Ogni anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rinnova il proprio voto contro l’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba. Si tratta di una delle risoluzioni più costanti e simboliche della diplomazia internazionale contemporanea: una maggioranza schiacciante dei Paesi membri chiede la fine delle sanzioni, mentre gli Stati Uniti restano quasi isolati insieme a pochi alleati. I dati degli ultimi anni confermano non solo la stabilità del consenso globale, ma anche le piccole variazioni geopolitiche in atto nel sistema internazionale.
Da oltre trent’anni, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si esprime quasi all’unanimità contro l’embargo statunitense a Cuba, ribadendo ogni anno la richiesta di porre fine a una misura economica in vigore dal 1962 e progressivamente irrigidita nel tempo.
Il dato più significativo è la costanza del risultato: dal 2021 al 2025 il numero dei Paesi favorevoli alla fine dell’embargo si è mantenuto tra i **184 e i 187 voti su 193 Stati membri**, confermando un consenso globale largamente maggioritario.
Nel dettaglio, negli ultimi anni si registra questo andamento:
2021: 184 voti a favore, 2 contrari (USA e Israele), 3 astensioni (tra cui Colombia e Ucraina)
2022: 185 voti a favore, 2 contrari, 2 astensioni
2023: 187 voti a favore, 2 contrari, 1 astensione (Ucraina)
2024: 187 voti a favore, 2 contrari, 1 astensione (Moldavia)
2025: 165 voti a favore, 7 contrari, 12 astensioni (tra cui Argentina, Paraguay, Ucraina e altri)
Questi numeri mostrano due elementi fondamentali: da un lato la persistenza di una maggioranza schiacciante contro l’embargo, dall’altro una recente crescita delle astensioni e dei voti contrari, segnale di un possibile riposizionamento di alcuni Paesi nel contesto delle nuove tensioni geopolitiche globali.
Nonostante ciò, il quadro generale rimane chiaro: gli Stati Uniti e Israele restano quasi sempre gli unici Paesi a votare contro la risoluzione, mentre la stragrande maggioranza della comunità internazionale continua a considerare l’embargo una misura non più compatibile con i principi del diritto internazionale e della cooperazione multilaterale.
La natura del voto ONU è però non vincolante: si tratta di una risoluzione politica e simbolica, che non ha effetti giuridici diretti ma esprime ogni anno la posizione della comunità internazionale. Tuttavia, proprio la sua ripetizione costante nel tempo le conferisce un forte peso diplomatico.
Nel dibattito che accompagna il voto, i Paesi favorevoli alla fine dell’embargo sottolineano soprattutto tre aspetti: l’impatto umanitario delle sanzioni sulla popolazione cubana, la loro inefficacia nel produrre cambiamenti politici interni e la loro natura extraterritoriale, che incide anche su Paesi terzi e sugli scambi globali.
Dall’altra parte, gli Stati Uniti difendono la misura come strumento di pressione politica legato a questioni di diritti umani e di sistema politico interno cubano, mantenendo così una posizione di sostanziale isolamento all’interno dell’Assemblea Generale.
Il risultato è un rituale diplomatico che si ripete ogni anno con poche variazioni sostanziali, ma con un significato politico crescente: da un lato la quasi unanimità della comunità internazionale contro le sanzioni, dall’altro la persistenza di una frattura geopolitica che affonda le radici nella Guerra fredda e continua a produrre effetti nel presente.
Il caso dell’embargo a Cuba resta così uno dei più emblematici della crisi del multilateralismo contemporaneo: un voto ripetuto, simbolico ma politicamente eloquente, che mette in luce la distanza tra la posizione statunitense e quella della maggioranza globale, e riapre ogni anno la questione della legittimità delle sanzioni unilaterali come strumento di politica internazionale.
Irina Smirnova
Le pressioni USA per far cambiare i voti contro l’embargo a Cuba
Il membro dell’Ufficio Politico e ministro delle Relazioni Estere di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, durante una conferenza stampa, ha annunciato che il prossimo 7 luglio si terrà una sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella quale sarà dibattuta per l’ennesima volta la risoluzione presentata da Cuba intitolata “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.
Nella sessione ordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite i paesi rappresentati all’ONU saranno chiamati ad esprimere il loro voto sul sessantennale blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti all’isola dal 1962.
