Ai tedeschi piace risparmiare, quindi farà loro piacere se quei risparmi, invece di riposare in banca, iniziassero anche a fruttare. Almeno, la vede così il cancelliere Friedrich Merz, che ha vidimato il lavoro della commissione che martedì ha presentato a Berlino la riforma del sistema previdenziale che, tra le tante misure, propone quella che in Germania è una (neanche tanto piccola) rivoluzione culturale: trasformare lo Stato tedesco in un collettore di contributi obbligatori da investire nei mercati finanziari per conto dei lavoratori. Per rispondere al come: attraverso un fondo pubblico a gestione centralizzata, con conti individuali, che investe in azioni e obbligazioni. È la chiave di volta della riforma targata Merz: il ricorso al mercato dei capitali per il sistema pensionistico pubblico rappresenta con molta probabilità il “fattore chiave” per determinare la tenuta e la stabilità del sistema nel lungo periodo, ha spiegato lo stesso cancelliere parlando con la federazione dell’industria tedesca (Bdi).
L’obiettivo è approvare tutto almeno in Consiglio dei ministri prima della pausa estiva del Bundestag, e non sono previsti sconti: “Non fare niente non è un’opzione”, ha detto Merz a Bloomberg; “Non può esserci cherry-picking”, ha aggiunto la ministra tedesca del Lavoro e degli Affari sociali Bärbel Bas – o tutto il pacchetto, e presto, o niente. Perché la fretta? Perché la popolazione tedesca è sempre più vecchia, a lavorare sono sempre meno mentre ad andare in pensione sono sempre di più e difficilmente l’attuale sistema a ripartizione – in cui i contributi versati oggi pagano gli assegni pensionistici di oggi – reggerà ancora a lungo.
L’idea, tradotta in termini semplici dal rapporto della commissione governativa, è questa. Su ogni busta paga verrà prelevato un contributo aggiuntivo pari al 2% del salario lordo, diviso a metà tra datore di lavoro e dipendente: cioè il valore corrispondete a questo 2% verrà versato per metà da chi paga lo stipendio e per metà da chi, lo stipendio, lo riceve. E il prelievo non scatterà tutto in una volta: partirà nel 2028 e crescerà di mezzo punto l’anno, fino ad arrivare al 2% pieno verso il 2031. I soldi così raccolti, però, non finiranno nel calderone comune con cui attualmente si compilano gli assegni pensionistici, bensì, come detto, in un fondo a gestione centralizzata – potrebbe essere affidato a Kenfo (il fondo statale tedesco creato per finanziare lo smaltimento delle scorie nucleari, oggi il maggiore investitore pubblico del Paese sui mercati), o alla Bundesbank, ma ancora non è chiaro – che li investe in titoli azionari (quote di proprietà di un’azienda, più redditizie ma più ballerine) e obbligazionari (prestiti a Stati o imprese, dal rendimento più prevedibile) accreditandoli su conti di capitale individuali, uno per ogni lavoratore. Tradotto: lo Stato tedesco si trattiene un po’ di più dalla busta paga, lo investe dove meglio ritiene e accredita quanto accumulato – versamento più rendimenti via via maturati – nei conti di capitale (per allora creati) dei cittadini lavoratori. I numeri della posta in gioco sono importanti: Merz ha detto, sempre parlando con la Confindustria tedesca, che con questo nuovo meccanismo saranno resi disponibili “almeno” 30 miliardi di euro l’anno da immettere nell’economia attraverso i mercati dei capitali. Un’iniezione di risparmio in più, e per giunta capitalizzata, rispetto a quei 320 miliardi di euro che ogni anno, secondo i dati Deutsche Rentenversicherung del 2025, i lavoratori tedeschi già riversano nel cassetto del sistema pensionistico con un prelievo che per la gran parte di loro vale il 18,6% del salario lordo – quota, peraltro, destinata a salire da sola verso il 20% entro il 2028 seguendo le attuali proiezioni demografiche.
