“Volevo fare un festival, ho trovato una missione”


Ci sono artisti che trascorrono la vita inseguendo il virtuosismo e altri che, dopo averlo raggiunto, iniziano a cercare qualcosa di più difficile da definire. Ascoltando Robert McDuffie si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una di queste persone. La sua biografia racconta una storia che, sulla carta, sembra appartenere alla geografia luminosa dell’eccellenza musicale internazionale: il bambino della Georgia che scopre il violino, il ragazzo che a quattordici anni ascolta Itzhak Perlman eseguire la Sonata del Diavolo di Tartini e decide che la propria vita sarà la musica, il solista che sale sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, il collaboratore di Philip Glass, l’amico di Mike Mills dei R.E.M., il musicista per il quale sono stati scritti concerti e progetti che hanno attraversato i confini tra musica colta e cultura popolare. Eppure, parlando con lui per questa intervista esclusiva a Virgilio Notizie, tutto questo sembra passare in secondo piano. Non perché non abbia importanza. Ma perché, arrivato a sessantasette anni, Robert McDuffie sembra guardare alla propria esistenza da un’altra prospettiva. La parola che ritorna più spesso nelle sue risposte non è “successo”. Non è “carriera”. Non è nemmeno “musica”. È “missione”. Una parola che Robert McDuffie usa con cautela, quasi con pudore, ma che torna continuamente quando racconta il Rome Chamber Music Festival, la creatura che ha fondato nel 2003 dopo essersi innamorato di Roma durante un soggiorno all’Accademia Americana. Un festival nato inizialmente dal desiderio di riunire grandi musicisti nella città che considera la più bella del mondo e che, nel tempo, si è trasformato in qualcosa di diverso: un luogo di incontro tra generazioni, un laboratorio di formazione, una comunità artistica che mette al centro i giovani talenti. Nell’edizione 2026, dal 18 al 21 giugno al Teatro Argentina, il Rome Chamber Music Festival conferma questa doppia anima. Da una parte la grande tradizione della musica da camera, dall’altra la volontà di costruire ponti, contaminazioni, dialoghi. Non come strategia di marketing, ma come naturale conseguenza della visione del suo fondatore: la convinzione che la musica debba restare un organismo vivo e non trasformarsi in un monumento immobile alla propria storia. Forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente di Robert McDuffie. Non parla mai della musica come di una disciplina esclusivamente estetica. Ne parla come di una responsabilità. Come di una forma di cura. Come di un’eredità da trasmettere. Quando racconta il proprio Guarneri del Gesù del 1735, uno degli strumenti più preziosi al mondo, non insiste sul prestigio o sul valore economico. Dice semplicemente che è il violino giusto per lui. Quando ricorda la carriera internazionale, finisce per parlare dei figli e delle assenze che ancora oggi gli pesano. Quando gli si chiede quale sia la più grande soddisfazione della sua vita professionale, non cita un concerto, una registrazione o un premio. Parla degli allievi. Parla del momento in cui un giovane musicista smette di limitarsi a eseguire delle note e comincia finalmente a cantare attraverso il proprio strumento. Forse è qui che si nasconde il filo conduttore della sua storia. Per molti anni Robert McDuffie ha attraversato il mondo cercando una voce. Oggi sembra interessato soprattutto ad aiutare gli altri a trovare la propria. L’intervista che segue è il racconto di questo percorso. È una conversazione sulla musica, certo, ma anche sul tempo che passa, sull’identità, sulla vocazione, sulla perdita e sulla gratitudine. È il dialogo con un uomo che, dopo aver trascorso una vita sui palcoscenici più importanti del mondo, continua a emozionarsi come il ragazzo di quattordici anni che una sera ascoltò Itzhak Perlman e capì che il destino può cambiare nel tempo di una sola nota.


Lei ha definito il Rome Chamber Music Festival come un figlio diventato adulto. Se potesse tornare al 2003 e parlare al Robert McDuffie di allora, quale errore gli consiglierebbe di evitare?

