Roma, 16 giu – C’è una linea d’ombra che attraversa la nostra storia, un filo sottile che non guarda in faccia alle epoche. Ha il colore del sangue e l’odore aspro della viltà. È la storia di chi cade, come Francesco Cecchin. Non in un duello ad armi pari, ma spinto dal peso del branco, dal verdetto sommario di un tribunale di strada. Accade quando l’altro non è più un avversario con cui misurarsi, ma un bersaglio da cancellare, da consegnare alla forza di gravità.
Una ferita aperta
Sedici giugno 1979. Via Montebuono, civico 5, quartiere Trieste, Roma. È un ragazzo di diciassette anni, Francesco Cecchin. Corre nel buio. Ha il torto, per chi lo insegue, di attaccare i manifesti sbagliati, quelli del Fronte della Gioventù. Lo bloccano, lo colpiscono, lo scaraventano giù da un muretto. Cinque metri di volo. Diciannove giorni di agonia in un letto d’ospedale. Poi il silenzio. Aveva la colpa di non allinearsi, di vivere la sua giovinezza controvento, nel grigiore del conformismo di quegli anni plumbei. Oggi quella caduta resta una ferita aperta, un frammento di specchio che rompe la narrazione pacificata e un po’ ipocrita di una certa sinistra, memoria di come la prassi dell’odio cammini spesso sotto le bandiere del bene.
Da Berta a Cecchin: la geometria dell’infamia
Se si guardano le cose da vicino, la dinamica si ripete, quasi fosse un macabro manuale. Firenze, 1921. Giovanni Berta, un giovane militante, viene aggredito sul ponte della Vittoria sull’Arno. Spinto oltre il parapetto, lasciato annegare mentre le sue dita cercano disperatamente una presa sulla pietra, dove verranno rimarranno le impronte degli scarponi. Cambiano le camicie, cambiano i decenni, ma il modus operandi resta identico: il volo.
Gettare giù il nemico è un gesto comodo. Serve a non guardarlo negli occhi mentre muore. Serve, soprattutto, a sperare che la giustizia, o certa magistratura, domani cataloghi tutto come un incidente, una fatalità, una tragica bravata. Una speranza che spesso ha trovato sponda in indagini pigre, distratte, quasi infastidite dal colore politico della vittima. Per Giovanni come per Francesco, la fine non è stata un caso, ma la conclusione logica di un isolamento scientifico. La forza del numero contro la solitudine di uno solo.
I muretti di Roma e i martelli di Budapest
Il metodo, d’altronde, attraversa i confini e si aggiorna. Ieri erano le chiavi inglesi nei quartieri di Roma, di Milano, oggi sono i martelli nelle strade d’Europa. La logica del branco si è fatta globale, ha trovato nuove sponde, persino nei salotti buoni del progressismo e nelle prime pagine dei giornali.
Guardiamo a Budapest, a quella che è stata ribattezzata la Hammerbande, la banda del martello. Militanti della sinistra radicale, arrivati da mezza Europa, che scelgono la vittima, la seguono, la colpiscono alle spalle. Passanti ignari, colpevoli solo per un abito o di uno sguardo giudicato “d’area”. Una violenza geometrica, fredda, quasi burocratica.
Ma il vero cortocircuito avviene dopo. Quando il presunto carnefice smette i panni dell’imputato e indossa quelli del martire. Il caso di Ilaria Salis ne è lo specchio: un processo interrotto, una candidatura blindata, il seggio a Bruxelles e l’immunità diplomatica come scudo. Il messaggio che arriva a casa è di quelli che lasciano l’amaro in bocca: colpire chi sta dall’altra parte, in fondo, non è un reato da espiare, ma un titolo di merito, un passaporto per i palazzi del potere. Se negli anni ’70 la violenza era protetta dalle coperture politiche dei partiti di sinistra e da una magistratura spesso strabica, oggi la stessa dinamica si è internazionalizzata.
Godendo persino dell’appoggio dei salotti progressisti e dei media mainstream. A Budapest, la caccia all’uomo è stata chirurgica. Militanti della sinistra radicale tedesca e italiana, armati di manganelli e martelli, hanno monitorato, inseguito e aggredito alle spalle il proprio obiettivo. Una violenza bestiale, rivendicata con orgoglio da chi professa la tolleranza.
Un messaggio devastante
La vera vergogna, tuttavia, si è consumata come sempre nei mesi successivi. Non solo l’estrema sinistra ha tentato di trasformare i presunti carnefici in martiri della libertà, ma la stessa Ilaria Salis, anziché rispondere delle gravissime accuse nelle aule di tribunale ungheresi, è stata candidata, eletta al Parlamento Europeo e blindata con l’immunità diplomatica da un sistema politico che premia l’antifascismo militante.
Il messaggio politico è devastante e chiarissimo. Aggredire un camerata non è reato, anzi, può diventare un titolo di merito per accedere ai palazzi del potere di Bruxelles.
Quello che resta sul fondo
Francesco Cecchin non era un simbolo, era un ragazzo. Viveva i suoi diciassette anni con quella purezza limpida e un po’ ingenua che si ha a quell’età. In un quartiere difficile, sventolare una bandiera era una scelta esistenziale, un modo per dire “io ci sono”. Il suo sacrificio ci ricorda che certo odio ideologico non ha bisogno di provocazioni per scattare; ha bisogno del nemico, ha bisogno del sangue per giustificare sé stesso, la propria cattedra morale.
Ricordare Francesco oggi, nell’anniversario della sua ascesa nell’Olimpo degli Eroi, non significa solo fare memoria, esercizio fin troppo facile. Significa rifiutare la doppia faccia, il finto buonismo, l’ipocrisia di chi piange i propri morti e gira lo sguardo davanti a quelli degli altri. Significa dire che un ragazzo di diciassette anni non è mai un capro espiatorio sacrificabile sull’altare dell’antifascismo militante. Significa denunciare quella continuità storica che vede nel “fascista” l’eterno capro espiatorio da lanciare nel vuoto o da prendere a martellate in testa.
Ma quel vuoto, a differenza di quanto speravano i complici di ieri e i parlamentari europei di oggi, si è riempito di un esempio incrollabile. Le idee non cadono, non si frantumano sull’asfalto e non arretrano davanti ai martelli. Francesco Cecchin è vivo, perché la sua giovinezza è rimasta immortale, e la sua idea non ha mai toccato il punto più basso dell’oblio.
Chi lo ha spinto nel vuoto sperava di cancellarlo. Ma le idee hanno un peso strano: non si frantumano sull’asfalto, non arretrano davanti ai martelli. Quel volo, alla fine, non ha toccato il fondo. Ha lasciato un esempio che cammina ancora, dritto, sulla strada. Fino a oggi. Fino a noi.
Tony Fabrizio
L’articolo Francesco Cecchin: il volo, il fango, l’esempio proviene da Il Primato Nazionale.
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