È la prima volta che alle famiglie tedesche, che storicamente preferiscono conti correnti e libretti ai titoli azionari ed emissioni obbligazionarie in confronto ai cittadini di altri Paesi, si presenta una proposta del genere – accumulare risparmi investendo nei mercati dei capitali. E c’è a chi, specialmente nel mondo della finanza, l’idea non dispiace affatto. Per citare alcune reazioni raccolte dai media, secondo Stephan Kemper, chief investment strategist di BNP Paribas Wealth Management, potrebbe essere la volta buona che i cittadini tedeschi inizino a guardare con interesse al mercato, sperimentando i vantaggi degli investimenti di lungo periodo. Melanie Kreis, presidente della lobby del mercato azionario Deutsches Aktieninstitut, ha definito il progetto del fondo “un passo importante”, e sulla stessa linea si è schierato Thomas Richter, a capo dell’associazione dei fondi Bvi. Tra l’altro, la mossa appare molto in tono con la linea tedesca sul mercato unico europeo dei capitali, la Savings and Investments Union che da anni Bruxelles cerca di costruire. A Berlino piace l’idea di mobilitare il risparmio delle famiglie europee ma con qualche possibile eccezione sul piano regolatorio – a parole vuole la vigilanza europea sulle grandi Borse, ma ha ottenuto che la Deutsche Börse resti sotto il regolatore nazionale, sostenendo di non essere un operatore paneuropeo come la franco-italo-olandese Euronext. Il piano di Merz, di fatto, traduce operativamente, e dentro i confini nazionali, quell’idea di trasformare i risparmiatori in investitori, con il dubbio ancora aperto su dove finiranno quei miliardi.
Qui, il punto, è il modello cui la Germania si ispira, ovvero quello svedese. Lassù il sistema previdenziale a capitalizzazione, nato alla fine degli anni Novanta, prevede un contributo obbligatorio del 2,5% del salario versato in conti di investimento individuali. Il risparmiatore può scegliere dove investire tra una rosa di fondi selezionati, altrimenti i soldi prelevati vengono indirizzati verso un fondo pubblico di default (AP7). Per capire: secondo i dati raccolti da Bloomberg, la piattaforma pensionistica svedese gestisce circa 3.000 miliardi di corone, pari a circa 290 miliardi di euro. Ma non è stato sempre tutto rose e fiori. Fin dalla nascita della piattaforma statale svedese nel 2000, qualunque gestore poteva piazzarvi un fondo, finché iniziarono a emergere casi di dirottamento dei risparmi previdenziali – i più clamorosi furono i fondi Falcon e Allra. Tra il 2013 e il 2017 una ventina di comparti vennero individuati come fraudolenti e diversi gestori finirono in carcere con condanne pluriennali. Per riparare si sono strette le maglie, passando a un meccanismo di selezione basato solo su gara d’appalto, affidato dal 2022 a un’agenzia indipendente dal governo. Così facendo, la platea di fondi disponibili si sta dimezzando: dai circa 900 iniziali si punta a scendere a circa 450, come riportato da Bloomberg, nel corso dell’attuazione della riforma.
Resta aperto anche il punto sulla tenuta. La commissione governativa sostiene che il meccanismo del fondo riuscirà a sostenere i livelli pensionistici anche in caso di gravi crisi finanziarie ed economiche, come quella del 2007-2008, perché il capitale accumulato negli anni farebbe da cuscinetto, generando rendimenti aggiuntivi slegati dall’andamento demografico. Ma gli economisti sono un po’ più cauti: secondo loro i livelli delle pensioni saliranno sì sul lungo periodo, ma con oscillazioni marcate di rendimento, e quindi di capitale accumulato, su cui la politica sarà chiamata a essere trasparente. Inoltre, se il fondo tedesco, modellato su quello svedese, sarà diversificato a livello globale, cioè investito sui mercati di tutto il mondo, è possibile che gran parte di quei contributi finiscano comunque all’estero, in primis in Usa. Nota a margine, per Merz è in gioco anche l’alleanza con l’Spd, partito che finora ha sempre difeso l’impianto previdenziale tedesco e preferirebbe, semmai, tassare i redditi e i patrimoni più alti per finanziare le pensioni invece di premere sui lavoratori. La riforma tra le misure principali inserisce il collegamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Il documento prevede che dal 2032 l’età di pensionamento venga aumentata gradualmente e che dal 2041 salga ogni dieci anni di sei mesi, con una proiezione che porta a 67,5 anni nel 2041, a 68 anni nel 2051 e fino a circa 70 anni dal 2090. La commissione propone inoltre l’abolizione della cosiddetta ‘Rente mit 63’, la possibilità di uscita anticipata senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi, ritenuta troppo costosa e poco compatibile con le esigenze del mercato del lavoro. Il cancelliere, in pratica, deve convincere i tedeschi a lavorare di più e a fidarsi dei mercati. Un azzardo, a dir poco.
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di Elettra Bernacchini
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