Dalla Caccia al Clima passando per il Nucleare: i tradimenti si moltiplicano. L’appello contro il DDL del governo richiama una questione più grande, il rispetto del Creato (Raimondo Montecuccoli)


L’appello rivolto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni da un gruppo trasversale di donne parlamentari contro il DDL Caccia non riguarda soltanto una controversa riforma venatoria. Dietro la richiesta di ritirare il provvedimento si intravede infatti una questione molto più ampia: il rapporto tra politica, ambiente e responsabilità verso il Creato in un’epoca segnata da crisi ecologiche sempre più evidenti.

Le deputate e senatrici firmatarie, provenienti da schieramenti politici diversi, chiedono al governo di fermare una riforma che, a loro giudizio, rappresenterebbe un arretramento nella tutela della biodiversità e rischierebbe di entrare in conflitto con gli orientamenti europei e con i principi costituzionali introdotti negli ultimi anni a difesa dell’ambiente. Non è un caso che nell’appello vengano richiamate le parole di Papa Leone XIV e il magistero di Papa Francesco sulla custodia della “casa comune”.

La fauna selvatica, ricordano le parlamentari, non è una risorsa privata né un bene disponibile a piacimento, ma un patrimonio collettivo da preservare per le generazioni future. È un principio che trova fondamento non soltanto nella legislazione italiana ed europea, ma anche in una visione etica che considera la natura non come un semplice serbatoio da sfruttare, bensì come un sistema vivente del quale l’essere umano è parte integrante.

Il dibattito sulla caccia, tuttavia, rischia di diventare il classico albero che nasconde la foresta. La discussione sul DDL si inserisce infatti in un contesto più generale caratterizzato da continui segnali di indebolimento delle politiche ambientali, sia in Italia sia nell’Unione Europea.

Negli ultimi anni si è assistito a una crescente tendenza a rinviare o ridimensionare obiettivi che fino a poco tempo fa venivano presentati come irrinunciabili. Emblematico è il caso dello stop ai motori a combustione interna. Di fronte alle pressioni dell’industria automobilistica e alle difficoltà della transizione energetica, Bruxelles ha progressivamente aperto spazi di deroga e ripensamento rispetto agli impegni inizialmente assunti. Una scelta che viene giustificata con ragioni economiche e occupazionali, ma che solleva interrogativi sulla reale volontà politica di affrontare la crisi climatica con la necessaria determinazione.

Anche in Italia le questioni ambientali sembrano spesso subordinate ad altre priorità. Dalle polemiche sulle energie rinnovabili ai ritardi nelle infrastrutture sostenibili, fino alle tensioni sulla tutela degli ecosistemi, emerge una visione nella quale l’ambiente continua a essere percepito come un vincolo anziché come una risorsa strategica per il futuro.

Eppure gli effetti del cambiamento climatico sono ormai sotto gli occhi di tutti. Ondate di calore sempre più intense, siccità prolungate, eventi meteorologici estremi e dissesto idrogeologico non rappresentano più scenari futuri, ma realtà quotidiane che colpiscono territori, economie e comunità. In questo contesto, ogni arretramento nelle politiche di tutela ambientale assume un significato che va ben oltre il singolo provvedimento.

La riflessione proposta da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ e ripresa oggi da Leone XIV conserva una straordinaria attualità. La crisi ecologica non è soltanto una questione tecnica o scientifica, ma una crisi morale e culturale che riguarda il modo in cui l’umanità concepisce il proprio rapporto con il mondo naturale. Quando la logica del profitto immediato prevale sulla responsabilità verso il bene comune, la natura diventa inevitabilmente la prima vittima.

Per questo l’appello contro il DDL Caccia può essere letto come qualcosa di più di una battaglia settoriale. Esso richiama la necessità di una visione politica capace di guardare oltre l’emergenza del momento e di assumere fino in fondo il principio, ormai inscritto anche nell’articolo 9 della Costituzione, secondo cui la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi costituisce un interesse fondamentale della Repubblica.

La questione che si pone oggi all’Italia e all’Europa non riguarda soltanto il numero di specie protette o le regole dell’attività venatoria. Riguarda la scelta tra continuare a rinviare decisioni necessarie, inseguendo compromessi sempre più fragili, oppure assumere finalmente la custodia del Creato come criterio guida delle politiche pubbliche. Una scelta che, prima ancora di essere ecologica, è profondamente etica e riguarda il tipo di futuro che intendiamo consegnare alle generazioni che verranno.

In questa prospettiva, il dibattito sul DDL Caccia si inserisce in un quadro ancora più ampio di scelte strategiche che riguardano il modello energetico e ambientale del Paese. Non è possibile, infatti, separare la tutela della biodiversità dalla direzione complessiva delle politiche sul clima e sull’energia.

Emblematica, in questo senso, è anche la discussione riaperta sul ritorno al Nucleare. Una prospettiva che il governo sta valutando nonostante la storia referendaria italiana abbia espresso in passato una chiara volontà popolare in senso contrario. Anche qui, come nel caso della Caccia e delle politiche ambientali, si pone il tema del rapporto tra decisioni istituzionali e orientamento dei cittadini, tra indirizzo politico e partecipazione democratica.

Il rischio, osservano i critici, è quello di una somma di scelte che, pur presentate come risposte tecniche a esigenze energetiche o economiche, finiscono per ridisegnare in profondità il rapporto tra società e ambiente senza un adeguato confronto con la volontà popolare e con la visione di lungo periodo sulla “casa comune”.

Dalla Caccia al Nucleare, passando per la lentezza della transizione ecologica, emerge così una stessa domanda di fondo: se l’Italia e l’Europa intendano davvero imboccare con coerenza la strada della sostenibilità oppure continuare a procedere per aggiustamenti successivi, spesso contraddittori, che rischiano di indebolire proprio quella tutela del Creato che ormai, almeno nei principi, è riconosciuta come un bene costituzionale e universale.

Raimondo Montecuccoli


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