Gian Luca Favetto – Fotografia di Elena Mazzarino
Intervista di Cristiana Gatti
La parola che più identifica questi tempi è “immediatezza”. Oggi chiunque vuole sapere tutto e subito e con l’online e i social si può.
Basta avere uno smartphone o un qualsiasi dispositivo elettronico e una connessione internet ed è fatta.
È importante però prendere con le pinze quello che compare in rete perché oggi, per il bisogno spasmodico di voler pubblicare online ed essere visto, le informazioni spesso vengono riportate con una certa superficialità.
Il modo di fare comunicazione negli anni è cambiato molto rapidamente e Gian Luca Favetto, giornalista, scrittore, drammaturgo, critico teatrale e cinematografico e conduttore radiofonico, è testimone di questa evoluzione.
Raccontare…
Parlami della tua carriera come giornalista
Mi è sempre piaciuto scrivere. Da giovanissimo, intorno ai dodici, tredici anni, in estate in montagna avevo inventato sui fogli protocollo il giornalino del paese. Poi, ai tempi dell’università ho iniziato a leggere per una radio libera i titoli dei giornali: leggevo le notizie. Dopo circa tre o quattro mesi, a Torino, dove c’erano dei giornali importanti quali La Gazzetta del Popolo, La Stampa, si liberarono dei posti in un giornale della Curia torinese, La Voce del Popolo. Così iniziai a scrivere i primi due articoli non firmati e dal terzo articolo incominciai a firmarli. Il mio primo pezzo è stato un’intervista a Giovanni Arpino, un grande scrittore del Novecento italiano, il secondo pezzo sempre un’intervista ad uno dei più grandi intellettuali torinesi, Luigi Firpo, il terzo lavoro era un pezzo sulle fogne di Val della Torre ed il quarto articolo era sui semafori che si erano inceppati in città. Questa è stata la mia gavetta formativa. Ho sempre voluto scrivere muovendomi in posti nuovi, alla scoperta di novità. Il teatro per me è scoperta continua, è come fare un viaggio in un “altrove” nel tempo e nello spazio e poi tornare e raccontarlo a tutti quelli che non ci sono stati o che ci sono stati ma non hanno visto le stesse cose. Ho deciso quindi di fare “l’inviato speciale” dentro il teatro ed acquisire esperienza “consumando le scarpe”, come direbbero i vecchi cronisti. Così ho iniziato e poi da lì la Gazzetta del Popolo, Reporter, il giornale di Sofri e Deaglio, poi La Repubblica con la quale collaboro da ormai quasi quarant’ anni, Stampa Sera, le riviste Marie Claire, L’Espresso, Gazzetta dello Sport…
Quello che faccio e che ho sempre fatto è giornalismo culturale: venticinque anni di critica teatrale, diciotto anni di critica cinematografica, Il Venerdì di Repubblica, l’inviato culturale e per la Rai ho condotto e sono stato autore di diverse trasmissioni.
Prima dell’online
La principale differenza tra ieri e oggi nel giornalismo
Una volta la fretta che c’è adesso nel dover pubblicare una notizia c’era, ma era una fretta che andava ai 90 all’ora; adesso si va ai 210 all’ora! Oggi si scrive un pezzo e dopo venti o trenta minuti è online ma questa immediatezza non serve alla scrittura e non serve alla comprensione del fenomeno trattato. Adesso mandano online gli articoli il prima possibile perché “tanto c’è poi tempo dopo di rivedere gli errori ma almeno sei per primo online”, non ci si prende il tempo necessario per rileggere il lavoro, riflettere e accorgersi se qualcosa non va. Io ho sempre preferito rileggere due volte il pezzo, lo lasciavo riposare una o due ore e poi lo correggevo.
Quindi la voracità del fare scoop c’è sempre stata ma quella che è cambiata è la velocità. Poi sicuramente oggi ci sono dei vantaggi: un tempo per informarmi su qualche argomento dovevo andare in biblioteca, oggi è tutto facilmente reperibile online.
Sport e letteratura
La Osvaldo Soriano Football Club
Intorno al 2000, 2001 è nata la OSFC (Osvaldo Soriano Football Club) e mi hanno chiamato a farne parte perché il mio primo romanzo con Mondadori era A undici metri dalla fine e cosa sarà mai questo “a undici metri”?
È la storia di un calcio di rigore pubblicato da due dei più grandi uomini dell’editoria italiana, il direttore editoriale Antonio Riccardi e il direttore della narrativa italiana, Antonio Franchini.
Pensa che Antonio Riccardi, il calcio, non sapeva neanche cosa fosse e Antonio Franchini si occupa di arti marziali e di rafting ma leggendo il libro hanno visto che con il calcio si può raccontare la storia delle persone, di una società. Perché il calcio, come tutto lo sport, pensa al ciclismo, al baseball in America ecc., racconta un paese, il modo di essere di un paese e delle persone. Soltanto lo sport ha la capacità di creare un’epica, di muovere dei forti sentimenti. Ci sono delle cose chiare, vittoria o sconfitta, ma non necessariamente devi essere nemico.
