiatori rendimenti più adeguati. Le famiglie italiane possiedono attività finanziarie pari a quattro anni e mezzo del loro reddito disponibile. Ma, per più di un quarto, le tengono ferme in depositi. Perché quel risparmio diventi crescita, servono investitori pazienti, che accompagnino famiglie e imprese per anni e non per trimestri.

Con la Legge Capitali e il nuovo Testo unico della Finanza abbiamo semplificato la quotazione, alleggerito gli obblighi per i gestori più piccoli e dato uno strumento nuovo a chi investe nel capitale delle imprese, perché un’impresa il cui valore sta nella ricerca e nella tecnologia non cresce con il solo debito: ha bisogno di chi ne condivida il rischio. Ed è con questa impostazione che l’Italia arriva al dibattito europeo sull’Unione del risparmio e degli investimenti, con un percorso già avviato e un’agenda che anticipa molte delle priorità oggi discusse in Europa.

I fondi pensione investono in imprese italiane meno del 3 per cento del loro patrimonio. Nelle prossime settimane, costituirò, in sinergia con Banca d’Italia, un tavolo con fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni e Fondazioni, perché il risparmio di lungo periodo trovi in Italia opportunità coerenti con i propri mandati. Le regole sono fatte, ora tocca agli operatori.

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Rimane la terza cosa, la più urgente in una società che invecchia: la credibilità delle nostre promesse in materia di previdenza a chi oggi ha venti o trent’anni.

Voglio dirla nel modo più semplice.

Oggi le pensioni le pagano i contributi di chi lavora. È il patto su cui si regge il sistema pubblico, costruito negli anni del miracolo economico e della crescita demografica.

Domani, quel patto dovrà reggersi su sette milioni di persone in meno in età da lavoro, e la spesa per pensioni salirà oltre il 15 per cento del prodotto.

Le strade sono due e la prima non la vogliamo percorrere: chiedere ogni anno di più a chi lavora, con un prelievo che riduce i salari e rende più cara l’occupazione da cui dipendono le stesse entrate contributive. La seconda, quella per cui abbiamo lavorato, è fare in modo che la pensione di chi entra oggi nel lavoro poggi saldamente su due gambe: la promessa dello Stato e un patrimonio accumulato lungo tutta la vita attiva, investito, diversificato, che produce reddito quando il lavoro finisce.

Una promessa e un patrimonio.

Noi abbiamo cominciato. Dal primo luglio, i nuovi assunti del settore privato aderiscono automaticamente al fondo pensione, con il TFR e i contributi previsti dai contratti, salvo rinuncia. I fondi devono offrire profili di investimento che seguono l’età e una nuova forma di prestazione collegata alla speranza di vita. Gli iscritti sono dieci milioni e mezzo, le risorse superano i 270 miliardi, il 12 per cento del prodotto; più della metà dei nuovi iscritti del 2025 ha meno di 35 anni.

Nel risparmio e nella previdenza, il tempo è tutto. Proprio per questo, come annunciato, la legge di bilancio istituirà il “fondo Valore nuovi nati”, che assegna ai nuovi nati dal 2027 una posizione individuale di risparmio, alimentata da un contributo statale annuo di 100 euro fino alla maggiore età che potrà essere incrementato da eventuali versamenti familiari, attraverso una specifica detrazione fiscale. È una misura di cui vado orgoglioso, personalmente la ritengo la più importante della legge di bilancio. Essa non ha unicamente un valore previdenziale ma rappresenta una parte integrante del progetto di educazione finanziaria su cui il MEF ha molto investito in questi anni.

Nel 1991 le famiglie guidate da chi aveva meno di 36 anni possedevano il 13 per cento della ricchezza di tutte le famiglie; oggi il 4. In parte perché sono meno; in parte perché accumulano più tardi e più lentamente, con redditi d’ingresso bassi e carriere discontinue. Per questo, il secondo pilastro non può poggiare solo sul risparmio volontario. Il pilastro a capitalizzazione si costruisce dentro il lavoro, con trent’anni di versamenti e di rendimenti. Agli operatori chiedo costi bassi, gestioni di qualità, pieno accesso per chi ha redditi discontinui.

Il tempo conta anche per chi non è più autosufficiente e per chi se ne prende cura: quasi quattro milioni di anziani, più di sette milioni di persone che assistono un familiare. Il solo accumulo individuale non copre questo rischio. Una copertura per la non autosufficienza, valida per tutta la vita, deve entrare in tutti i piani pensionistici.

Le persone, prima degli strumenti. Una società che invecchia chiede a ciascuno decisioni finanziarie più lunghe e più personali: quanto risparmiare, in che forma, con quale protezione, per una vita che può durare novant’anni. Chi non ha gli strumenti per decidere, lascia i risparmi fermi, rinvia, o si affida a chi gli promette troppo. E a pagare di più è chi ha meno margine: gli anziani soli, le donne con carriere più brevi, i giovani con l’orizzonte più lungo davanti. Per questo l’educazione finanziaria è un diritto civile dei cittadini e un dovere delle istituzioni.

***

Questa è l’ultima Giornata del Risparmio della legislatura. Non faccio bilanci. Ne faccio già uno all’anno, e mi basta.

Dico cosa vorrei che restasse.

Una convinzione: per un Paese con il nostro debito, la prudenza è la prima forma di libertà, quella di decidere a casa nostra.

Un metodo: abbiamo chiuso la stagione dei contributi a fondo perduto, che aveva abituato troppi a chiedere e pochi a rischiare. Personalmente, ritengo che sia importante dedicare energie e attenzione a linee di lavoro che costano poco al bilancio e cambiano i comportamenti, come abbiamo fatto con la previdenza complementare e con le garanzie pubbliche.

Una promessa,a chi oggi ha vent’anni: non useremo il vostro futuro per pagare il nostro presente.

Risparmiare è il modo più concreto di credere nel domani.

La Costituzione ci chiede di tutelare il risparmio e di incoraggiarne l’impiego. Nella società che cambia, nella società aperta che vogliamo per i nostri figli, le due cose si tengono insieme.

Grazie.


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