“Non parlerei propriamente di un errore. Credo però che, all’inizio, abbia affrontato il festival con una visione piuttosto personale. Quando decisi di fondarlo, l’idea era molto semplice: volevo creare a Roma un festival simile a quelli già presenti in altre parti del mondo. Immaginavo soprattutto un luogo straordinario in cui invitare grandi musicisti internazionali a fare musica insieme. Nulla di particolarmente innovativo. Desideravo semplicemente realizzare un festival di altissimo livello, portando artisti importanti nella città più bella del mondo affinché condividessero la loro arte. Poiché avevo vissuto all’Accademia Americana, il progetto nacque proprio lì. Cominciai a invitare musicisti celebri, sia italiani sia stranieri. Arrivarono artisti straordinari come Salvatore Accardo, Enrico Dindo, Mario Brunello, l’Emerson String Quartet e molti altri. Furono anni entusiasmanti, ricchi di energia e soddisfazioni. A un certo punto, però, accadde qualcosa che cambiò profondamente la mia prospettiva. Negli Stati Uniti avevamo fondato una scuola, un conservatorio, e in quel periodo mi resi conto che stavo diventando sempre più insegnante e sempre meno soltanto un solista. Compresi quanto fosse importante, per me, trasmettere esperienza e conoscenza alle nuove generazioni di musicisti. Da quel momento cambiò anche la missione del festival. Quando decidemmo di rafforzarne la dimensione educativa, tutto assunse un significato diverso. Non era più soltanto una rassegna concertistica: aveva uno scopo preciso, una missione. Ritengo che sia stato allora che il festival sia diventato davvero rilevante. Se dovessi individuare un limite degli inizi, direi che mancava una presenza più significativa dei giovani. Al tempo stesso, però, non sono certo che sarebbe stato possibile agire diversamente. Quel percorso era necessario. Senza quella prima fase probabilmente non sarebbe nata nemmeno la scuola che abbiamo creato in seguito. Per questo faccio fatica a parlare di un errore. Direi piuttosto che il festival ha dovuto crescere e maturare, proprio come accade a una persona”.

Roma è una città immersa nella memoria. Come si evita che un festival di musica classica si trasformi in un museo anziché restare un organismo vivo?

“Quando ho creato il festival, una delle motivazioni principali era il desiderio di ringraziare Roma per ciò che mi aveva donato. Amo questa città in modo quasi irrazionale. Dal momento in cui vi sono arrivato, la mia vita è cambiata. All’inizio il festival era un progetto molto personale. Come dicevo prima, persino un po’ egoistico. Era il mio modo di restituire qualcosa a una città che mi aveva trasformato. Mi viene in mente ciò che disse Gore Vidal. Anche lui raccontava che Roma aveva cambiato la sua esistenza. Provavo una sensazione analoga. Non volevo tornare qui semplicemente come turista; desideravo farlo come artista e offrire un contributo concreto alla città. Così abbiamo creato qualcosa che allora non esisteva. Molti mi dissero che sarebbe stato impossibile. Continuavano a ripetermi: ‘Fallirai. A Roma non si può creare qualcosa di nuovo. È una città troppo complessa, troppo ricca di storia’. Ma proprio quelle parole mi diedero ancora più determinazione. Naturalmente, creare un progetto è una sfida; garantirne la continuità è un’altra. Se un festival vuole continuare a esistere, deve evolversi. Deve trovare nuovi linguaggi per dialogare con il pubblico senza tradire la propria identità. Noi continuiamo a eseguire i grandi capolavori. Suoniamo Brahms e le opere fondamentali del repertorio cameristico, pagine che rappresentano il cuore della nostra tradizione musicale. Questo non cambierà mai. Credo però che, per guardare al futuro, sia necessario aprire nuove strade. Per questo ho scelto di includere nel festival anche la musica rock. La mia storia personale ha avuto un ruolo importante in questa decisione. Sono cresciuto a Macon, in Georgia, la città degli Allman Brothers. Il loro pianista era Chuck Leavell. Inoltre sono cresciuto insieme a Mike Mills, che sarebbe poi diventato uno dei fondatori dei R.E.M. Quando avevamo dodici anni cantavamo perfino nello stesso coro della chiesa. Queste persone fanno parte della mia vita. Così mi sono chiesto: perché non invitarle a Roma? Mike Mills è una figura storica dei R.E.M., mentre Chuck Leavell è diventato il pianista dei Rolling Stones. Quando partecipano al festival non portano semplicemente un concerto rock. Portano con sé la tradizione musicale del Sud degli Stati Uniti e la inseriscono in un contesto che dialoga con la musica da camera. Ecco perché non considero il festival un museo immobile. Forse potrei definirlo un museo in continua espansione. La collezione resta la stessa, ma di tanto in tanto si apre una nuova sala, si aggiunge una nuova galleria. Ed è proprio questo che consente all’intero edificio di rimanere vivo”.

In oltre vent’anni di festival ha lavorato con moltissimi giovani musicisti. Che cosa ha imparato da loro che i grandi maestri non le avevano insegnato?

