Diversi media hanno riportato che 5,9 miliardi di euro destinati alla produzione di droni sono stati esclusi dalla prima tranche a causa di preoccupazioni sulla corruzione in Ucraina. Questa versione è stata confermata dalla Commissione Europea.
Interessante notare che ora la UE parla di corruzione ucraina quando per 4 anni chiunque osasse parlare di questa evidenza veniva accusato di diffondere fakenews e propaganda filorussa. C’èra addirittura chi invocava l’intervento della Digos, auspicando la galera per questa feccia putiniana, come sua eccellenza Presidente del europarlamento Pina Picerno.
Lo stanziamento della prossima tranche da 3,7 miliardi di euro (che servirà per pagare le aziende europee produttrici di droni, è previsto per settembre a condizione che l’Ucraina dimostri di essere diventata impeccabile, rinnegando la corruzione che fa parte della cultura dei dirigenti ucraini fin dalla occupazione nazista degli anni Quaranta, proseguita durante l’era sovietica, perfezionata dopo l’indipendenza e ora regnante a tutti i livelli grazie alla guerra per procura voluta dalla NATO.
Dunque i soldini per i droni sono in forse. Complessivamente entro la fine di quest’anno l’Ue destinerà a Kiev 8,5 miliardi.
Quali scelte politiche sono state applicate e quale strategia si nasconde dietro il rilascio della prima tranche dei 90 miliardi di euro all’Ucraina?
Per rispondere appieno a questa domanda abbandoniamo per un momento il giusto sentimento di opposizione a questo folle conflitto voluto dall’Occidente fin dal 2014; la giusta avversione per un regime neonazista iper corrotto che ha accettato di fare una guerra per procura contro la Russia mettendo sul piatto la distruzione del suo Paese e della sua popolazione; la sacrosanta indignazione per una classe politica europea screditata e impopolare che sta distruggendo l’economia europea e compromettendo la sicurezza fisica di 400 milioni di cittadini europei per aiutare un Paese extraeuropeo dove i concetti di democrazia e rispetto dei diritti umani non entrano nemmeno nel vocabolario.
Abbandoniamo tutti questi incontestabili dati di fatto e analizziamo le scelte di Bruxelles all’interno di una ottica NATO partendo dal presupposto che la Russia sia veramente il nostro nemico mortale e che il sostegno all’Ucraina sia esistenziale per l’Europa dei “valori” e della “democrazia”.
Dietro la cifra di 3,2 miliardi c’è una scelta politica molto precisa: Bruxelles decide di finanziare la sopravvivenza dello Stato ucraino, ma non la sua reale capacità di combattere.
Il denaro va al “sostegno di bilancio”: stipendi dei dipendenti pubblici, servizi essenziali, pensioni, funzionamento delle istituzioni. È il respiro che permette a Kiev di non collassare amministrativamente mentre la guerra consuma le sue risorse sul fronte.
Il collasso comporterebbe tensioni sociali che immediatamente si trasformerebbero in rivolte armate. Già ora la popolazione non vede più ragioni per continuare a combattere una guerra persa ed è consapevole della corruzione endemica del regime.
La dimensione complessiva dell’aiuto europeo a Kiev: 90 miliardi, fa impressione e viene sbandierata nelle comunicazioni ufficiali come prova dell’“incrollabile solidarietà europea”. Ma il modo in cui questo pacchetto viene scomposto racconta una storia diversa.
L’Europa ha scelto di mettere in sicurezza il proprio ruolo di grande finanziatore, rimandando la decisione sul ruolo di co‑protagonista militare.
Dal 2022 l’Europa è in guerra contro la Russia, ma pretende di gestitire il conflitto con la mentalità del bilancio e col sangue degli ucraini. È la prima aggressione alla Russia strutturata sulla vigliaccheria. Dalle aggressioni polacche-estoni a Napoleone e Hitler, le truppe europee hanno combattuto in prima linea. Oggi hanno subappaltato il conflitto all’Ucraina…
Da due anni le istituzioni europee ripetono che “si tratta della nostra sicurezza”, che “quel che accade in Ucraina ridisegna l’architettura della sicurezza europea”. Lo dicono in ogni comunicato, in ogni visita a Kiev, in ogni risoluzione del Parlamento. Ma quando si passa dai principi agli strumenti, l’asimmetria è evidente: l’impegno è massiccio sul piano finanziario e macroeconomico, selettivamente esitante sulle capacità militari più sensibili, quelle che possono cambiare l’andamento della guerra.