C’è un libro che ho scritto con 66TH a cui tengo molto ed è Il giorno perduto. Racconta la tragedia presso lo stadio di Heysel nel 1985 in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.
L’editrice per questo libro decise di prendere uno scrittore inglese di Liverpool e me dicendomi “Guarda, vorrei fare un libro a due voci” e quando mi ha telefonato le ho detto “ma scusa fai fare a me un libro sulla Juve, io che sono un granata?” e lei mi disse “che c’entra, io sono romanista” e mi ha convinto!
Così insieme allo scrittore inglese Anthony Cartwright abbiamo costruito una storia, lui ha portato un tifoso singolo a Bruxelles un po’ in autostop e un po’ in treno ed io ho portato quattro ragazzi in Renault 4, quattro amici del mio paese, tifosi juventini. Quando poi ho presentato il libro nei club juventini, io, cuore granata, ho ricevuto ringraziamenti da tifosi juventini commossi. Ecco, in questi momenti capisci come lo sport sia specchio della vita.
Radio Rai
La comunicazione anche attraverso la Radio e la TV
La radio è venuta naturale da fare. Va tutto in parallelo. Quello che faccio con la radio è raccontare.
Ho iniziato a collaborare con la Rai nell’ 86. All’ epoca c’erano i servizi regionali ed io raccontavo storie o personaggi della regione, mi occupavo anche di teatro della regione, facendo interviste di venti minuti.
In parallelo ho fatto un paio di film documentari per Rai 3 come, per esempio, uno sul museo Lombroso.
Per la Radio ho condotto per diverse stagioni, nei pomeriggi di sabato e di domenica, trasmissioni con focus su musica classica, teatro, cinema e libri.
Successivamente per Rai Radio 3 ho ideato e condotto For.Mat., un programma itinerante da Forlì a Matera attraverso l’Appennino.
Per Radio Rai racconto storia a Wikiradio, a Le meraviglie e con i podcast.
Teatro e Cinema
Autore teatrale, critico teatrale e critico cinematograficoHo cominciato con la critica di teatro dopo aver visto lo spettacolo Il campiello di Goldoni con la regia di Giorgio Strehler assieme ai compagni del liceo.
La settimana successiva, una domenica, andai da solo a rivederlo. Mi sono seduto al fondo e ho capito che quella era la cosa che volevo fare, e così, quando l’anno dopo entrai nel giornale La Voce del Popolo e si liberò il posto di critico teatrale iniziai.
Successivamente il direttore de La Repubblica mi individuò come critico di cinema. La mia vita per più di vent’anni è stata andare a tre spettacoli di teatro e sette film al cinema la settimana.
Per alcuni film, come Scrittori nel pallone, ho poi fatto anche da narratore e per il teatro, dopo tanti anni come critico, ho preferito proseguire solo più in veste di autore.
Prima opera internet d’Italia
Nel 2006 insieme all’amico Leandro Agostini crei Interferenze fra la città e gli uomini, spettacolo che mette in comunicazione varie forme d’arte, il teatro, la letteratura e il web
Nel 2006 a Torino in occasione delle Olimpiadi invernali insieme al mio amico Leandro, artista e grafico, abbiamo presentato questo progetto, durato qualche anno, che aveva come fine quello di raccontare Torino in modo diverso, collegando la letteratura con la scrittura e varie forme d’arte.
Online, sulla pagina del Comune di Torino, ti ritrovavi una mappa rappresentata come una scrivania con 21 oggetti e cliccando su ognuno di questi si aprivano uno o più percorsi fatti di filmati, fotografie, testi, che illustravano spaccati di Torino e approfondivano vari temi relativi alla nostra città.
“Adotta uno scrittore”: iniziativa promossa dal Salone del libro di Torino
Per alcuni anni hai aderito a questa iniziativa, in cosa consiste?
Con questa iniziativa promossa dal Salone del Libro di Torino, l’autore incontra un paio di classi di una scuola con l’obiettivo di far comprendere agli studenti cosa voglia dire fare lo scrittore. Molti pensano, erroneamente, che chi scrive sia per forza un accademico, una persona estremamente colta, ma non è così. E soprattutto, scrivere è un lavoro che richiede tempo. Scrivere è come un lavoro “artigianale” fatto anche di ascolto e osservazione di tutto ciò che ci sta attorno.
Con questa iniziativa si cerca di avvicinare gli studenti alla professione di scrittore facendo capire loro che scrivere è un lavoro che richiede molta curiosità e dedizione e che non esiste il colpo di genio che ti permette di scrivere un bestseller dal nulla.
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Redazione Il Corriere Nazionale
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