La città è già oltre il punto dell’allarme. San Fruttuoso, Quinto, Cornigliano e Sampierdarena compongono ormai un referto abbastanza sobrio, fatto di aggressioni, risse pomeridiane a colpi di cinture, feriti da arma bianca alle fermate dell’autobus e ronde notturne di cittadini armati di spranghe per difendere i giardini sotto casa.
Le comunità per minori sono diventate il centro geometrico di una tensione permanente, mentre la Prefettura viene chiamata a rincorrere, di notte e d’urgenza, ciò che non è stato governato di giorno. Non si tratta di episodi isolati, ma del referto di un fallimento più ampio: un modello di gestione del disagio che fatica a produrre sicurezza, ordine e integrazione, ma produce atti, spesa pubblica, rendicontazioni e nuovi argomenti per continuare a esistere.
La domanda che resta fuori dagli atti è semplice: che cosa sta cambiando davvero fuori dagli uffici? Perché la strada, con la sua brutalità, sta mostrando i risultati reali di ciò che nei documenti viene presentato come accoglienza. Quando i residenti arrivano a organizzarsi da soli per difendere una pensilina dell’autobus, il problema non è più soltanto sociale o amministrativo, ma è già diventato territoriale.
Significa che il rischio è stato spostato dal fascicolo al marciapiede e che ai cittadini è rimasta la parte più concreta del problema: viverci dentro.
I dati della giustizia minorile in Liguria tolgono ogni spazio alla poesia. Nel 2025 gli arresti di minori sono aumentati del 17%, gli under 14 indagati sono passati da 313 a 347 e i reati sessuali commessi da adolescenti sono più che raddoppiati nel triennio. La Corte d’Appello descrive una devianza segnata da ferocia precoce e assenza di empatia. Significa che il disagio è sempre più giovane, aggressivo e sfrontato e che, davanti a questo panorama, non basta più mettere una presa in carico a verbale: bisogna capire se lo spazio pubblico resti ancora sotto controllo.
Dentro questo quadro arriva “Orizzonti di rinascita”, un hub di pronta accoglienza da 1,2 milioni di euro in due anni, finanziato dal Fondo nazionale per le politiche migratorie e affidato alla coprogettazione con il Terzo Settore. Équipe multidisciplinari, tavoli permanenti, reti, valutazioni e procedure compongono tutto ciò che serve per costruire una delibera amministrativamente impeccabile. Manca però la cosa più difficile da scrivere in un atto: il vincolo del risultato sul campo.
Un progetto pubblico non si giudica dalle riunioni convocate o dalle pratiche aperte, ma da ciò che cambia fuori dagli uffici. Bisognerebbe chiedere quanti ragazzi entrano stabilmente a scuola, quanti trovano un lavoro, quanti vengono sottratti alla strada e smettono di delinquere. Se queste risposte non esistono, il progetto non misura l’integrazione: misura soltanto la propria capacità di gestire il problema.
Una città chiede disperatamente sicurezza e riceve procedure; chiede presidio e riceve tavoli tecnici, come se la paura fosse un fascicolo da aggiornare e non il segnale più concreto di un territorio che sfugge di mano. La sicurezza nasce quando lo spazio pubblico torna controllabile, attraversabile e riconoscibile. Dove il disagio viene mediato, finanziato e lasciato crescere, il risultato è sempre lo stesso: il territorio arretra, la burocrazia avanza e la responsabilità si dissolve fino a diventare invisibile.
Lo stupore di oggi è la parte meno credibile della commedia, perché nulla di ciò che accade era davvero imprevedibile. Aver consegnato la città a una cultura politica fondata sulla diffidenza verso il controllo, sul sospetto verso ogni presidio e sulla trasformazione del disagio in materia amministrativa significa accettare, prima o poi, che il territorio presenti il conto. Per anni ci hanno spiegato che il problema non era il degrado, ma chi lo nominava, e che il pericolo non erano le strade insicure, ma chi chiedeva sicurezza. Alla fine, un certo modo di pensare produce sempre lo stesso risultato: trasforma il problema in gestione, la gestione in spesa, la spesa in consenso e il consenso in nuova dipendenza.
La beffa, per il cittadino, è quadrupla: paga il deficit di sicurezza con la paura, paga l’apparato con le tasse, paga il fallimento con nuovi fondi pubblici e paga il prezzo più alto, cioè la perdita della propria libertà quotidiana. Non è più soltanto il destinatario di una politica pubblica. Ne diventa il finanziatore obbligato, anche quando quella politica misura sé stessa più di quanto misuri la realtà.
Ecco perché è difficile immaginare che andrà meglio. Un sistema finanziato sulla permanenza dell’emergenza non ha molti incentivi a chiuderla. Ogni nuovo episodio può diventare una nuova ragione per chiedere fondi, attivare reti e rinnovare convenzioni. Una volta trasformato in bilancio, il problema smette di essere un’emergenza e diventa materia prima. Un ragazzo sottratto alla strada è una vittoria umana, ma per l’apparato è anche una pratica chiusa; e una pratica chiusa non genera più budget.
Ai cittadini resta una scelta degradante: arretrare o reagire, chiudersi in casa chiamando prudenza quella che è paura oppure organizzarsi da soli, con il rischio che la rabbia diventi tragedia. La ritirata e la ronda non sono alternative, ma due forme diverse della stessa identica resa. Quando lo Stato lascia vuoto il proprio posto, qualcuno lo occupa sempre. E il vuoto si riempie sempre con la cosa peggiore disponibile.
A Palazzo Tursi continueranno a mettere a verbale che la procedura è stata rispettata, perché negli uffici anche il fallimento può essere ricondotto all’ordine: basta dargli un numero di protocollo, una copertura finanziaria e una scadenza da rinnovare.
Fuori, invece, non esiste alcun protocollo capace di restituire a una città ciò che ha perduto per abitudine: il controllo dei propri spazi, la fiducia nei propri confini, la sensazione elementare di appartenere ancora al luogo in cui vive.
Cristiano Di Pino
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Redazione Genova
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