“Il bloqueo e la politica di aggressione e ostilità del governo degli Stati Uniti contro Cuba rappresentano una minaccia all’esistenza e al benessere del popolo cubano e all’esercizio dei suoi diritti umani. Sono una minaccia alla pace, alla sicurezza e alla stabilità regionale. Sono una minaccia per qualsiasi Stato sovrano che in futuro potrebbe essere sottoposto a misure di analogo carattere aggressivo ed extraterritoriale”, ha denunciato il ministro degli esteri cubano durante la sua conferenza stampa.
Bruno Rodriguez Parrilla ha ricordato che Cuba, assieme al resto degli Stati membri dell’ONU, denuncerà le azioni aggressive del governo degli Stati Uniti contro il suo Paese, che includono la minaccia di un’aggressione militare diretta in violazione del diritto internazionale.
Nelle oltre trenta volte che Cuba ha presentato questa risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la stragrande maggioranza dei paesi aderenti all’ONU ha votato sulla necessità di porre fine al blocco statunitense, ma nonostante la volontà espressa dalla comunità internazionale il blocco continua. Blocco che viene costantemente ampliato da ulteriori misure introdotte dalla Casa Bianca. A tale proposito occorre ricordare l’ordine esecutivo di Donald Trump del 29 gennaio nel quale aggiunge alle centinaia di sanzioni contro Cuba anche il divieto di commercio di petrolio e dei suoi derivati con l’isola.
Di fronte alla compattezza della comunità internazionale nel rifiutare il blocco contro Cuba dalla Casa Bianca è stata organizzata una vera e propria campagna di pressione nei confronti delle cancellerie dei paesi rappresentati all’OMU per impedire che si celebri la sessione del 7 luglio. Inoltre vengono fatte. pressioni affinché il loro voto sia sfavorevole a Cuba.
Il ministro ha denunciato che si sta svolgendo un’intensa offensiva diplomatica in quasi tutte le capitali del pianeta e in ambito multilaterale. “La missione permanente degli Stati Uniti a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, in altri organismi internazionali e le sue ambasciate in tutte le latitudini esercitano pressioni senza precedenti per cercare di impedire lo svolgimento della sessione del 7 luglio”.
A tale proposito ha detto che stanno circolando clandestinamente documenti degli Stati Uniti che costituiscono la base delle riunioni e delle pressioni esercitate contro diplomatici e funzionari di governo in diverse parti del mondo.
Nel documento intitolato “It’s time for change in Cuba” (È tempo di cambiamento a Cuba) si sostiene che Cuba sia una minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti a causa del suo sostegno ad attori ostili, al terrorismo e all’instabilità regionale, e integra l’Ordine Esecutivo 14404.
Nel testo è scritto che “Il regime deve riformarsi, deve cambiare, non votate la sua propaganda”, che ha lo scopo chiaro di modificare le intenzioni di voto dei rappresentanti all’ONU portando, al tempo stesso, avanti la narrazione imposta dagli Stati Uniti con la complicità dei suoi giullari presenti in molti mezzi di informazione che tutti i problemi di Cuba sono riconducibili all’inefficienza del governo di L’Avana.
Inoltre si sottolinea un’altra volta, in modo del tutto calugnoso, che Cuba è parte belligerante nella guerra in corso in Ucraina, strategia già usata negli anni scorsi dalla Casa Bianca per convincere i sostenitori di Kiev a votare contro la risoluzione.
Durante la conferenza stampa, Rodríguez Parrilla ha respinto con fermezza la minaccia militare degli Stati Uniti contro il suo paese, che ha definito “un Paese del Sud”. Ha inoltre ribadito che “a Cuba non vi sono basi militari straniere e che il Segretario di Stato mente deliberatamente quando afferma il contrario”. L’unica base straniera che usurpa il territorio cubano è la base statunitense occupata illegalmente a Guantánamo.
Tutte queste azioni di pressioni dimostrano come alla Casa Bianca, tutto sommato, temono la votazione che ogni anno, come detto, certifica che il mondo rifiuta questa forma di pressione contro Cuba che mette a rischio la vita di un intero popolo solo per i capricci degli Stati Uniti che non hanno mai accettato che l’isola diventasse un territorio libero e non sotto il loro controllo.
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info
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