A volte ritornano. Dopo la tempesta della globalizzazione e l’ascesa dei privati nell’economia globale, soffia ora un vento nuovo, quello delle grandi nazionalizzazioni. A focalizzare il nuovo trend è l’economista Nicholas Mulder, professore di storia moderna presso la Cornell University e autore di The Age of Confiscation: Making and Taking Property in the Creation of the Modern World, che uscirà in autunno. “I governi – ha anticipato in un articolo per la rivista F&D del Fondo Monetario internazionale – stanno rilevando imprese private e risorse al ritmo più veloce degli ultimi 50 anni. Sulla base delle molteplici ondate di nazionalizzazioni del secolo scorso, questo cambiamento modificherà il panorama economico del mondo”. Sebbene i dati siano oggetto di diverse interpretazioni, si stima che “nell’ultimo decennio tra 239 e 544 miliardi di dollari attività economiche sono stati nazionalizzati”. E la valutazione di Mulder non è negativa. “L’instabilità geopolitica, le interruzioni del mercato delle materie prime e lo sviluppo delle energie rinnovabili – osserva – stanno guidando queste acquisizioni. E mentre sempre più governi abbracciano le politiche economiche interventiste, l’attuale ondata di nazionalizzazioni non mostra segni di rallentamento. Queste acquisizioni cambieranno ma non rallentano l’integrazione economica e finanziaria globale. Invece possono riorganizzare modelli a lungo termine di commercio e investimenti internazionali. L’ascesa delle nazionalizzazioni oggi nonostante l’integrazione storicamente elevata del mercato dei capitali punta a forti forze macroeconomiche e geopolitiche che favoriscono le acquisizioni e la crescente convinzione politica che le nazionalizzazioni siano uno strumento vitale della politica economica in un’epoca di frammentazione geoeconomica”.
Come ha scritto Mulder nel suo blog Weltinnenpoltik, sulla piattaforma Substack, l’attuale tendenza rappresenta la quarta ondata distinta di nazionalizzazioni dell’ultimo secolo. La prima fu determinata dalla disgregazione economica globale causata dalla Grande Depressione (all’incirca 1931-1938); la seconda coincise con la ricostruzione postbellica (circa 1945-1952), e la terza arrivò con gli shock monetari ed energetici iniziati nel 1971 e protrattisi fino al 1979. Infine quella attualmente in corso. Nella nuova ondata Mulder identifica quattro tendenze: nazionalizzazioni di infrastrutture e servizi pubblici in Europa, nazionalizzazioni geopolitiche, nazionalizzazioni verdi e nazionalizzazione delle risorse nel Sud del mondo.
Per il primo comparto a innescare le polveri sono stati gli shock energetici del 2022 e del 2026 che hanno portato aziende di pubblica utilità in vari paesi, tra i quali Germania (53 miliardi di dollari) e Francia (11 miliardi di dollari) a finire sotto il cappello pubblico. In particolare, in Germania l’utility Uniper e SEFE (la ex Gazprom Germany), che il governo di Berlino ha acquisito al 99% pur impegnandosi con la Commissione Ue a scendere sotto il 25% entro il 2028. La tendenza ha riguardato anche le utility municipali europee e diverse e grandi città, come Parigi, Barcellona, Potsdam hanno riportato servizi, precedentemente gestiti da privati, sotto il controllo municipale, mentre gli abitanti di Berlino hanno votato in un referendum comunale nel 2021 (solo consultivo e per questo ora lo si vuole ripetere rendendolo vincolante) per espropriare la più grande società immobiliare della città, la Deutsche Wohnen & Co. Vista la pesante situazione di crisi nei conti (nel 2022 EDF registrò perdite per 17,9 miliardi di euro) e la volontà del governo Macron di provare ad avviare una nuova stagione di costruzione di centrali atomiche, il governo francese ha poi deciso del giugno 2023 di prendere il controllo totale di EDF, la compagnia energetica che gestisce in 56 reattori nucleari francesi, acquisendo dopo due decenni, al costo di 10 miliardi di euro, il 16% in mano a privati. Sull’esempio di Parigi anche il Belgio sta pianificando di riportare sotto il controllo pubblico le sue centrali nucleari.
