Roma, 28 giugno 2026 – L’Italia non è un Paese senza desiderio di figli. È un Paese in cui troppi figli restano desiderati e non realizzati. È questo il nodo più forte dell’indagine WelFerPoli rilanciata da Neodemos: la denatalità italiana non nasce soltanto da un mutamento culturale, né dal semplice rifiuto della genitorialità. Nasce soprattutto da uno scarto crescente tra ciò che uomini e donne vorrebbero costruire e ciò che riescono davvero a permettersi dentro una vita segnata da lavoro instabile, redditi insufficienti, casa difficile, servizi incompleti e tempi sempre più lunghi per diventare adulti. L’indagine, condotta su circa 6.000 persone tra 25 e 49 anni nate e residenti in Italia, mostra che solo il 16% non considera i figli parte del proprio progetto di vita, mentre il 68% vorrebbe averne due o più.
Il divario
Il dato decisivo è proprio il divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata. Secondo Neodemos, il numero medio di figli desiderati è pari a circa 1,8 tra gli intervistati dai 35 anni in su e a 1,6 tra i 25-29enni. Sono valori già inferiori alla tradizionale “norma” dei due figli, ma restano comunque molto superiori alla fecondità effettiva delle donne italiane, pari a 1,11 figli per donna nel 2024. Questo significa che la crisi demografica non fotografa solo scelte individuali diverse dal passato: fotografa aspirazioni non compiute, progetti rinviati, seconde nascite mancate, coppie che avrebbero voluto figli prima e non ci sono riuscite. Nella fascia 45-49 anni, cioè quando la vita riproduttiva è ormai prossima alla conclusione, il 53,4% delle donne e il 55,3% degli uomini dichiara di avere avuto meno figli di quanti ne desiderasse. Il divario medio è di 0,7 figli per le donne e di 0,8 per gli uomini. È un dato politicamente molto più forte di qualunque appello generico alla natalità: oltre metà di una generazione arriva alla soglia dei cinquant’anni con un bilancio familiare inferiore a quello immaginato.
Il tempo perduto
C’è poi una seconda frattura, meno visibile ma altrettanto decisiva: quella tra l’età desiderata e l’età effettiva al primo figlio. Tra chi ha avuto il primo figlio tra i 30 e i 34 anni, il 65% delle madri e il 47% dei padri afferma che avrebbe voluto averlo prima. Tra chi lo ha avuto tra i 40 e i 44 anni, la quota sale al 96% delle madri e al 95% dei padri. Anche la metà degli intervistati senza figli dichiara che avrebbe desiderato averne in precedenza.
È qui che la denatalità italiana mostra il suo meccanismo più potente: il rinvio. Si rinvia l’autonomia dalla famiglia d’origine, poi la stabilizzazione lavorativa, poi la casa, poi la coppia, poi il primo figlio. Ma il calendario biologico non aspetta il calendario sociale. Istat, nel Rapporto annuale 2026, segnala che nel 2025 le nascite sono scese a 355mila unità, con un calo del 3,9% sull’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna ha toccato il minimo storico di 1,14 e l’età media al parto è arrivata a 32,7 anni.
Le cause materiali
L’indagine WelFerPoli conferma che le ragioni principali dei figli mancati sono economiche e strutturali: incertezza lavorativa, politiche familiari insufficienti, condizioni abitative inadeguate. Tra i più giovani pesano anche l’assenza di un partner e una più generale sfiducia nel futuro; con l’avanzare dell’età diventano più rilevanti salute, infertilità e limiti biologici. La stessa Istat, nel report sulle intenzioni di fecondità, mostra che nel 2024 solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni intende avere un figlio nei tre anni successivi, contro il 25% del 2003. Oltre 10,5 milioni di persone non vogliono figli o altri figli né a breve né in futuro; tra le motivazioni, un terzo cita ragioni economiche, il 9,4% condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% la mancanza di un partner. Il punto non è che gli italiani abbiano smesso di immaginare la famiglia: è che sempre più spesso la considerano incompatibile con la propria condizione concreta.
Donne, lavoro e penalizzazione
La maternità resta uno dei passaggi in cui la disuguaglianza di genere diventa più evidente. La metà delle donne pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le proprie opportunità lavorative; tra le 18-24enni la quota supera il 65%. Tra gli uomini, invece, il 59% non prevede effetti negativi su di sé. È la fotografia di un mercato del lavoro in cui la genitorialità continua a essere percepita come un costo prevalentemente femminile.
Eppure i dati smentiscono l’idea che lavoro femminile e natalità siano in contraddizione. Istat rileva che, tra le donne che nel 2016 avevano espresso intenzioni positive di fecondità, solo il 40,4% le ha realizzate nei tre anni successivi; ma la probabilità di riuscirci cresce tra le donne più giovani, più istruite, già madri e occupate. Le laureate hanno quasi il doppio della probabilità di realizzare le proprie intenzioni rispetto a chi ha al massimo la licenza elementare; le occupate hanno oltre un terzo di probabilità in più rispetto a chi non lavora.
I giovani non dicono no: dicono “non ancora”
La narrazione sui giovani senza figli va quindi corretta. Quasi il 90% dei 18-24enni non intende avere un figlio entro tre anni, ma tra questi l’81,8% dichiara di volerne in futuro. Non siamo davanti a una generazione che rifiuta in blocco la genitorialità; siamo davanti a una generazione che la sposta più avanti, spesso per completare gli studi, trovare un lavoro, costruire una minima autonomia. Il rischio, però, è che il “non ancora” diventi “troppo tardi”.
Il nodo politico
Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione ha definito questa distanza la vera crisi della fecondità: non l’astratto aumento o calo della popolazione, ma l’incapacità delle persone di realizzare liberamente i propri obiettivi riproduttivi. Secondo l’UNFPA, gli ostacoli sono spesso gli stessi ovunque: precarietà economica, discriminazioni di genere, mancanza di sostegno, servizi di cura insufficienti, pessimismi sul futuro. La risposta, dunque, non può essere un pronatalismo retorico, ma la costruzione delle condizioni che rendono effettiva la scelta di avere figli. Per l’Italia questo significa spostare il baricentro delle politiche: meno misure episodiche, più infrastrutture di vita. Servono salari adeguati, contratti stabili, accesso alla casa, asili nido, congedi realmente condivisi, protezione delle carriere femminili, welfare territoriale, sostegni continuativi e non bonus temporanei. La natalità non si rilancia chiedendo alle coppie di assumersi da sole un costo sociale crescente. Si rilancia riducendo quel costo.
Dei neonati in culla (foto di archivio)
La conclusione
L’indagine Neodemos-WelFerPoli dice una cosa semplice e severa: l’Italia non è senza figli perché non li vuole, ma perché troppo spesso non li regge. Il figlio mancato non è soltanto una statistica demografica; è il segno di una promessa sociale non mantenuta. È la misura di un Paese che chiede ai giovani di diventare autonomi senza offrire stabilità, alle donne di lavorare senza penalizzazioni ma senza servizi sufficienti, alle famiglie di fare figli mentre casa, reddito e cura restano problemi privati. Per questo la denatalità non è un tema laterale. È una questione economica, sociale e nazionale. Meno figli oggi significano meno lavoratori domani, più pressione su pensioni e sanità, più squilibrio tra generazioni, più fragilità dei territori. Ma prima ancora di essere un problema per i conti pubblici, è un problema di libertà concreta. Ogni figlio desiderato e non nato racconta lo stesso fallimento: quello di un sistema che considera la natalità una scelta privata, mentre ormai è una delle grandi infrastrutture pubbliche del futuro italiano.
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