La voce da 5,9 miliardi per la produzione di UAV e munizioni circuitanti viene rimandata, esclusa dalla prima tranche, congelata in attesa di “verifiche anticorruzione”. In termini politici, questo consente ai governi di rivendicare rigore e trasparenza. In termini militari, significa che una delle poche aree in cui Kiev ha dimostrato creatività e capacità di compensare l’inferiorità convenzionale: l’uso massiccio di droni in profondità sul territorio russo, viene tenuta ai margini del flusso europeo di denaro.
La contraddizione è netta: si afferma di voler impedire la vittoria russa, ma si rinvia il finanziamento del mezzo che oggi, più di altri, permette all’Ucraina di colpire raffinerie, depositi, nodi ferroviari, infrastrutture critiche all’interno della Russia. Permette anche di rallentare l’avanzata russa e di bilanciare temporaneamente le spaventose perdite subite dall’esercito. Si parla di oltre 2 milioni di soldati morti, feriti e dispersi a fronte di meno di 300.000 perdite russe. Dati censurati nella “libera” Europa ma di pubblico dominio in Ucraina e Russia.
Nel nuovo paradigma bellico emerso in Ucraina, i droni non sono un accessorio tecnologico: sono la “artiglieria delle Nazioni più deboli”, come ha ampiamente dimostrato l’Iran. Permettono di vedere oltre la linea di contatto, correggere il fuoco, colpire mezzi corazzati, trincee, blindati, ponti, convogli. Impediscono grandi raggruppamenti di truppe e consentono attacchi a lungo raggio su obiettivi strategici in territorio russo con costi enormemente inferiori rispetto ai missili.
Kiev ha costruito negli ultimi due anni una capacità dronistica ibrida, mescolando produzione domestica, adattamento di droni commerciali, crowdfunding interno e forniture europee. Gli attacchi contro raffinerie e strutture energetiche in Russia hanno mostrato che, con un numero sufficiente di droni, si può mettere in difficoltà la difesa antiaerea, obbligando Mosca a sparpagliare questi sistemi e ad aumentare i costi di protezione del proprio territorio.
È precisamente questo tipo di capacità che i 5,9 miliardi europei avrebbero dovuto consolidare ora: trasformare una filiera semi‑artigianale in un programma industriale coordinato, con standard e volumi paragonabili a quelli della Russia. Il ritardo significa che Kiev continua a combattere con una “economia dei droni di guerra” basata su una produzione non costante e insufficiente.
Sul fronte, la conseguenza è chiara: droni FPV, munizioni circuitanti e UAV di ricognizione sono necessari per contenere l’avanzata russa laddove l’artiglieria ucraina soffre la scarsità di munizioni e la fanteria l’inferiorità quantitativa. Rinviare i fondi significa ridurre la capacità ucraina di coprire ogni settore del fronte con un occhio elettronico, di distruggere sistematicamente i concentramenti di truppe, di rallentare assalti e rotazioni.
Ogni settimana persa si traduce in una colonna nemica non individuata, in una postazione russa consolidata, in nuove sconfitte.
La Russia ha adattato la propria strategia. Dopo il fallimento delle avanzate spettacolari della fase iniziale (2022), la linea di difesa che ha distrutto l’esercito ucraino nella disastrosa offensiva del 2023, dopo di ché ha scelto una guerra di logoramento, fatta di piccoli guadagni territoriali accumulati, sfruttando superiorità industriale e di manodopera.
L’esercito russo non cerca più di “sfondare” in un colpo solo, ma di erodere nel tempo la capacità ucraina di resistere. Una strategia che ha permesso di conquistare le maggiori roccaforti nel Donbass (in questa settimana sono cadute Kostantinovka e Lyman), di limitare sensibilmente la perdita di soldati e di evitare l’arruolamento di massa. Ora Sumy Kherson e Zaporijjia sono nel mirino di Mosca. Infine toccherà a Odessa. C’è chi parla addirittura di Kiev.
In questa guerra di logoramento ogni ritardo da parte europea è un vantaggio per la Russia. L’assenza, per mesi, di un sostegno europeo robusto sulle munizioni, i sistemi antiaerei e i droni si innesta perfettamente nella strategia del Cremlino. Mosca sa che il dibattito interno alla UE è lento, divisivo, frammentato.
Sa che questioni come la corruzione, la trasparenza del procurement, la paura di “militarizzare” la spesa pubblica diventano strumenti di procrastinazione.
Così, mentre si discute a Bruxelles di quando e come sbloccare i 5,9 miliardi per i droni, sul campo l’esercito russo consolida posizioni, mette pressione su nodi logistici ucraini, testa la tenuta delle linee difensive.