“Anche se oggi ho sessantasette anni, ricordo perfettamente che cosa significhi essere giovani. Può sembrare strano, ma quella sensazione non mi ha mai abbandonato. Quando ripenso a quel periodo della mia vita non lo percepisco come qualcosa di remoto. È come se fosse accaduto ieri. Ricordo l’entusiasmo. Ricordo il bisogno di trovare qualcuno capace di ispirarmi. E ricordo quanto fossero importanti gli incontri con i grandi musicisti. Per questo oggi guardo il festival attraverso gli occhi dei ragazzi che vi partecipano. In fondo continuo a riconoscermi in loro. Quando ero giovane, i musicisti che incontravo mi cambiavano la vita. Non soltanto per gli insegnamenti tecnici che mi trasmettevano, ma perché mi facevano comprendere che una vita dedicata alla musica era davvero possibile. Oggi sento la responsabilità di offrire la stessa opportunità. Per questo il festival non si conclude con l’ultimo concerto. Non è una settimana di musica a Roma e poi un semplice arrivederci. Continuiamo a seguire questi giovani, a consigliarli e a sostenerli. In alcuni casi diventiamo quasi i loro agenti, pur non essendo formalmente il nostro ruolo. Lo facciamo perché il mondo della musica è complesso, molto più di quanto molti immaginino. I giovani artisti devono imparare non solo a suonare, ma anche a costruire un percorso professionale sostenibile. Devono individuare opportunità, comprendere il funzionamento delle istituzioni e imparare a gestire la propria carriera. Noi cerchiamo di accompagnarli lungo questo cammino”.

Se il Rome Chamber Music Festival fosse una composizione musicale, sarebbe un’opera ancora incompiuta oppure ritiene di aver raggiunto il movimento finale?

“Se devo immaginare il festival come una composizione musicale, penso immediatamente al Concerto per violino di Samuel Barber. È il mio concerto preferito. E il motivo è semplice: non è perfetto. Non appartiene a quelle opere celebrate per una perfezione assoluta o per un equilibrio impeccabile. Eppure possiede una sincerità profonda. È una musica che parla direttamente al cuore. In un certo senso, il festival è diventato la stessa cosa. Quando ho iniziato questa avventura ero uno straniero. Non ero romano, né italiano. Ho dovuto imparare a conoscere questa città, a rispettarne i ritmi, le consuetudini e persino le sfumature umane. Naturalmente ho commesso errori e continuo a commetterne. Proprio qualche giorno fa, per esempio, sono andato a pranzo con i tecnici del Teatro Argentina. A un certo punto è arrivato il direttore generale del teatro. Non sapevo chi fosse e l’ho scambiato per uno dei tecnici. L’ho accolto con un abbraccio, come se fossimo amici da sempre, dicendogli: ‘Che bello rivederti! Forza Roma!’. Solo dopo ho capito che si trattava del direttore generale. Per fortuna è una persona intelligente, spiritosa e molto generosa. Probabilmente, però, avrei dovuto presentarmi in modo più formale. Ecco, questo sono io. Non conosco tutte le regole non scritte di Roma, né tutto ciò che accade dietro le quinte di questa città. Posso però essere sincero. Ed è ciò che ho cercato di fare con il festival. A volte sbaglio. A volte faccio una figuraccia. Credo però che il festival sia riuscito a diventare qualcosa di autentico proprio perché è nato da una passione genuina. Ha una missione. Ha una ragion d’essere. E per me quella missione è quasi sacra. Uso questa parola con cautela, ma è quella che meglio descrive ciò che provo. Non si tratta semplicemente di organizzare concerti. Si tratta di creare qualcosa che lasci un segno nelle persone, soprattutto nei giovani musicisti. Per questo penso al concerto di Barber. Barber voleva cantare attraverso la musica. E anch’io desidero che il festival canti”.

Lei si è innamorato di Roma a prima vista. Che cosa prova quando torna qui e l’aereo atterra a Fiumicino?

