Le immagini che giungono ogni giorno dal Medio Oriente, dall’Ucraina e da numerosi altri teatri di guerra mostrano un pianeta sempre più attraversato dalla logica della forza. I bombardamenti, le rappresaglie, la corsa agli armamenti e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali sembrano essere tornati a occupare il centro della politica mondiale. In questo scenario, mentre governi e alleanze investono cifre sempre più elevate nelle spese militari e nella deterrenza, appare sempre più urgente interrogarsi sulle radici profonde della violenza contemporanea. Al di là delle contingenze geopolitiche e degli interessi economici, emerge una questione essenziale: la progressiva perdita della consapevolezza di appartenere a una sola famiglia umana. È forse questa la crisi più drammatica del nostro tempo, una crisi antropologica prima ancora che politica.
Nel flusso della storia contemporanea, l’idea di una “famiglia umana” unita da un destino comune viene spesso liquidata come una suggestione lirica, un’aspirazione nobile ma ingenua, confinata ai margini del realismo politico. Eppure, se si spoglia la crisi della modernità dalle sue complesse sovrastrutture economiche e giuridiche, si approda a un nucleo filosofico elementare e dirompente: la rimozione collettiva della nostra comune vulnerabilità e dell’unicità dell’esistenza biologica.
La crisi del tempo presente non è soltanto una crisi di risorse o di competenze tecnologiche. È soprattutto una crisi di riconoscimento. La dimenticanza dell’altro, intesa come perdita della consapevolezza della sua essenziale somiglianza con noi, costituisce la radice teorica e pratica di ogni conflitto, della persistenza degli apparati bellici e dell’accettazione rassegnata della distruzione.
Per comprendere la portata di questa rimozione, è necessario interrogare l’antica massima antropologica ed etica nota come “regola aurea”. Presente in forme diverse nelle tradizioni sapienziali dell’Oriente e dell’Occidente, dal pensiero confuciano fino alle grandi religioni monoteiste e all’imperativo categorico kantiano, essa non rappresenta semplicemente un codice morale. È, più profondamente, un principio di simmetria ontologica.
Affermare “agisci nei confronti degli altri come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti” significa riconoscere che ogni persona possiede la stessa densità esistenziale, lo stesso diritto all’inviolabilità, la stessa irripetibile unicità. La regola aurea istituisce un vincolo di interdipendenza radicale: l’io non può realizzarsi se non attraverso il riconoscimento del “tu”, cui deve essere garantita la medesima dignità.
Eppure l’organizzazione politica globale si è storicamente sviluppata sulla negazione di questa simmetria. Lo Stato moderno, consolidatosi a partire dalla Pace di Vestfalia, si fonda sulla sovranità esclusiva e sulla delimitazione dei confini. Il confine non è soltanto una linea geografica: è anche una frontiera morale. Esso determina dove finisce il dovere della solidarietà e dove inizia la logica della contrapposizione.
In questo quadro, la sicurezza del proprio gruppo viene separata e contrapposta alla sicurezza dell’altro, giustificando l’esistenza di eserciti, arsenali e strategie di deterrenza. La guerra diventa così la conseguenza di una costruzione culturale che pretende di dividere l’umanità in compartimenti stagni, dimenticando che la sofferenza inflitta a una parte del mondo finisce inevitabilmente per ripercuotersi sull’intero sistema umano.
Se la coscienza collettiva recuperasse la memoria della propria radice unitaria, la persistenza delle istituzioni militari apparirebbe immediatamente nella sua profonda irrazionalità. Le spese militari globali, che raggiungono livelli senza precedenti, sottraggono risorse immense alla sanità, all’istruzione, alla ricerca scientifica, alla lotta contro la povertà e alla tutela ambientale.
Si continua a investire nella preparazione della distruzione reciproca anziché nella protezione della vita. Questo fenomeno è possibile solo attraverso la costruzione del nemico. Ogni guerra richiede infatti una preventiva deumanizzazione dell’avversario, che viene trasformato in una categoria astratta, in una minaccia impersonale, in un bersaglio da neutralizzare anziché in una persona portatrice della stessa dignità umana.
Ripensare il mondo come un unico organismo vivente richiede dunque un cambiamento radicale di paradigma. Non si tratta di abbracciare un pacifismo ingenuo o sentimentale, ma di assumere una forma più alta di realismo, fondata sull’interdipendenza globale. In un pianeta attraversato da crisi climatiche, pandemie, migrazioni e conflitti che ignorano le frontiere, nessuno può salvarsi da solo.
La sopravvivenza del singolo dipende sempre più dalla sopravvivenza del tutto. La decisione di proteggere ogni vita umana, indipendentemente dalla nazionalità, dalla religione o dall’appartenenza etnica, non è soltanto un imperativo morale: è una necessità storica.
Lo ricordavano con forza anche Papa Francesco e oggi Papa Leone XIV. Francesco denunciava continuamente il “commercio della morte” alimentato dall’industria bellica e definiva la guerra una “sconfitta dell’umanità”. Leone XIV continua a invocare una “pace disarmata e disarmante”, fondata non sull’equilibrio della paura ma sulla costruzione della fiducia reciproca tra i popoli.
In conclusione, l’abolizione della guerra e il disarmo universale non sono obiettivi irrealizzabili a causa di una presunta natura violenta dell’essere umano. Essi sono ostacolati soprattutto da strutture culturali, economiche e politiche che perpetuano la frammentazione e la contrapposizione.
La memoria dell’unità umana e il rispetto dell’unicità di ogni vita non appartengono al passato: rappresentano una delle più urgenti categorie del futuro. Solo quando la regola aurea smetterà di essere una formula morale astratta e diventerà il principio guida delle relazioni internazionali, delle politiche economiche e delle scelte collettive, l’umanità potrà finalmente risvegliarsi dal lungo sonno della sua frammentazione e riconoscersi per ciò che è sempre stata: una sola famiglia in un solo mondo.
Laura Tussi
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