Un massone che si meraviglia


C’è un odore che non dimentichi. L’incenso, la prima volta che entri nel Tempio. Non sai ancora cosa sta per accadere. Sai solo che stai attraversando una soglia e che da questa parte non tornerai uguale.
Quella sera avevo addosso qualcosa che non sapevo ancora chiamare. Adrenalina, certo. Ma anche qualcos’altro: l’attesa di qualcosa di grande che stava per accadere, senza sapere esattamente cosa.

È una sensazione strana, quella di desiderare qualcosa che non conosci ancora. Eppure era lì, nitida, reale come quell’odore nell’aria. Come quando cammini verso qualcosa che senti necessario, anche se nessuno te lo ha ancora spiegato. E nessuna spiegazione, in quel momento, avrebbe davvero preparato.

Prima ancora di varcare quella soglia, però, la meraviglia era già cominciata. C’è un periodo, fatto di mesi, a volte di anni, in cui qualcosa ti chiama senza ancora presentarsi.

Senti che la vita così com’è ti va stretta, non per insoddisfazione banale, ma per un’urgenza più profonda: capire, approfondire, cercare qualcosa che abbia a che fare con il senso delle cose.

Non è crisi. È la forma che prende la vocazione prima che tu sappia nominarla. E, quando finalmente ti avvicini, quando cominci a intravedere cosa potrebbe essere la Massoneria, quella meraviglia che avevi dentro trova un canale. Comincia a scorrere.

Poi arriva il giorno dell’Iniziazione. E lì, lo ricordo ancora, la meraviglia si fa fisica. Diventa battito accelerato, mani che stringono qualcosa per tenersi ferme, respiro che cambia ritmo.

L’odore dell’incenso è la prima cosa che entra, prima ancora che gli occhi si adattino. È un segnale al corpo: sei in un luogo diverso. E il corpo capisce, anche quando la mente ancora non riesce a elaborare.

I simboli, i gesti, i silenzi, tutto parla una lingua che non conosci ancora, ma che senti già come familiare, come se l’avessi saputa in un tempo che non ricordi. È la sensazione più strana e più intensa insieme: essere completamente nuova in un posto che sembra aspettarti da sempre.

In quel momento non capisci ancora tutto. Non devi. La comprensione viene dopo, e viene lentamente. Quello che ricevi nell’Iniziazione non è una risposta: è una domanda enorme, formulata in modo solenne, che ti porterai dietro per anni. Anzi: per tutta la vita.

Giuliano Kremmerz, nato Ciro Formisano a Portici nel 1861, medico, ermetista, figura centrale della tradizione iniziatica napoletana, lo aveva capito con grande chiarezza:

Il vero discepolo della nostra scuola deve proporsi i problemi e risolverli da sé, perché l’Ermetismo non si insegna come una qualunque disciplina, con un trattato.

Non c’è manuale che tenga. Non c’è scorciatoia. Il percorso è tuo e lo costruisci camminando. Questa è la prima cosa che impari, e richiede anni per essere davvero interiorizzata.

I primi anni sono un’altra forma di meraviglia ancora. Completamente diversa dall’adrenalina dell’Iniziazione: più quieta, più costante, quasi metodica. È la meraviglia della scoperta continua.

Ogni testo apre un altro testo. Ogni cerimonia aggiunge uno strato. Ogni grado introduce un simbolo che rimanda a qualcosa che ancora non hai capito abbastanza.

Lo studio diventa un abito quotidiano, non per obbligo ma per appetito genuino. Vuoi sapere. Vuoi capire. E più capisci, più ti accorgi di quanto ancora non sai.

Ricordo il momento in cui sono diventata Maestro e ho incontrato davvero le Arti Liberali, il Trivio con grammatica, retorica e dialettica, il Quadrivio con aritmetica, geometria, musica e astronomia.

Non erano nozioni da imparare. Erano strumenti di pensiero, un modo di organizzare la realtà, di interrogarla con rigore e con sensibilità insieme.

