la lussuosa collaborazione tra maison e chef stellati



Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l’ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di come la lingua della moda si intreccia con quella del settore gastronomico, dalla foodification dei vestiti alle collaborazioni tra grandi chef e maison. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


«La cucina, come la moda, è un linguaggio contemporaneo. Nasce dalla conoscenza della tradizione, ma trova il suo senso solo quando ha il coraggio di reinterpretarla». Quando, anni fa, avrà visto comparire Marco Bizzarri sulla schermata del suo telefono, Massimo Bottura deve aver pensato fosse una chiamata come tante altre.

Lo chef tristellato, patron di Osteria Francescana, e il ceo di Gucci si conoscono dai tempi del liceo, vissuti spalla a spalla nello stesso banco. Bizzarri quella volta invece aveva altro da proporgli. «Un appuntamento al buio. Mi disse semplicemente: “Voglio presentarti una persona”. Quella persona era Alessandro Michele».

Con il direttore creativo della maison fiorentina «ci siamo trovati subito, entrambi credevamo che la creatività dovesse essere il centro del progetto, senza limiti e senza compartimenti stagni. Stavamo immaginando un luogo dove cucina, arte, design, artigianalità e moda potessero contaminarsi liberamente, alimentandosi a vicenda». In due parole: Gucci Osteria.


Aperta nel 2018 a piazza della Signoria a Firenze, è stato anzitutto un modo per mescolare due eccellenze del patrimonio italiano. Se la moda aveva già il suo rappresentante nella maison, mancava un volto che incarnasse l’alta gastronomia. Affidarsi a Bottura è stato un passo naturale. «Non mi hanno chiesto semplicemente di firmare un ristorante. Ma di portare una visione», ci spiega lo chef.

«Sapevo che Marco non mi stava chiedendo di mettere una firma su un’insegna, ma di costruire insieme qualcosa di autentico. Gucci Osteria è nata così: non come un’operazione di branding, ma come un laboratorio creativo dove ogni dettaglio contribuisce a costruire un’esperienza culturale. Un luogo in cui il lusso non è ostentazione, ma libertà di immaginare».

Firenze-Tokyo, con scalo a Seul

Tra sfarzo rinascimentale e uno stile inconfondibile, l’identità del brand è chiara. Vale lo stesso per la mano dello chef Bottura. «Come nella moda, anche in cucina ogni dettaglio racconta una storia. Il menu non veste Gucci, né Gucci veste il menu. Dialogano, si ispirano a vicenda», aggiunge.

La casa di moda «ha sempre avuto il coraggio di rompere gli schemi, di mescolare linguaggi, epoche e riferimenti culturali. È la stessa libertà creativa che cerchiamo nei nostri piatti. Per me il vero lusso non è l’eccesso. È l’emozione che rimane nella memoria. Se un piatto riesce a emozionare come un abito o un’opera d’arte, allora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Sia Gucci sia la mia cucina credono che il passato non sia qualcosa da conservare sotto una teca di vetro, ma una materia viva da interpretare».

A guidare la cucina di Gucci Osteria è Takahiko Kondo. Arrivato 26 anni fa dal Giappone per approfondire meglio l’arte e la moda, finisce a lavorare all’Osteria Francescana, dove rimane per 17 anni. Poi, nel 2022, “Taka” arriva a Firenze come executive chef della Gucci Osteria. Un anno fa, la maturazione definitiva lo porta a capo della brigata. Il legame tra la maison e il Giappone, e più in generale con l’Asia, non è dovuto solo alla presenza dello chef Kondo.


A dirigere da poco più di un anno la sede di Tokyo, aperta nel cuore della capitale nipponica, è la chef Raffaella De Vita. Poi è stata la volta di Seul. È nella metropoli sudcoreana, al quinto piano della boutique flagship Gucci Cheongdam, che la maison trova la sua nuova casa gastronomica. Nel 2024, per la sfilata all’interno del Palazzo Gyeongbokgung, lo chef Hyungkyu Jun ha fuso le due culture.

Ad esempio reinterpretando il tradizionale piatto coreano Domi Jim, presentato con un brodo di vongole e zafferanno giallo, guazzetto con le lische di orata, salsa verde al prezzemolo, contornato da funghi corallini e auricularia.

Lusso mondiale

Affacciato sul Mausoleo di Augusto, in pieno centro a Roma, sulla terrazza del quinto piano del Bulgari Hotel c’è il Ristorante – Niko Romito. Anche qui la joint venture è di successo. Il menù degustazione presenta piatti che esaltano le materie prime nostrane, declinanate nel lusso stile Bulgari.

Anche se non è una collaborazione ufficiale, è sintomatico che Langosteria abbia aperto il suo ristorante di lusso dentro Palazzo Fend nel quartiere Montenapoleone. Sempre in quei paraggi, nell’ex cortile di Palazzo Taverna, l’anno scorso Louis Vuitton ha inaugurato il Da Vittorio Café con la famiglia Cerea, con accesso diretto al negozio nel cuore della moda milanese.

L’aria di Milano si respira anche a New York. A Madison Avenue, all’interno della sua boutique, Giorgio Armani ha aperto anche un ristorante. Realizzato in perfetto stile Armani/Casa, è composto da uno champagne bar, un salone principale e un’area riservata per eventi. Il menù riporta tutti i sapori della tradizione italiana, proprio come nelle altre sedi sparse per i vari continenti, tra bar e ristoranti targati Re Giorgio.


Per immergersi nell’esperienza omakase, nel suo store parigino, Yves Saint Laurent ha avviato una collaborazione con lo chef minimalista Peter Park, anima e corpo del Sushi Park di Los Angeles.

Tempo al tempo

Quando in via Torino aveva aperto il Ristorante Fiorucci, più di qualche milanese deve aver borbottato. Tante, troppe novità per poter essere recepite tutte assieme. Nel 1974 l’Italia non era ancora pronta ad accettare un posto che fondeva l’estetica con la gastronomia, dove il marchio era parte integrante dell’offerta. E infatti cinque anni dopo la saracinesca venne abbassata, mettendo fine all’esperienza.

Ma nell’aprire il suo secondo negozio, tre piani a pochi passi dal Duomo, Fiorucci aveva capito in che direzione stava andando il mondo. Dentro ci infilò (anche) un ristorante che rimaneva aperto “tutta la notte”, come racconterà in un’intervista. È lì che, per la prima volta nel nostro paese, portò quella polpetta di carne cotta alla brace tanto adorata dagli americani. Sempre a modo suo. Tipico piatto da street food, nel Ristorante Fiorucci veniva elevato a piatto gourmet, servito su piatti di porcellana firmati Ginori. Anche quando a tavola, l’occhio pretende la sua parte.

Quell’idea così radicale nata a Milano (e dove sennò?) oltre cinquant’anni fa, oggi è diventata mainstream. Aprire una cucina con il nome di una maison serve anzitutto per espandere il campo di azione. È un modo diverso per creare appartenenza con la propria comunità, dando a (più o meno) tutti la possibilità di far parte della famiglia. Sotto certi aspetti, è una democratizzazione del lusso. L’alta moda ha ormai capito che la ristorazione è un asset da cui poter monetizzare. Fiorucci aveva solo sbagliato i tempi.


Errata corrige: la versione uscita su carta di questo articolo conteneva due imprecisioni. La head chef di Gucci Osteria Tokyo oggi è Raffaella De Vita, non più Antonio Iacoviello, e non c’è una partnership tra Langosteria e Fendi. Ci scusiamo con le persone interessate e con i lettori.


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 Lorenzo Santucci

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