Costano sempre più care le ossessioni di Vladimir Putin per la sicurezza sua e della Federazione russa, che causano una frequente interruzione di internet nelle principali città russe. La conseguenza è la necessità di usare i contanti per i pagamenti, con impatto sulle banche, sempre più a corto di liquidità, e quindi sempre più in difficoltà.
Costi che si aggiungono a quelli già enormi, umani ed economici, derivanti dalla lucida follia putiniana, riemersa il 23 giugno in occasione dell’incontro del presidente russo con i neodiplomati delle accademie militari, consistente in una guerra basata sulla convinzione che in Ucraina fosse avvenuto un colpo di stato, che aveva portato al potere un regime anti-russo, sostenuto da un Occidente “pseudo-democratico”, pronto ad attaccare la Russia, come fece Adolf Hitler con l’Urss nel giugno 1941, e che continuamente provoca la Russia, come prova l’attacco alla regione ucraina del Donbass effettuato nel 2014, da parte dello stesso esercito ucraino, che ha “obbligato” l’esercito russo ad intervenire, beninteso, a quel punto non solo nel Donbass, ma prima in Crimea, e poi nel 2022 in tutta l’Ucraina.
È inutile ricordare che tali convinzioni sono prive di qualsiasi elemento fattuale, come è palese a chiunque abbia seguito quanto è avvenuto in Ucraina negli ultimi anni, dove non vi è stato nessun colpo di stato, salvo considerare tale le proteste di una popolazione che si riunisce pacificamente nelle piazze per contestare la politica del governo. Né il buon Vladimir, o i suoi addetti alla propaganda, hanno mai messo a disposizione prove documentali per queste affermazioni. Per contro, la stampa russa, anche quella più allineata al pensiero unico del Cremlino, non riesce a nascondere i disagi sempre crescenti, vissuti dalla gente comune e dalle imprese operanti a Mosca e dintorni, dovuti alla guerra e alle connesse conseguenze.
Certo è che leggendo i giornali russi dallo scoppio della guerra in poi, si ha l’impressione che Putin, che si ritiene il più grande benefattore della patria di Lenin nella millenaria storia del popolo che usa il cirillico, non si curi molto dell’economia, e tanto meno dei numeri, come dimostra, da una parte, il blocco del pallottoliere delle vittime russe del conflitto, e dall’altra, le cifre che misurano i fenomeni economici in continuo peggioramento, che avvengono nella Federazione russa, ed in particolare il loro colore rosso, tanto da far pensare che il leader di tutte le Russie sia daltonico.
Un esempio dello scadimento della qualità della vita dei sudditi putiniani, che lascia del tutto indifferente l’inquilino del Cremlino, è raccontato da un articolo di Izvestia del 25 giugno, a cura di Anatoly Tseiko e Milana Gadzhieva. L’incipit del pezzo preoccuperebbe qualsiasi economista: “il passaggio dei russi al contante ha lasciato le banche senza 2.000 miliardi di rubli di liquidità [quasi 25 miliardi di euro, ndr]”. In sostanza, si apprende che dall’inizio del 2026, il volume del contante in circolazione in Russia è aumentato di 1.700 miliardi di rubli (quasi 20 miliardi di euro), un incremento 2,3 volte superiore a quello che ha avuto luogo nell’intero 2025. Gli esperti, intervistati da Izvestia, attribuiscono questa preferenza (inedita) per il cash alle interruzioni di internet, ai controlli più severi sui trasferimenti di soldi, ai tassi di interesse sui depositi più bassi, e alle modifiche fiscali, che hanno reso i pagamenti in contanti più convenienti per le imprese. Tutto questo, oltre a costituire un disagio per le famiglie, rappresenta un grosso problema per le banche, come spiega il quotidiano di Mosca.
Infatti, il deficit di liquidità delle banche è quasi quadruplicato da inizio 2026 ad oggi, passando da 0,6 trilioni di rubli (7 miliardi di euro), a 2 trilioni (23 miliardi), secondo i dati della Banca Centrale Russa. È il caso di ricordare che la liquidità del settore bancario è data dai fondi disponibili che gli istituti di credito possono impiegare per erogare prestiti, acquistare titoli, e adempiere ad altre operazioni richieste dai correntisti. Ne consegue che quando i clienti prelevano contanti in massa, le banche, per continuare a funzionare, sono costrette a richiedere fondi in prestito alla Banca Centrale, ad altre banche, o sul mercato, emettendo titoli (azioni e obbligazioni). Ma se tutte le banche cercano fondi contemporaneamente, sale il tasso di interesse, e quegli istituti, con pochi titoli da dare in garanzia, falliscono. Ed è questo lo scenario che si paventa in Russia, visto che la continua crescita della domanda di contante da parte di famiglie e imprese.
A dare implicitamente la colpa di tutto questo a Putin è addirittura un suo dipendente, ossia Alexey Voylukov, professore in pratica aziendale e finanza digitale nel MBA presso l’Accademia presidenziale! Secondo questo economista “l’aumento della domanda di contanti è dovuto alle interruzioni di internet mobile, che hanno colpito inizialmente singole regioni e poi le principali città”. In sostanza si spiega che in situazioni in cui le infrastrutture di comunicazione e di pagamento sono interrotte, i cittadini preferiscono detenere contanti per essere sicuri di disporre di mezzi di pagamento.