In quel momento ho capito che la Massoneria non trasmette contenuti: trasmette un metodo. Un modo di stare di fronte alle cose, di guardarle senza fretta, di non accontentarsi della superficie.

Vitruvium in lapide

come dicevano gli antichi costruttori, la perfezione sta nell’opera, non nell’intenzione. E l’opera sei tu stessa.

Nosce te ipsum

Conosci te stesso

è l’iscrizione che stava sul frontone del tempio di Delfi ed è il programma sintetico di ogni percorso iniziatico degno di questo nome. Non è un invito alla psicologia del sé nel senso moderno, superficiale.

È qualcosa di più esigente: conoscere la propria natura in profondità, senza sconti, senza la tentazione di fermarsi alla versione di te stessa che preferiresti vedere.

Questo è il lavoro. E il lavoro non è sempre piacevole. Ci sono anni in cui il percorso si fa più difficile, quando le certezze vacillano, quando un simbolo che credevi di aver capito si rivela più complesso di quanto pensassi, quando ti accorgi che una parte di te resiste ancora alla trasformazione.

Sono i momenti in cui la meraviglia non è luminosa ma interrogante: non lo stupore davanti alla bellezza, ma la perplessità di fronte a qualcosa che non si risolve facilmente. Anche questa è meraviglia. Forse è la più onesta.

E poi, con il passare degli anni, e sono tanti, quando ci sei dentro davvero, accade qualcosa che nessuno ti descrive quando entri. Non c’è un giorno preciso, non c’è una cerimonia che lo segna. È graduale, silenziosa, quasi impercettibile nella quotidianità.

Ti guardi e capisci che il lavoro fatto su te stessa ha prodotto qualcosa di concreto. Non una versione migliorata di quello che eri già. Qualcosa di diverso: una persona che prima non esisteva.

E qui sta la meraviglia più matura, quella che appartiene solo a chi ha percorso davvero la strada: il momento in cui smetti di distinguere la donna dalla Massone.

Non perché una abbia prevalso sull’altra. Ma perché si sono fuse. Sono diventate una cosa sola, inseparabile. L’una non vive senza l’altra, e non ha più senso nemmeno provare a dividerle.

Questo è il risultato del percorso iniziatico. Non un titolo. Non una conoscenza accumulata. Una persona intera, che è il frutto di trent’anni di lavoro paziente, di cadute e riprese, di cerimonie e silenzi, di testi letti e riletti, di simboli che cambiano significato con il passare del tempo perché sei tu che sei cambiata nel tempo.

La meraviglia all’inizio è stupore: non sai cosa ti aspetta, e questo ti spaventa e ti attrae in ugual misura.

La meraviglia nei primi anni è scoperta: ogni simbolo, ogni testo, ogni grado ti apre qualcosa di nuovo.

La meraviglia dopo molti anni è riconoscimento: guardi quello che sei diventata e capisci che non saresti potuta diventare questa persona in nessun altro modo. Che ogni passo del percorso, anche quelli difficili, anche quelli che sembravano inutili, era necessario.

E la Napoli in cui questo percorso si radica, con la sua tradizione iniziatica stratificata, con il suo DNA mediterraneo che tiene insieme rigore e mistero, con la sua capacità di fare coesistere il sacro e il profano in ogni vicolo, non è uno sfondo decorativo. È parte del tessuto.

La tradizione ermetica napoletana, da Kremmerz a Lebano, ha insegnato che la conoscenza non si separa dalla vita vissuta. Che il Tempio non è altrove: è dentro e si costruisce ogni giorno.

L’odore dell’incenso lo senti ancora, ogni volta che entri. Ma adesso sai cosa significa. Non è l’inizio di qualcosa di misterioso. È il riconoscimento di qualcosa che appartiene a te, che hai fatto tuo nel tempo, che non ti lascia, perché sei diventata, tu stessa, la custode di quella luce.

Lux ex tenebris.

La luce dalle tenebre.

Non come promessa astratta. Come risultato concreto di un lavoro che non finisce mai, e che, proprio per questo, non perde mai il suo senso.


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 Rosmunda Cristiano

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