31/03/2026 – La rigenerazione urbana, tra stop all’espansione edilizia, recupero dell’esistente e attesa di una legge quadro nazionale, sta catalizzando un confronto sempre più fitto tra professioni, istituzioni.
Dopo la conferenza del CNAPPC a Roma, che ha riportato l’attenzione sul disegno di legge in esame al Senato, anche la II Giornata della Rigenerazione Urbana RE/URB, organizzata da Fondazione Inarcassa a Taranto, ha rilanciato il tema evidenziando la necessità di trasformare il riuso del patrimonio costruito in una politica stabile e strutturale
Da qui una proposta costruita attorno a sei leve operative: legge quadro, regia sui fondi, qualità del progetto, incentivi stabili, digitalizzazione delle procedure e partenariato pubblico-privato.
Sei priorità per trasformare il recupero in politica nazionale
Il Manifesto della rigenerazione urbana individua sei richieste considerate urgenti.
La prima è una legge quadro nazionale che stabilisca principi, definizioni e procedure standardizzate, senza invadere le competenze regionali ma offrendo una base comune agli interventi.
La seconda è una cabina di regia unica presso la Presidenza del Consiglio, chiamata a mappare le opportunità di finanziamento, standardizzare le candidature, supportare la programmazione e monitorare tempi ed efficacia della spesa.
La terza richiesta è mettere la qualità del progetto al centro di ogni finanziamento pubblico, rendendo obbligatorio il concorso di progettazione in due gradi per gli interventi sopra soglia e legando l’assegnazione delle risorse alla qualità tecnica.
La quarta riguarda il partenariato pubblico-privato, da semplificare con una normativa specifica, meccanismi di garanzia pubblica e incentivi mirati.
Le ultime due richieste puntano su una politica premiale stabile e pluriennale, almeno decennale, e sulla semplificazione con completa digitalizzazione delle procedure amministrative.
Una legge quadro per uscire dalla frammentazione
La richiesta di una legge quadro parte da un vuoto normativo. In Italia, infatti, la rigenerazione urbana non ha ancora una disciplina organica, ma continua a muoversi tra norme statali e regionali frammentate.
Da qui la necessità di regole nazionali capaci di dare definizioni chiare, procedure più uniformi e obiettivi condivisi, a partire da recupero dell’esistente, qualità urbana e contenimento del consumo di suolo.
Su questo stesso fronte si colloca anche il lavoro parlamentare. Al Senato, i disegni di legge abbinati sono arrivati a una fase avanzata di esame e la Commissione Ambiente ha già adottato un testo unificato, in cui la definizione proposta allarga in modo significativo il campo della rigenerazione urbana: non più soltanto recupero di aree degradate, ma un insieme coordinato di trasformazioni urbanistiche, edilizie e architettoniche orientate a migliorare qualità urbana, accessibilità, efficienza energetica e idrica, sicurezza sismica e tutela del paesaggio.
Le risorse ci sono, il nodo è renderle spendibili
Sul versante finanziario, invece, il punto non è soltanto reperire fondi ma renderli effettivamente utilizzabili. Il viceministro Edoardo Rixi, presente all’evento, ha quantificato in circa 6,5 miliardi di euro le risorse disponibili tra PNRR e programmi complementari, da tradurre in interventi efficaci, misurabili e duraturi. Lo stesso testo collega tali risorse a obiettivi concreti come qualità dell’abitare, riduzione dei consumi energetici e recupero di spazi urbani.
Da qui la richiesta di una regia unica sui fondi, perché le risorse europee e nazionali sono numerose ma disperse e spesso difficilmente accessibili per Comuni e professionisti, che non dispongono di strutture dedicate. La proposta è quindi costruire un presidio nazionale che renda più chiara la filiera tra programmazione, candidatura, attuazione e monitoraggio.
Il consumo di suolo spinge il cambio di modello
I dati ISPRA riportati nel dossier “Consumo del suolo e rigenerazione urbana” raccontano una emergenza che rende più urgente questo cambio di impostazione.
Nel 2024 si è registrato un consumo netto di suolo di 78,5 km², pari ad un ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo, con le superfici artificiali che occupano il 7,17% del territorio italiano, contro una media europea del 4,4%; un fenomeno che non si arresta ma, anzi, accelera, e che richiede risposte urgenti e coordinate.
Il punto, quindi, non è solo urbanistico. Il contenimento dell’espansione e il ripristino ecologico sono anche la risposta a dissesto idrogeologico, isole di calore, frammentazione ecologica e perdita di servizi ecosistemici. In questa prospettiva, la rigenerazione urbana viene proposta come alternativa strutturale all’urbanistica di espansione e come strumento per riportare l’intervento pubblico e privato sulle aree già costruite.
La qualità del progetto come criterio di accesso ai fondi
Altro aspetto rilevante riguarda la qualità progettuale. Non può esserci rigenerazione urbana di qualità senza un progetto di qualità e questo obiettivo si scontra con le procedure fondate sul massimo ribasso, ritenute responsabili di aver prodotto patrimonio edilizio pubblico mediocre e fragile. Per questo sarebbe utile vincolare l’erogazione di fondi pubblici alla centralità del progetto e alla qualità tecnica delle proposte.
Il tema tocca anche il ruolo dei professionisti. La qualità del progetto non è un fatto puramente estetico, ma un elemento che incide direttamente su spazio pubblico, sicurezza urbana, sostenibilità ambientale, accessibilità e qualità dei luoghi. Per questo architetti e ingegneri andrebbero considerati una risorsa decisiva non solo nella redazione dei progetti, ma nella definizione di politiche urbane più coerenti.
Partenariato Pubblico-Privato e incentivi stabili per gli interventi complessi
Anche il Partenariato Pubblico-Privato (PPP) è tra i punti cardini della proposta. Lo Stato da solo non può sostenere costi, rischi e complessità finanziaria dei processi di rigenerazione urbana contemporanei. Il PPP viene quindi indicato come leva per attivare capitali privati verso finalità pubbliche, integrare competenze e risorse, accelerare i processi e costruire modelli in cui interesse collettivo e ritorno dell’investimento possano convergere.
Accanto a questo, il Manifesto chiede di superare la logica degli incentivi brevi e intermittenti. La richiesta è una politica fiscale e urbanistica almeno decennale, capace di dare certezze a cittadini, imprese e investitori e di premiare gli interventi integrati su interi edifici e aree urbane. L’obiettivo è rendere la rigenerazione una pratica programmabile e non una sequenza di finestre temporanee.
Meno burocrazia, più capacità di attuazione
L’ultimo punto è amministrativo, ma decisivo, e riguardala la semplificazione, che non viene presentata come alleggerimento generico, ma come condizione per rendere praticabile la rigenerazione urbana. Da qui la richiesta di digitalizzare le procedure e ridurre il carico burocratico che oggi grava su tecnici e amministrazioni.
Il Manifesto parla esplicitamente di liberare tempo e risorse dalla burocrazia inutile per restituirli alla qualità e alla capacità operativa; per far questo è necessario avere una governance più chiara, strumenti multilivello e processi collaborativi che coinvolgano attori pubblici, privati e comunità locali.
In altre parole, non si tratta soltanto di semplificare gli iter, ma di creare un assetto in cui le trasformazioni possano essere accompagnate e governate in modo coerente.
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Nicola Damato
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