Minacce, ritorsioni, dazi sulle merci europee. Negli ultimi tempi le tensioni tra gli Stati Uniti e i partner Ue hanno seguito sempre lo stesso copione: pressione commerciale e diplomatica alle stelle a ovest dell’Atlantico, risposte speculari ma mai abbastanza incisive a est. C’è però un campo in cui il predominio americano diminuisce e i rapporti di forza si invertono. Grazie a una quantità enorme di asset statunitensi nelle mani dell’Europa e agli strumenti regolatori già a sua disposizione, l’Unione potrebbe trasformare quel vantaggio in un’arma finanziaria capace di sottrarre miliardi di dollari di domanda al mercato del debito americano. A provare a stimarne la portata è stato il Kiel Institute, in un rapporto pubblicato di recente dal titolo provocatorio “Shorting America”. Tradotto: scommettere al ribasso sul debito americano. Non un piano d’azione per una guerra finanziaria, ma un inventario di ciò che potrebbe fare Bruxelles se le cose con Washington si mettessero male.
George Saravelos, analista della Deutsche Bank, lo aveva già sostenuto a inizio anno: “Gli Stati Uniti hanno una debolezza strutturale, dipendono dagli altri per finanziare il proprio deficit e l’Europa è il principale creditore americano. Usare il capitale come arma, più che i flussi commerciali, sarebbe di gran lunga la mossa più destabilizzante”. Una tesi che i numeri del rapporto Kiel confermano. Secondo i ricercatori dell’istituto tedesco, gli investitori europei – paesi dell’area euro più Regno Unito, Danimarca, Norvegia e Svezia – detengono asset americani per 9600 miliardi di dollari, contro i 6400 miliardi che gli investitori americani possiedono nel vecchio continente. Si tratta di un rapporto di 1,5 a 1 in favore dell’Europa, certificato dai dati del Fondo Monetario Internazionale e dal sistema Tic del Tesoro americano. Di quei 9600 miliardi di asset, 6600 sono in azioni, mentre circa un terzo – 3100 – è in titoli di debito, tra cui una quota cospicua di Treasury americani. Ed è proprio lì che si gioca la partita, perché è sul debito che si apre uno spazio di manovra.
I mercati lo sanno. Solo a gennaio il fondo pensione danese AkademikerPension ha annunciato di voler uscire completamente dai Treasury, citando i rischi legati alle politiche di Trump. Cifra in ballo: 100 milioni di dollari. Un importo irrilevante rispetto ai 30mila miliardi di titoli del Tesoro americano in circolazione, ma evidentemente non abbastanza piccolo da passare inosservato. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha sentito il bisogno di rispondere da Davos, bollando come “falsa” l’idea che l’Europa potesse usarli come arma. Eppure, non era un caso isolato. Nel corso del 2025 diversi fondi pensione danesi e svedesi avevano ridotto o azzerato le quote. Un movimento silenzioso, ma già in atto.
Il meccanismo che il rapporto Kiel identifica per mettere a frutto quel vantaggio va però oltre il quiet quitting spontaneo. Non servono vendite coordinate, né ordini agli investitori. Basta modificare le norme che regolano il modo in cui banche e assicurazioni europee contabilizzano i titoli di Stato americani. Attualmente, sulla scorta di due regolamenti Ue – il Solvency II per le assicurazioni e il Capital Requirements Regulation per le banche – i Treasury vengono trattati come privi di rischio. Coefficiente zero, nessun capitale da accantonare. Un privilegio che risale all’epoca in cui il debito dei paesi Ocse era considerato sicuro per definizione. Peccato che il debito pubblico americano oggi abbia superato il 120% del Pil e che le principali agenzie di rating abbiano già declassato i bond stelle e strisce. Ebbene, se Bruxelles cambiasse quella regola, tenerli nel portafoglio diventerebbe costoso, incentivando gli istituti finanziari europei a vendere. Una leva che concretamente, secondo le stime del rapporto, potrebbe pesare parecchio.
Sì, perché le assicurazioni europee detengono circa 165 miliardi in Treasury tra spazio economico europeo e Uk. La modifica regolamentare ne spingerebbe fuori circa 48 nel corso di un decennio. Dall’altro lato, le banche dell’area euro ne hanno almeno 350 sui propri libri contabili, quelle britanniche altri 300. Con un coefficiente al 20%, le prime potrebbero dismettere fino a 70 miliardi, le seconde altri 60, per un ammontare di 130 miliardi. E poi ci sono i fondi pensione, che pur non soggetti allo stesso meccanismo diretto, detengono circa 235 miliardi. Anche a un tasso di vendita pari a un terzo di quello delle assicurazioni, il contributo nell’arco del decennio sarebbe di circa 24 miliardi. Totale? Poco più di 200 miliardi sottratti alla domanda di Treasury in dieci anni.
Per capirci, è un quarto di quanto la Federal Reserve ha ritirato dal mercato tra il 2017 e il 2019, quando decise di ridurre il proprio bilancio vendendo titoli. Una manovra che all’epoca fece salire i rendimenti americani di 43 punti base, rendendo più costoso per Washington finanziarsi sui mercati. Con proporzioni simili, se le norme contabili venissero modificate e gli istituti europei disinvestissero, i rendimenti andrebbero su di 11-14 punti base. Con un risultato tra i 33 e i 42 miliardi di dollari di costo fiscale aggiuntivo per gli Usa ogni anno, pari al 20-25% del budget annuale dell’esercito americano. Per Filippos Petroulakis e Farzad Saidi, autori del report, è proprio questo il punto: continuare ad assegnare rischio zero ai Treasury non è una scelta tecnica neutrale, ma un vantaggio regolamentare per gli Stati Uniti difficile da giustificare. Eliminarlo non è un atto ostile verso Washington, bensì la correzione di un’anomalia. L’effetto geopolitico sarebbe solo un sottoprodotto, proprio per questo difficile da contestare.
Eppure non tutti condividono questa lettura. Per alcuni economisti gli asset europei in America sono in mano a migliaia di privati e una vendita massiccia non farebbe altro che far crollare il valore dei portafogli degli stessi venditori, senza contare che sui mercati alternativi non c’è spazio per ricollocare migliaia di miliardi. Per altri, invece, la leva non sta nello stock di titoli già detenuto ma nella domanda futura: meglio smettere di comprarne di nuovi che indurre a svendere quelli esistenti. A prescindere dalle obiezioni, quello che rimane certo è che un’arma finanziaria contro lo strapotere americano esiste, è nelle mani di Bruxelles e non richiede nessuna dichiarazione di ostilità. Se venisse usata, il segnale ai mercati sarebbe preciso e la solidità di Washington come debitore non sarebbe più data per scontata. La leva è lì, ed è solo da azionare, se le cose si mettono male.
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di Maria Sole Betti
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