“Quando arrivo da New York e l’aereo tocca terra a Fiumicino, la prima sensazione è molto semplice: non vedo l’ora di raggiungere il centro della città. Non vedo l’ora di prendere un caffè da San Eustachio. Non vedo l’ora di respirare l’aria di Roma. C’è qualcosa nell’atmosfera di questa città che continua a colpirmi. Forse la vicinanza del mare, forse il vento leggero che attraversa le strade. È una sensazione difficile da descrivere. Ma non è soltanto questo. Ciò che mi affascina davvero di Roma sono i suoi misteri. I misteri nascosti dietro ogni angolo e dietro ogni porta. Proprio in questo momento, mentre parlo con lei, dalla finestra vedo il capolavoro di Borromini: la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza. La osservo ogni giorno. Eppure non sono mai riuscito a visitarla come vorrei, perché molto spesso è chiusa. È lì, davanti ai miei occhi, e continua a rappresentare una sorta di enigma. Talvolta penso che un giorno entrerò finalmente al suo interno. Nel frattempo, però, mi piace sapere che esiste. Mi piace sapere che c’è ancora qualcosa da scoprire. Credo che Roma sia fatta proprio di questo. È una città costruita su strati successivi di mistero. Ogni volta che si pensa di conoscerla, emerge un nuovo livello, una nuova storia, un nuovo segreto. E forse una parte del suo fascino risiede proprio in questo. Non è necessario svelare ogni mistero. A volte è sufficiente sapere che esiste”.

C’è un luogo di Roma in cui si rifugia quando desidera stare da solo e riflettere?

“Sì. Una delle esperienze più piacevoli che mi capitano qui è quando soffro un po’ di jet lag. Magari sono le due del mattino e non riesco a dormire. A quell’ora la città è quasi deserta, così esco a camminare da solo. Mi piace passeggiare, per esempio, in Piazza Navona. Da solo. In quei momenti mi torna spesso in mente una scena de La grande bellezza. Ricorda quando Jep Gambardella si allontana e cammina sotto la pioggia? Quella sequenza mi è rimasta impressa. Attraversa una Piazza Navona quasi irreale, vuota, immersa nel silenzio. È un’immagine splendida. Quando mi capita di passeggiare da solo per Roma provo una sensazione simile. Mia moglie conosce molto bene la città. Quando ci siamo trasferiti qui, ventitré anni fa, pensavamo di fermarci soltanto sei mesi. Io lavoravo molto e, per certi aspetti, lei ha avuto più occasioni di me per conoscere davvero Roma. Quando però mi trovo qui da solo, soprattutto di notte, provo una sensazione molto particolare. Mi sento completamente a mio agio. Mi sento a casa”.

Ha detto che, scoprendo Roma, ha scoperto anche sé stesso. Quale aspetto della sua personalità è emerso qui e forse non sarebbe mai affiorato altrove?

“La curiosità sarebbe probabilmente la risposta più immediata, e forse anche la più scontata. Tuttavia credo che sia quella giusta. Come violinista professionista ho trascorso la vita in compagnia di me stesso. Studiare uno strumento significa passare moltissimo tempo da soli, immersi nei propri pensieri. In un certo senso mi sono accompagnato ogni giorno per tutta la vita. Eppure Roma ha fatto emergere qualcosa che non conoscevo fino in fondo. Da una parte c’è stata la curiosità. Quando sono arrivato qui, come ho già raccontato, la mia vita è cambiata. Non saprei spiegare esattamente che cosa sia accaduto, ma l’idea del festival è nata proprio da quella trasformazione. Mi sono innamorato di Roma, ma all’inizio non sapevo come dare una forma concreta a quel sentimento. Avvertivo qualcosa di molto forte, senza riuscire ancora a tradurlo in un progetto. Per questo ho deciso di tornare come musicista, come artista, e di fare qualcosa per la città. Poi ho scoperto un altro tratto del mio carattere. Possiedo un senso molto forte di ciò che considero giusto e sbagliato. Quando ho deciso di creare il festival, non volevo assolutamente fallire. Non perché fossi ossessionato dal successo, ma perché sentivo che quel progetto aveva un significato profondo. Creare un festival da straniero, in una città che non era la mia, con regole diverse da quelle a cui ero abituato, è stato estremamente difficile. Abbiamo dovuto costruire un’organizzazione capace di sostenerlo, fondare un’associazione a New York per supportare il festival di Roma e affrontare problemi amministrativi, economici e organizzativi. Eppure non ho mai pensato di arrendermi. Forse Roma mi ha fatto scoprire proprio questo: una curiosità inesauribile e una determinazione tenace nel portare a termine ciò in cui credo davvero”.

A quattordici anni ascoltò Itzhak Perlman eseguire la Sonata del Diavolo di Tartini e ha raccontato che quella sera le cambiò la vita. Dopo tanti decenni di carriera, esiste ancora qualcosa che riesce a sorprenderla con la stessa intensità?