Comunque ci sono altri motivi che spiegano il maggior ricorso ai soldi cash. Per Natalia Milchakova, analista di Freedom Global, “la tendenza di crescita dell’uso del contante è stata influenzata anche dalla riduzione dei tassi sui depositi, che ha seguito il progressivo taglio del tasso di riferimento della Banca Centrale [passato nell’ultimo anno dal 21% al 14,25%, ndr]”. Insomma, con il graduale calo dei rendimenti dei depositi, alcune persone sono diventate meno interessate a depositare i propri fondi disponibili in banca, preferendo invece tenere, almeno in parte, i propri risparmi in contanti.
Un altro fattore che spinge per la crescente preferenza degli eredi di Tolstoj verso la moneta sonante è la necessità di effettuare pagamenti fuori dal paese, in occasione di viaggi all’estero, non essendo utilizzabili altrove le carte russe, né avendo a disposizione le carte di credito internazionali, essendo stata la Russia disconnessa dalle società che le gestiscono, nel quadro delle sanzioni internazionali. A dirlo è sempre Voylukov, che aggiunge: “Le modifiche alla legislazione fiscale stanno alimentando la domanda di contanti, tanto che le Pmi [russe] cercano talvolta di ottimizzare i costi finanziari, offrendo ai clienti sconti per i pagamenti in contanti”. Che la febbre per il cash stia crescendo lo ricorda pure Alexey Rodin, consulente finanziario, e fondatore della società Rodin Capital: “Mentre solo un anno fa appena il 23% degli intervistati nelle grandi città dichiarava di avere l’abitudine di tenere contanti nel portafoglio, ora questa percentuale si avvicina al 50%”.
Continuando a leggere l’articolo di Izvestia si apprende che per il momento il sistema bancario russo conserva un margine di sicurezza, come sottolinea Pavel Neumyvakin, vicepresidente esecutivo dell’Associazione delle banche russe. Tuttavia, alcune banche hanno già iniziato a richiedere attivamente prestiti all’autorità di vigilanza: ad aprile i prestiti dalla Banca Centrale diretti alle banche russe sono aumentati del 18%, arrivando a 6.100 miliardi di rubli.
La situazione di liquidità tra le singole banche rimane però disomogenea. Alcuni istituti di credito trasferiscono liquidità alla Banca Centrale, mentre altri sono costretti a richiedere all’istituto di emissione fondi in prestito, offrendo titoli in garanzia. Il problema è che se il valore degli asset offerti in garanzia all’autorità monetaria dovesse ridursi, ecco allora che i prestiti necessari per tenere a galla le banche diventerebbero più aleatori, e l’intervento della Banca centrale per il salvataggio di banche al di fuori delle regole alimenterebbe una crisi di fiducia nel rublo, oltre che nelle banche russe stesse, circostanza che potrebbe poi determinare una corsa agli sportelli, e la chiusura di molte banche. Al di là di questi possibili scenari di crisi, allo stato attuale delle cose ancora non probabili, è invece molto più probabile, con la scarsa liquidità del sistema bancario russo, che la politica monetaria decisa dalla governatrice Nabiullina risulti inefficace sul fronte della riduzione del costo del denaro, come spiega Denis Astafyev, gestore di fondi e fondatore della piattaforma fintech SharesPro: “Anche se la Banca centrale abbassasse il tasso di riferimento, le banche non sarebbero in grado di ridurre i tassi di interesse sui prestiti con la stessa rapidità, perché i loro costi di finanziamento aumenterebbero [per via della mancanza di denaro nel sistema, il cui prezzo crescerebbe, come avviene con tutte le merci rare, aumentando quindi i tassi di interesse, ndr]”.
Di conseguenza, gli istituti finanziari sarebbero costretti a indebitarsi a tassi più elevati, il che potrebbe incidere sul costo dei prestiti per privati e imprese, come preconizza Rafael Abrahamyan, presidente della holding Finbridge, il quale poi rincara: “ci sono tutte le premesse perché il deficit [di liquidità] peggiori entro la fine dell’anno”. I primi effetti del calo di liquidità si stanno già riverberando sui prestiti: quelli al consumo sono in calo di circa il 2% su base annua, ed i prestiti alle piccole e medie imprese sono in diminuzione del 7%. Ma la situazione sempre più critica della liquidità del sistema bancario russo non è l’unica spada di Damocle che pende sulla testa di Putin e dei suoi sudditi. Sono molti, infatti, gli ostacoli ed i problemi che devono essere affrontati in Russia, come raccontato in precedenti articoli in questo giornale, ma vista l’ottusa determinazione del presidente a conquistare il più possibile i territori ucraini, e a continuare quindi il conflitto, tutto lascia immaginare che si aspetterà che la spada caschi sulla testa.
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di Massimiliano Di Pace
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