I progressi sono lenti, ma, se sommati nel tempo, diventano decisivi. È la logica del logoramento: non serve la vittoria lampo, basta che la controparte si svuoti gradualmente di risorse e morale.
La giustificazione ufficiale per il rinvio dei fondi destinati ai droni è la corruzione. Kiev viene richiamata alla necessità di garantire che i soldi non finiscano in circuiti opachi, che gli appalti siano trasparenti, che le forniture militari non diventino nuove occasioni di rent‑seeking. È una preoccupazione legittima, soprattutto per un’Unione che ha già dovuto affrontare scandali nel proprio sistema di spesa.
Ma la selettività con cui questa preoccupazione viene applicata è rivelatrice. Gli stessi timori sembrano pesare molto meno sul sostegno di bilancio, dove i flussi sono enormi, le filiere complesse e le opportunità di cattiva gestione non inferiori. Notare che il sindaco di Odessa (un fanatico nazionalista amico della First Lady e odiatissimo dalla popolazione) ha appena acquistato una villa miliardaria in Italia pur quadagnando 600 euro al mese per la carica istituzionale che ricopre.
Il messaggio implicito è che la corruzione è più “tollerabile” quando riguarda stipendi e spesa corrente che quando tocca l’acquisto di armamenti sensibili.
In realtà, in un contesto di guerra, la scelta di non correre alcun rischio sui fondi destinati ai droni equivale a un calcolo politico sbagliato e dannoso: meglio pagare il funzionamento dello Stato ucraino che esporsi a critiche interne per aver finanziato direttamente armi offensive in un Paese percepito come fragile sul piano della legalità.
Questo ragionamento porta ad un solo esito: la sconfitta poiché la corruzione perde di significato se di riesce a garantire la quantità di armi e munizioni per rafforzare la difesa e bloccare l’avanzata russa.
La corruzione diventa così un comodo argomento per rinviare le decisioni più controverse, anche a costo di indebolire la posizione militare di Kiev
Un sostegno che rende l’Ucraina dipendente ma non sovrana. La struttura degli aiuti europei, nel lungo periodo, rischia di trasformare il Paese slavo in una sorta di protettorato finanziario: uno Stato che può pagare (grazie alla UE) i suoi funzionari, mantenere aperti tribunali e scuole, ma che dipende da decisioni di naif leader europei per ottenere gli strumenti con cui difendere o riconquistare il proprio territorio.
La dipendenza dalla finanza europea e occidentale è ormai totale sul piano macroeconomico. Senza i pacchetti di sostegno al bilancio, la macchina statale ucraina si fermerebbe. Tuttavia la sovranità militare, la capacità di decidere quando e come colpire, resta condizionata dai ritmi e dai vincoli politici dei parlamenti e dei governi europei.
Il risultato è una “guerra condizionata”: si sostiene l’Ucraina fino al punto in cui non rischia di perdere rapidamente, ma non fino al punto in cui può realmente invertire la dinamica del fronte. Il corridoio di possibilità che si lascia a Kiev è quello del contenimento, non della vittoria.
In questa logica, i droni, arma offensiva, strumento di pressione sul territorio russo, sono più problematici di fondi per la burocrazia, e quindi vengono rinviati.
Questo è un messaggio ambiguo a Mosca e all’opinione pubblica europea.
In superficie, la comunicazione europea è forte, assertiva, piena di formule: “fermo sostegno”, “non volteremo lo sguardo”, “faremo ciò che è necessario”. Nel dettaglio, però, ciò che passa a Mosca è un messaggio ben diverso: l’Europa è pronta a spendere molto per mantenere in piedi lo Stato ucraino, ma esita quando si tratta di sostenere gli strumenti che portano la guerra dentro la Russia.
Per il Cremlino, questo è un segnale confortante. Indica che la UE non vuole spingersi oltre una certa soglia di coinvolgimento militare, per paura di escalation, di divisioni interne, di reazioni dell’opinione pubblica.
Indica che esistono margini di ambiguità che possono essere sfruttati, proprio perché la linea rossa europea è più politica che strategica.
“Uomini Senza palle” si sarebbe detto 80 anni fa…
Allo stesso tempo, l’opinione pubblica europea riceve una narrazione edulcorata: si parla delle cifre complessive, non della loro composizione; si enfatizza il “quanto” e si sorvola sul “come”. Il cittadino vede che “diamo miliardi all’Ucraina” e si chiede se non siano troppi.
Ma la domanda cruciale dovrebbe essere: stiamo finanziando ciò che incide davvero sull’esito della guerra, o stiamo semplicemente prolungando la durata del conflitto senza cambiare la correlazione di forze?
Fulvio Beltrami
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