L’Europa e le guerre di ieri e di oggi MALPENSA24



di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, al di là delle indecifrabili esternazioni del presidente americano, vi propongo alcune considerazioni sull’attualità. “Per restare liberi bisogna essere temuti e per essere temuti bisogna essere potenti. In questo mondo brutale dobbiamo agire più rapidamente e con maggior forza”. Possono sembrare le parole del solito Trump brutto e cattivo e invece appartengono al presidente francese Emmanuel Macron nel marzo 2026. Il quel periodo la Francia e la Gran Bretagna inviarono le loro portaerei nel Mediterraneo orientale, convinte che gli americani ne avessero bisogno. L’offerta fu accolta (questa volta) da un gentile rifiuto.

Il 2026 sembra aver segnato “il ritorno delle cannoniere” ma non è così. In realtà il mondo non ha mai abbandonato il ricorso alla forza. Solo chi ha una memoria un po’ “corta” o non ricorda la storia recente può credere a questa affermazione. Le guerre sono continuate subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, certamente con un ordine di grandezza diverso (se si può dire così). Alcuni ricordano la guerra causata dell’invasione della Corea del Sud, stretta alleata degli Stati Uniti, da parte dell’esercito della Corea del Nord comunista nel 1950. Dimenticano però colpevolmente le guerre di Mosca e Pechino, piuttosto numerose dal Tibet all’India, dalle invasioni sovietiche di Ungheria (Budapest) e Cecoslovacchia (Praga) a quella dell’Afghanistan, precedente a quella americana, per intenderci quella celebrata da un film di “Rambo”.

È certamente nella memoria di molti “la guerra del Vietnam”, il terribile conflitto che dal 1960 oppose statunitensi e vietnamiti del Nord iniziato nel 1960 e terminato il 30 aprile del 1975 sotto la presidenza Nixon. Dal 1960 il governo del Vietnam del Nord iniziò l’attività terroristica nei confronti del governo sudvietnamita che mise in allarme gli USA del presidente Kennedy che per primo potenziò notevolmente la presenza degli istruttori militari. In seguito al Nord venne costituito il Fronte di Liberazione Nazionale, più conosciuto come Viet Cong e la situazione, agli occhi degli Stati Uniti e dell’allora presidente Lyndon Johnson, divenne ancor più delicata. Si diffuse la preoccupazione che il Vietnam del Sud potesse cedere ai continui attacchi dei Vietcong, cadendo per intero sotto la sfera d’influenza sovietica. Il presidente USA decise allora di impiegare una maggiore quantità di forze militari per una guerra che avrebbe dovuto essere rapida. Come è ben noto così non fu. Si trattò di una guerra “asimmetrica” poiché vide fronteggiarsi da una parte un esercito ben attrezzato come quello statunitense, dall’altra un gruppo di guerriglieri abituati alle incursioni clandestine. Purtroppo l’esercito americano impiegò anche armi chimiche, altamente nocive come il napalm e l’Angent Orange, e così si rese colpevole di un’enorme quantità di vittime civili.

L’espressione “guerra del Kuwait” si riferisce principalmente alla prima Guerra del Golfo (1990-1991), un conflitto scatenato dall’invasione dell’emirato da parte dell’Iraq di Saddam Hussein il 2 agosto 1990. Ma in seguito possiamo elencarne molte altre. Ci siamo dimenticati delle guerre legate alla dissoluzione della Iugoslavia: la guerra dei dieci giorni in Slovenia (1991), la guerra d’indipendenza croata (1991–1995), la guerra in Bosnia (1992–1995), la guerra del Kosovo (1998–1999, con intervento NATO ed anche dell’Italia). E ancora la Guerra in Transnistria – Moldavia (1992) contro forze separatiste sostenuta dalla Russia. Poi la guerra in Afghanistan (2001–2021) – l’invasione guidata dagli Stati Uniti contro il regime talebano dopo gli attentati dell’11 settembre; la guerra in Iraq (2003–2011) – l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti; la guerra russo-georgiana (2008) – condotta dalla Russia contro la Georgia per le regioni di Ossezia del Sud e Abkhazia. Cari amici vicini e lontani, potrei continuare. Il mondo ha visto molte guerre ma noi (Europa) abbiamo fatto finta di non vedere.

Trump è certamente un personaggio anomalo con vari aspetti inquietanti e spesso incomprensibili, ma molto tempo prima della sua comparsa sulla scena internazionale, nel 2007 Putin proclamava urbi et orbi la volontà di ricostituire l’impero sovietico e lanciava una serie di invasioni, molto prima di quella terribile dell’Ucraina. Certo appare evidente che un presidente americano non può comportarsi come un autocrate russo o cinese. E poi l’obiezione forte: se l’America ha dato al mondo delle istituzioni sovranazionali a vantaggio di tutti non può convertirsi alla legge del più forte.

Abbiamo un’autentica adorazione per il “diritto internazionale” che viene usato dai più in maniera come minimo ipocrita, molte volte menzognero. Certo non ha fermato Putin quando ha deciso di invadere l’Ucraina. Caso mai lo hanno fermato la volontà del popolo ucraino di resistere e combattere e le armi fornite a Kiev dalla NATO. I nobili valori del “diritto internazionale” non vengono mai menzionati quando parliamo delle atrocità commesse dai miliziani di Hamas o quando non ricordiamo che per molti anni, anche durante gli anni “quieti” nel Medioriente, gli Hezbollah hanno lanciato missili e droni sul nord di Israele. Al contrario la forza delle armi per alcuni diventa una “cosa buona” a patto che abbia una adatta matrice, vuoi religiosa o etnica, vuoi ideologica.

Cari amici vicini e lontani, in Europa Merz, Macron, la Polonia, i paesi baltici, gli scandinavi, fors’anche l’Italia, hanno iniziato a comprendere che viviamo in un mondo dove i rapporti di forza contano, non solo da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca. Decenni di pacifismo a oltranza, di sonnambulismo dove la diplomazia poteva risolvere tutti i problemi internazionali, di protezione americana del suolo europeo ci hanno addormentati in un sonno colpevole. Oggi gli europei sembrano spettatori impauriti di fronte ai conflitti che si svolgono alle loro porte. Riusciranno “i nostri eroi” a risvegliarsi, a riarmarsi in modo adatto e credibile e quindi a contare sull’orizzonte internazionale? Spero proprio di si.

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