Sono arrivati a Fiumicino Leonarda Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez dopo un mese di detenzione a Bengasi. Ad accoglierli l’abbraccio della società civile ma anche la voglia di fare chiarezza. Gsf: «Nessuna condanna per le violazioni che hanno subito»
Una folla di persone ha stretto in un abbraccio Leonarda Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano con cittadinanza italiana, appena arrivati all’aeroporto di Fiumicino a Roma. Per Centrone, che compie gli anni, anche qualche candelina da soffiare sopra un vassoio di dolci: «È il miglior regalo che potevamo immaginare», ha detto riferendosi al fatto di essere finalmente potuto rientrare in Italia.
«Quello che abbiamo subìto in questi giorni è inaccettabile – dice all’arrivo Centrone – Siamo stati senza comunicazioni. Le nostre famiglie non sapevano nulla di noi e noi non sapevamo nulla del mondo esterno. Noi non siamo entrati nella Libia dell’est, non volevamo entrarci. Ci hanno fermato qualche centinaia di metri prima del check point, quindi siamo stati catturati prima di entrare, ci hanno rapito lì, non siamo stati arrestati e poi siamo spariti per tre giorni. Non abbiamo subìto violenza fisica, siamo stati trattati decentemente anche se per due giorni siamo stati in isolamento. La violenza psicologica invece è continuata».
I tre attivisti arrivati da Bengasi a Tunisi e poi all’aeroporto di Fiumicino alle 12,50 del 24 giugno facevano parte del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla, partito dalla Libia lo scorso 15 maggio, il giorno della Nakba, con l’obiettivo di raggiungere Gaza via terra per portare aiuti umanitari, mentre le barche della Global Sumud cercavano di rompere l’assedio israeliano sulla Striscia via mare.
Il fermo e la detenzione nell’est della Libia
A fine maggio il convoglio — composto secondo quanto dichiara l’organizzazione da 7 ambulanze, 11 camion di aiuti e circa 200 persone — era fermo nei pressi di Sirte, nell’est del Paese, territorio di fatto sotto l’autorità di Khalifa Haftar, fino a quando il 24 alcuni degli attivisti in viaggio si sarebbero avvicinati più degli altri alla città per negoziare il passaggio del Global Sumud Convoy verso il valico di Rafah. Tra questi, appunto, Centrone, Alberizia e Alvarez Rodriguez con cittadinanza italiana, insieme ad altre 7 persone provenienti da Tunisia, Argentina, Portogallo, Stati Uniti, Polonia e Spagna. Qualche giorno prima di loro, il 19 maggio, anche il tunisino Mehdi Bouzguenda era stato fermato vicino al confine tunisino-libico. È stato poi rilasciato lo scorso 7 giugno.
Degli altri, invece, per giorni si è saputo molto poco. Il console italiano a Bengasi, Filippo Colombo, è riuscito a fargli visita e ha riportato che le loro condizioni erano buone. Sembra che i legali non siano mai riusciti a vederli: per l’unica possibilità concordata sarebbe stato fornito loro un indirizzo sbagliato.
I dieci attivisti sarebbero stati detenuti a Bengasi, in una struttura legata all’Internal Security Agency, agenzia di sicurezza della Libia orientale. Nessun tipo di accusa è mai stata formalizzata nei loro confronti. Le ragioni per cui sono stati bloccati per un mese nell’est della Libia sarebbero legate alla presunta violazione delle leggi sull’immigrazione e l’assembramento non autorizzato.
Il 9 giugno era in programma una seconda udienza (la prima era stata pochi giorni dopo il fermo) davanti al procuratore libico. È saltata senza che venissero rese note le motivazioni, ma si è saputo che la detenzione dei dieci attivisti sarebbe stata prolungata di altri 30 giorni.
Sarebbero dovuti rimanere fermi in Libia fino ai primi di luglio, invece, nella serata del 23 giugno la notizia della loro liberazione è arrivata direttamente dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Grazie a un intenso lavoro diplomatico, in coordinamento tra il ministero degli Esteri e Palazzo Chigi, (gli attivisti della flotilla, ndr) faranno finalmente rientro in Italia. Ringrazio il personale della Farnesina e la nostra intelligence per l’ottimo lavoro svolto», ha scritto su X.
Immediata la reazione di gioia nei gruppi della Global Sumud Flotilla e nella società civile. «Da 30 giorni aspettavamo questo momento. Siamo felicissimi per la liberazione di Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Per noi è un momento molto importante perché domani sarebbe stato un mese esatto di detenzione», ha commentato subito la portavoce della delegazione italiana di Gsf, Maria Elena Delia. «Non vediamo l’ora di poterli riabbracciare».
Le critiche al governo
Ma insieme alla felicità sono arrivate anche le critiche: «Nelle dichiarazioni del ministro non si trova alcuna traccia di condanna formale per le violazioni del diritto internazionale subite dagli attivisti durante la prigionia, né un riconoscimento per il ruolo giocato dalle mobilitazioni della società civile», scrive Gsf nel comunicato stampa in cui annuncia il rientro della delegazione italiana.
«Mi piacerebbe dire che il nostro governo ha avuto un ruolo nella liberazione, purtroppo non è così, perché proprio l’Italia partecipa attivamente alla distruzione sistemica dei diritti umani e civili nell’area per interessi riguardanti frontiere e petrolio. Nel caso del sequestro dei nostri compagni ha invocato l’eccezione a un sistema disumano, senza neanche nominare il rispetto dei diritti che ha contribuito a distruggere», ha aggiunto Tony La Piccirella, membro dello Steering committee di Gsf.
Per Tajani, però, le critiche politiche non hanno fondamento: «Li abbiamo riportati a casa, stavano bene, sono sempre stati seguiti. Mi interessa più il ringraziamento e l’apprezzamento delle famiglie che delle dichiarazioni politiche che sono prive di qualsiasi senso», ha risposto il ministro degli Esteri a margine della cerimonia per il 252esimo anniversario dalla fondazione della Guardia di Finanza a Foggia.
A ringraziare il governo per il ruolo svolto nella sua liberazione e quella degli altri italiani del Global Sumud Convoy anche Centrone che però sempre da Fiumicino aggiunge: «Sappiamo che c’è stata molta collaborazione da parte delle autorità che ringraziamo. Tuttavia non sappiamo ancora i dettagli dell’operazione. Speriamo comunque che questo sia un primo passo, ci sono ancora molte cose che le istituzioni possono fare. Il nostro è un monito. La gente normale come me e Dina si mobiliterà sempre di più».
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Chiara Sgreccia
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