Correzione attesa da mesi o pausa temporanea? I titoli tecnologici stanno cedendo su tutti i mercati globali, ma tra il panic selling scattato a Seul e il tonfo di Wall Street la sola cosa certa è l’incertezza che avvolge le borse mondiali. Il sell-off partito lunedì sera nel mercato americano ha attraversato i fusi orari uno per uno – prima quello asiatico, poi quello europeo – per tornare martedì di nuovo al punto di partenza, nella piazza di New York. Il Nasdaq, partito in calo del 2,4% nelle contrattazioni mattutine, ha ridotto le perdite all’1,4% verso metà seduta, mentre lo S&P 500 ha ceduto l’1,3%. Tra le perdite maggiori registrate, il titolo di Micron domina con una perdita dell’11% mentre scriviamo. Un risultato atteso e pesante, ma meno di quanto i futures della mattinata lasciassero presagire, salvo sorprese in chiusura di seduta. I numeri della giornata non raccontano una storia definita ma piuttosto sono la spia di quello che può accadere, a detta di molti analisti, nel caso di un contagio repentino delle paure finanziarie in ogni piazza mondiale. L’Asia ha visto un crollo verticale: l’indice Kospi di Seul, in Corea del Sud, ha chiuso con una perdita del 9% di Seul, male anche il Nikkei di Tokyo (-3,5%). Non sorridono affatto le borse europee che salvo Londra hanno tutte chiuse in rosso, trascinate sul fondo dai titoli tecnologici, ma con perdite a fine giornata più contenute. Poteva andare peggio. L’indice Stoxx 600 ha ceduto lo 0,7%, con Piazza Affari maglia nera in Europa a -1,46%. Di poco sotto l’1% Francoforte, Parigi ha perso lo 0,7%.
A pesare sui listini occidentali sono più preoccupazioni che si intrecciano. In primo piano le crescenti aspettative per un possibile rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, surriscaldate dalla postura più aggressiva del previsto dalla prima riunione di Kevin Warsh, il nuovo presidente che ha sostituito Jerome Powell. A queste si aggiungono le tensioni sulle forniture di semiconduttori cinesi dopo le sanzioni di Pechino nei confronti di dieci aziende statunitensi, che rischiano di compromettere i margini di profitto dei colossi tech occidentali, ma soprattutto fanno intendere che la grande guerra dei chip tra Pechino e Washington non è affatto alle spalle. Ma a fare paura sono anche le valutazioni del settore tech e la redditività dei colossi del settore, attesi da massicci investimenti nell’intelligenza artificiale. Le grandi aziende tecnologiche stanno infatti spendendo centinaia di miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture per chatbot e llm, ma i risultati attesi, in rapporto agli investimenti, restano ancora incerti. Solo lunedì Alphabet, la società madre di Google, ha perso il 6% – la peggiore performance giornaliera in oltre un anno – anche a causa della fuga di talenti reclutati dalla concorrenza. I cali paralleli di Amazon, Microsoft e Meta confermano che il motore dei ribassi sono le Big Tech che investono di più nell’intelligenza artificiale. E non è un caso, visto che si tratta dei titoli con le valutazioni più elevate in assoluto.
Il nodo è proprio questo, il fatto che chi compra oggi un’azione tech sta pagando un prezzo che incorpora aspettative di utili molto alti negli anni a venire. Il caso più emblematico è SpaceX, la società fondata da Elon Musk e quotata in borsa il 12 giugno con un prezzo di collocamento di 135 dollari e un debutto a 150 dollari per azione. La più grande Ipo della storia, con 75 miliardi di dollari raccolti dalla vendita delle azioni agli investitori. Il titolo vale cento volte i ricavi generati lo scorso anno, nonostante nel 2025 SpaceX abbia registrato una perdita stimata tra i 4 e i 6 miliardi di dollari e la sua divisione AI ne abbia assorbiti tra i tre e i sei, secondo alcune stime. Lunedì il titolo ha perso il 16% in una sola seduta, bruciando fino a 400 miliardi di capitalizzazione mentre nelle ultime tre sessioni di negoziazione la perdita complessiva ha superato 600 miliardi di dollari. La seconda perdita giornaliera, a detta del Financial Times e di Bloomberg, più grande mai registrata da una società quotata in borsa dopo il crollo di Nvidia a gennaio 2025, rientrata già martedì. Una dinamica che, secondo alcuni analisti, anche per questo non dovrebbe preoccupare. “Dall’inizio della guerra con l’Iran, il settore tecnologico è stato l’unico in cui le istituzioni hanno aumentato le proprie partecipazioni. Una certa volatilità e alcune prese di profitto non dovrebbero sorprendere”, ha osservato Marija Veitmane di State Street Markets.
Eppure questo non spiega tutto. Mentre negli Stati Uniti il sell-off ha colpito soprattutto le grandi piattaforme, in Corea del Sud la caduta è stata molto più violenta, trainata dai colossi dei semiconduttori diventati fornitori chiave per l’AI. Il crollo più pesante è arrivato in effetti da Seul, dove lunedì l’indice Kospi, ha perso il 9,99%, chiudendo a 8.203 punti dopo aver toccato il massimo storico appena venerdì. Le autorità di mercato hanno sospeso più volte le contrattazioni attivando i circuit breaker, i meccanismi automatici che bloccano temporaneamente gli scambi quando i prezzi scendono troppo velocemente. Samsung Electronics e SK Hynix, i due titoli tecnologici simbolo della borsa coreana, hanno perso entrambe oltre l’11%. Un tonfo che ha destabilizzato non poco i mercati globali, visto che i due gruppi sono tra i principali fornitori di ram, chip di memoria per l’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Il ribasso assume però un peso particolare alla luce del percorso compiuto dal mercato coreano nei mesi precedenti. Da aprile, il Kospi aveva già guadagnato oltre il 160%, trasformando la borsa coreana in uno dei mercati più esposti al tema dell’intelligenza artificiale a livello mondiale, con una base di investitori retail cresciuta rapidamente insieme alle quotazioni. Un terreno fertile per amplificare qualsiasi correzione, anche se le ragioni della caduta di Seul e del suo effetto domino in giro per il mondo rimangono dibattuti.
Da un lato c’è chi ritiene che quanto successo in Corea sia il termometro di un ridimensionamento strutturale delle valutazioni dei titoli tech alla luce di un contesto di tassi più alti e dollaro più forte. Elementi che riducono il valore atteso degli utili futuri su cui si reggono le quotazioni del comparto tech. Come osservato da alcuni analisti, una battuta d’arresto dopo una serie positiva non è necessariamente un segnale di deterioramento. Dall’altro c’è invece chi sostiene che molti investitori abbiano semplicemente deciso di vendere i titoli che avevano registrato performance migliori per bilanciare i portafogli prima della chiusura contabile del primo semestre. Quello che sembra a tutti chiaro è che per ora parlare di un crollo strutturale e globale è certamente prematuro. “Il movimento, che ha impattato in particolare i semiconduttori e i produttori di memorie, non ha avuto un catalyst fondamentale”, osservano gli analisti di Mps, che ritengono “più probabile che sia in atto una classica correzione dettata da un set-up tecnico-tattico non favorevole”. Un verdetto che, per ora, lascia fuori lo spettro della bolla. Al massimo, una bollicina, ma che comunque bastata a dare vita a una giornata di passione sui listini mondiali.
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di Maria Sole Betti
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