Una città perduta, una principessa tra mura bianche, ricchezze pregiate, e il suono di una campana che continua ad attraversare le epoche. Tra i laghi di Ganzirri e Faro a Messina, dove il mare incontra la terra e la realtà sembra confondersi con l’immaginazione, da secoli si tramanda una storia che nessuno è mai riuscito a dimostrare. Si tratta della leggenda di Risa, la città che, secondo la tradizione popolare, sarebbe sprofondata nelle acque dello Stretto, lasciando dietro di sé soltanto rovine invisibili, il rintocco di una campana nelle notti di tempesta e il riflesso di antiche mura che, nelle giornate più limpide, sembrerebbero riaffiorare dal fondo del Lago di Faro. Una cosa è certa: il paesaggio di questo angolo di Sicilia conserva caratteristiche tanto insolite da aver reso questa leggenda sorprendentemente credibile.
Un’antica città perduta
Risa era una ricca città sorta nei pressi dell’attuale Capo Peloro, governata da una principessa che portava il suo stesso nome. Circondata da mura bianche e favorita dalla posizione strategica tra Ionio e Tirreno, sarebbe stata un importante centro di commerci fino al giorno in cui un violento terremoto – o, secondo altre versioni, un castigo divino – la fece sprofondare nelle acque del Pantano Piccolo, l’attuale Lago di Faro. Da allora la città sarebbe rimasta nascosta sotto il fondale, a circa trenta metri di profondità.

Ricostruzione tridimensionale dell’andamento dei fondali del lago. La fossa ha una profondità di 28 m.
La leggenda racconta che, nelle giornate particolarmente limpide, sia ancora possibile distinguere profili di mura e costruzioni sommerse, mentre nelle notti di tempesta il suono della campana della chiesa emergerebbe dal lago per avvertire i pescatori dell’arrivo del maltempo. Questo aspetto però, contrasterebbe con la ricostruzione storica delle epoche: qualora Risa fosse esistita, sarebbe stata di certo collocata in epoca precristiana. Impossibile dunque trovare chiese all’interno della città. Anche il suono, di certo, sarebbe trascinato dai venti che dilagano la zona, facendo sembrare vicino qualcosa che nella realtà è molto distante. In altre versioni del racconto, a custodire quelle rovine sarebbe la Fata Morgana, figura legata ai fenomeni di rifrazione ottica tipici dello Stretto.
Il luogo del mito
La leggenda nasce in uno dei luoghi più suggestivi e singolari della Sicilia. A Capo Peloro, l’estrema punta nord-orientale dell’Isola, si incontrano il Mar Tirreno e il Mar Ionio, dando vita a uno dei tratti di costa più dinamici del Mediterraneo. Il promontorio domina un paesaggio caratterizzato da lagune costiere, dune sabbiose e specchi d’acqua salmastra unici nel loro genere. Anche il toponimo Peloro è stato tradizionalmente ricondotto a figure e racconti del mito classico legati allo Stretto di Messina. Qui si trovano i laghi di Ganzirri e Faro, residui di antiche insenature marine oggi riconosciuti come ecosistemi di grande valore naturalistico, oltre che da secoli legati alla pesca e alla molluschicoltura.

In questo scenario, dove il mare cambia continuamente aspetto e i fenomeni atmosferici possono alterare la percezione dell’orizzonte, la leggenda di Risa ha trovato un terreno fertile. Per i messinesi, infatti, non rappresenta soltanto una storia da tramandare, ma una chiave di lettura del territorio e delle sue radici più profonde. Come accade per Colapesce o per Scilla e Cariddi, anche questo racconto interpreta simbolicamente un paesaggio complesso.

Quando una leggenda legge il paesaggio
Se la città di Risa appartiene al mito, alcuni elementi del paesaggio che la ospita sono invece perfettamente reali. Lo sottolinea il professor Salvatore Giacobbe dell’Università di Messina, secondo cui non esistono, allo stato attuale, evidenze archeologiche o studi storici in grado di dimostrare l’esistenza della città sommersa. La leggenda, tuttavia, affonderebbe le sue radici in caratteristiche geologiche e storiche ben precise. Sul fondo del Lago di Faro si estende infatti una lunga formazione rocciosa naturale che attraversa il bacino dividendolo in due settori. Per la sua forma regolare, quasi verticale, questa parete può essere facilmente scambiata per un muro costruito dall’uomo, alimentando l’idea che sotto le acque si nascondano i resti di un antico insediamento.
Gli studi del docente suggeriscono invece che proprio su questa struttura, tra l’età pre-greca e quella greca, potesse sorgere un’area di culto. Le fonti antiche parlano infatti di un santuario dedicato a Nettuno in un punto non meglio identificato dei laghi, mentre le ricerche di Giacobbe ipotizzano l’esistenza di uno spazio sacro dedicato inizialmente a una divinità femminile orientale della fertilità, poi assimilata dai Greci a una ninfa delle acque. È quindi plausibile che sotto i sedimenti possano ancora conservarsi tracce di queste frequentazioni religiose, senza che ciò costituisca una prova dell’esistenza della leggendaria città di Risa.

Due mondi sovrapposti
A rendere ancora più credibile la leggenda sono soprattutto le caratteristiche uniche del Lago di Faro. Come spiega Giacobbe, il bacino più profondo raggiunge oggi circa ventotto metri e presenta una conformazione a imbuto che impedisce il ricambio delle acque negli strati inferiori. Qui l’ossigeno è praticamente assente e l’ambiente è dominato da microrganismi che producono composti solforati, rendendo il fondale anossico e inospitale per qualsiasi forma di vita macroscopica.
Già gli antichi Greci conoscevano questa particolarità e associavano quelle acque oscure alle divinità infere. Da questa percezione nacquero racconti di luoghi maledetti e di acque velenose, come testimonia una leggenda secondo cui un uomo, nel tentativo di misurare la profondità del lago con una corda, sarebbe stato costretto a immergere un braccio nell’acqua, ritraendolo ormai privo di vita. Un episodio simbolico, osserva il docente, che trasforma in racconto popolare una caratteristica naturale realmente percepibile: basta infatti superare la fascia superficiale del lago per assistere a una brusca transizione tra un ambiente ricco di vita e uno completamente buio, torbido e privo di organismi visibili, quasi due mondi sovrapposti.

A questo scenario si aggiungono le frequenti illusioni ottiche favorite dalla particolare stratificazione dell’aria nello Stretto, fenomeni simili alla Fata Morgana che, nelle giornate più limpide, possono far apparire le strutture geologiche del fondale come mura, edifici o castelli sommersi, contribuendo nei secoli ad alimentare il racconto della città perduta.
Una cosa è sicura: in questo equilibrio tra realtà e immaginazione, Risa continua a occupare un posto speciale nella memoria dello Stretto.

Riproduzione recente della originaria mappa dei lotti in concessione ai molluschicultori
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Davide La Cara
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