Negli ultimi giorni il dibattito pubblico è tornato ad affrontare il tema del nucleare in una delle sue declinazioni meno discusse ma più sensibili: la propulsione navale. Un servizio apparso sui media il 20 giugno 2026 ha infatti rilanciato l’ipotesi di navi a propulsione nucleare in costruzione da parte di Fincantieri, presentandole come espressione di una tecnologia avanzata, basata su presunte “piccole centrali nucleari pulite e sicure” destinate a equipaggiare il naviglio del prossimo decennio. Fincantieri, insomma, con il sostegno della Destra di governo, studia il nucleare a mare e l’Italia, secondo l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, è già entrata nella corsa globale alla propulsione navale di nuova generazione. Non si tratta più di un’ipotesi futuristica: il gruppo guidato da Folgiero lavora da tempo sul tema e guarda al mini nucleare applicato alle navi mercantili come a una possibile svolta industriale, energetica e ambientale.
Un linguaggio rassicurante che, tuttavia, secondo diverse voci del mondo pacifista e scientifico, rischia di oscurare la reale natura di queste tecnologie e le implicazioni strategiche, ambientali e militari che esse comportano.
Tra queste voci si distingue quella di Alessandro Capuzzo della Tavola della pace del Friuli Venezia Giulia, che mette in guardia contro una narrazione che tende a separare artificialmente innovazione tecnologica e rischio bellico. In una sua analisi, Capuzzo osserva innanzitutto come la retorica dei “mini reattori modulari” non corrisponda alla realtà dei sistemi di propulsione navale, che rispondono invece a logiche diverse e fortemente connesse all’ambito militare.
«I reattori per la propulsione navale nulla hanno a che fare coi nuovi e decantati “mini” reattori modulari, essendo nella realtà di altro tipo la cui tecnologia è soggetta per larga parte a procedure militari», afferma Capuzzo, sottolineando la distanza tra la comunicazione industriale e la concretezza tecnologica dei sistemi in questione.
Il nodo centrale, secondo l’analisi, riguarda la natura stessa della propulsione nucleare applicata alla navigazione. Storicamente, infatti, questa tecnologia è rimasta confinata quasi esclusivamente all’ambito militare. Portaerei, sottomarini e incrociatori di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia costituiscono ancora oggi l’unico impiego sistematico di reattori nucleari a bordo di navi operative, con l’eccezione dei rompighiaccio artici russi, anch’essi legati alla sfera militare.
Capuzzo evidenzia come l’estensione di tale tecnologia al trasporto civile solleverebbe problemi enormi sotto il profilo economico, assicurativo e regolatorio. «Nessuno al mondo doterebbe di propulsione nucleare navi portacontainer o petroliere; nave ed equipaggio sarebbero soggetti a controlli e collaudi sotto il controllo dell’Autorità nucleare internazionale. Assolvere questo imprescindibile compito comporterebbe spese considerevoli che nessuno si sentirebbe di sostenere», osserva.
Un ulteriore elemento critico riguarda la natura stessa dei reattori navali, che secondo gli esperti non possono essere equiparati ai modelli modulari di cui si discute nel dibattito energetico civile. «I reattori navali sono infatti delle bombe galleggianti, in cui il combustibile viene arricchito dal 60 al 90% avvicinandosi al grado in uso per le armi nucleari», afferma ancora Capuzzo, richiamando l’attenzione sul livello di arricchimento del combustibile e sulla stretta prossimità tecnologica con l’ambito militare.
Il tema della sicurezza si intreccia inevitabilmente con quello geopolitico. Secondo la Tavola della pace FVG, l’Adriatico e l’area altoadriatica sono già oggi attraversati da traffici navali sensibili, con la presenza di unità militari e nucleari in transito e la necessità di piani di emergenza per possibili incidenti. Trieste e Capodistria vengono indicate come porti già coinvolti in queste dinamiche, in un contesto che richiede elevata vigilanza.
«Trieste e Capodistria ad esempio sono porti nucleari militari di transito e devono dotarsi di Piani di emergenza, in caso di incidente in presenza di portaerei, incrociatori o sommergibili a propulsione nucleare», ricorda Capuzzo, evidenziando come la gestione del rischio non sia un’ipotesi teorica ma una necessità concreta già oggi esistente.
A questo quadro si aggiunge la preoccupazione per la concentrazione di infrastrutture sensibili in un territorio particolarmente esposto. La presenza del grande terminal petrolifero del Mediterraneo, la vicinanza della base di Aviano e la crescente tensione internazionale vengono indicate come fattori che renderebbero particolarmente problematico un ulteriore incremento del traffico nucleare civile o militare nell’area.
«L’accesso continuo al porto da parte di naviglio nucleare in un territorio sede del più grande terminal petrolifero del Mediterraneo, sarebbe ingestibile sotto il profilo della sicurezza; tanto più in questo periodo storico, di rischio bellico conclamato», sottolinea ancora Capuzzo.
Il dibattito sulla propulsione nucleare navale si inserisce così in una più ampia riflessione sulle scelte energetiche e strategiche dell’Europa, sempre più intrecciate con le dinamiche della sicurezza internazionale e della militarizzazione delle infrastrutture civili. Per il movimento pacifista, il rischio è quello di una normalizzazione progressiva del nucleare come tecnologia “neutra”, mentre la sua storia e la sua struttura tecnica continuano a indicarne la stretta connessione con la dimensione militare.
In questo senso, la denuncia della Tavola della pace non si limita a una critica tecnica, ma si colloca dentro una visione più ampia che richiama la necessità di un modello energetico e industriale svincolato dalla logica della guerra. Una riflessione che interpella non solo gli ingegneri e gli economisti, ma l’intera società civile, chiamata a interrogarsi sul rapporto tra innovazione, sicurezza e pace.
Laura Tussi
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