Ma la Francia ha una anima statalistma e nazionalista, come esemplifica bene il caso, correva l‘anno 2017, della nazionalizzazione dei Chantiers de l‘Atlantique, ex STX France, gigante della cantieristica navale, per proteggerla (sia mai!) dall’acquisizione dell’italiana Fincantieri. E Parigi potrebbe andare oltre. La sinistra francese, in primis la gauche insoumise, ha infatti proposto la nazionalizzazione del produttore nazionale di acciaio Arcelor Mittal. Lo scorso 22 novembre ha fatto passare all’assemblea nazionale una legge in tal senso che però, contrastata dal governo e dalla proprietà dell’azienda, è stata stoppata dal Senato ed ora è tornata all’assemblea nazionale, dove ha appena avuto un nuovo voto favorevole. Su questa strada si muove anche la Gran Bretagna con la privatizzazione di quello che resta dell’acciaio britannico deciso dal governo Starmer, che per evitare la chiusura dell’acciaieria di Scunthorpe ha annunciato di voler nazionalizzare l’azienda ora di proprietà dei cinesi di Jingye. E la Gran Bretagna, sia detto per inciso, sta nazionalizzando anche i servizi ferroviari. Galles e Scozia hanno rinazionalizzato le ferrovie nel 2021 e nel 2022, mentre l’Inghilterra ha avviato lo stesso processo nel 2025 e prevede di avere ferrovie interamente di proprietà pubblica (35 miliardi di dollari) entro il 2027. Margaret Thatcher si rivolterà nella tomba.
Il vento spira anche negli Stati Uniti. Il governo degli Stati Uniti ha acquisito tramite il Dipartimento della Difesa una partecipazione del 15% nel produttore di terre rare MP Materials, di Mountain Pass in California, diventando il primo azionista e investendo 8,9 miliardi di dollari di finanziamenti del Chips Act. Ha acquisito anche una quota del dieci percento nel produttore di chip Intel, diventando così il terzo azionista dopo BlackRock e Vanguard. Per Trump sono investimenti strategici ma tra i dem c’è chi va oltre. Il senatore Bernie Sanders ha infatti annunciato che presenterà una proposta di legge che creerebbe un fondo sovrano controllato dal governo federale nel quale finirebbero il 50% delle società di intelligenza artificiale come OpenAI, Anthropic e xAI (la società Ai di Elon Musk). La proposta di legge prevede infatti che le aziende di AI che generano almeno 200 milioni di dollari di vendite annuali da AI debbano cedere il 50% delle proprie azioni al megafondo. Secondo le stime di Sanders, queste azioni alimenterebbero un fondo sovrano dal valore vicino a 7.000 miliardi di dollari. Il fondo sovrano inizialmente distribuirebbe dividendi universali ai cittadini americani e in seguito verrebbe utilizzato per finanziare beni pubblici come la sanità, l’istruzione e l’edilizia abitativa socialmente accessibili. “I benefici dell’AI – ha detto Sanders – non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Devono essere condivisi dal popolo americano”. Socialismo da manuale.
Ma è anche la tendenza globale ad essere interessante. In vari Paesi si registrano ad esempio interventi statali volti ad aumentare il controllo su fattori produttivi critici per le energie rinnovabili, come il litio per le batterie. Tra i principali esempi di nazionalizzazione del litio si annoverano la messicana LitioMX Sonora (2022) e la compagnia mineraria statale cilena Codelco (2023) e più in generale emerge un trend verso la nazionalizzazione delle risorse nel sud del mondo, in particolare delle risorse aurifere e non solo. “Il Kirghizistan – scrive Mulder in Weltinnenpoltik – mha nazionalizzato la sua miniera di Kumtor nel 2021. Anche gli stati del Sahel hanno partecipato attivamente all’acquisizione di giacimenti auriferi, soprattutto dopo la serie di colpi di stato militari in Mali, Burkina Faso e Niger (che ha anche nazionalizzato la miniera di uranio francese di Somair). Infine, sotto la presidenza di Prabowo Subianto, l’Indonesia ha iniziato lo scorso anno a confiscare le piantagioni di palma da olio e le miniere di nichel di diverse aziende internazionali; in questo modo ha creato il più grande produttore mondiale di olio di palma sotto il diretto controllo statale, una società chiamata Agrinas, che ora controlla un patrimonio stimato tra i 22 e i 30 miliardi di dollari”. Per il capitalismo globale è forse ancora una increspatura o poco più nel mare magnum degli oceani nei quali naviga. Ma non deve sottovalutare la tendenza: tutte le tempeste iniziano dal mare calmo.
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di Alessandro Farruggia
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