“Spero di sì. Dobbiamo incrociare le dita. Se devo essere sincero, oggi la risposta non riguarda più me. Credo che, per continuare a vivere con entusiasmo come artista e come persona, la gioia più grande sia vedere un allievo realizzarsi. Quando ero giovane tutto ruotava attorno alla mia crescita come violinista. Oggi le cose sono cambiate. Dopo aver fondato la scuola e dopo tanti anni dedicati all’insegnamento, mi rendo conto che, se un giorno qualcuno dovesse scrivere una sola parola sulla mia lapide, probabilmente sarebbe ‘insegnante’. E sa perché questa idea mi piace? Perché corrisponde alla verità. Sì, sono un musicista. Sì, sono un solista. Ma oggi, più di ogni altra cosa, mi sento un insegnante. Che cosa riesce ancora a sorprendermi? Quando un allievo raggiunge qualcosa di autentico. Non parlo necessariamente della fama o del successo professionale. Per me il vero traguardo arriva quando un giovane musicista riesce a cantare attraverso il proprio strumento. Quando ascolto uno studente e, all’improvviso, percepisco che non sta più semplicemente eseguendo delle note, ma sta comunicando qualcosa di umano e profondo, allora accade ancora. A volte mi commuovo, mi vengono le lacrime agli occhi. E in quell’istante provo la stessa ispirazione che sentivo da ragazzo. Credo che questa sia la risposta più sincera che possa darle”.

Quando prende in mano il suo Guarneri del Gesù del 1735, sente maggiormente il peso della storia o la libertà del presente?

“La seconda, senza alcun dubbio. A dire la verità, non mi interessa particolarmente il fatto che sia un Guarneri del Gesù. Naturalmente conosco bene la sua storia. So quale sia il valore dello strumento, ne conosco la provenienza e sono consapevole del privilegio che rappresenta possedere e suonare un capolavoro di questo livello. Tutto questo è meraviglioso. Ma non è il motivo per cui lo utilizzo. La ragione è molto più semplice: con questo violino suono meglio. Riesco a esprimermi con maggiore libertà. Posso osare senza timore. Posso realizzare esattamente ciò che desidero come interprete. Per me è questo che conta davvero. Il fatto che sia uno strumento straordinario dal punto di vista storico è certamente una fortuna, ma l’aspetto più importante è che sia il violino giusto per me. Desidero semplicemente fare musica nel miglior modo possibile, e questo strumento mi consente di farlo”.

Molti musicisti descrivono il proprio strumento come un amante o un compagno di viaggio. Si è mai sentito tradito dal suo violino?

“Se intende la domanda in questo senso, direi di no. Dopo tanti anni il violino è diventato una parte di me. Non saprei nemmeno definirlo un amante. Forse è più simile a un amico. E, fortunatamente, non è mai stato un avversario. È una presenza che mi aiuta costantemente, mi sostiene e mi accompagna. Non ho un rapporto romantico con lo strumento in sé. Il mio obiettivo è sempre stato un altro. Voglio fare la cosa giusta come musicista. Voglio cantare. Per me il violino, dopo la voce umana, è lo strumento più prezioso che esista proprio perché consente di cantare. Per anni ho cercato lo strumento che mi permettesse di esprimere questa idea nel modo più naturale possibile. Quando finalmente l’ho trovato, ho capito che era quello giusto. Naturalmente non sono perfetto, né lo sarò mai. Ma il violino è quello giusto. Possedere un Guarneri del Gesù è un privilegio immenso, ma la verità è che, trentacinque anni fa, avevo bisogno di trovare uno strumento capace di parlare la mia stessa lingua musicale. Il fatto che sia anche un capolavoro storico di straordinario valore è semplicemente un dono ulteriore. Un regalo inatteso”.

Dietro una carriera internazionale di successo come la sua si nascondono sempre sacrifici. Qual è stato il più grande?

“La lontananza da casa. Ricordo un episodio che ancora oggi mi ferisce. Mio figlio aveva circa tre anni. Una notte rientrai tardi, dopo uno dei miei viaggi. Lui stava dormendo. La mattina seguente entrò nella stanza dove eravamo mia moglie e io, mi guardò e chiese: ‘Papà è un ospite? È tornato un’altra volta?’. Fu devastante. Davvero. È una delle frasi più dolorose che abbia mai sentito. Anche mia figlia, quando era piccola, era convinta che lavorassi in aeroporto. Ai suoi occhi la mia vita era fatta di partenze e ritorni. Di valigie. Di voli. Oggi i miei figli sono adulti. Ho chiesto loro scusa per tutte le volte in cui sono stato assente. Siamo stati fortunati, però. Siamo una famiglia molto unita e abbiamo condiviso anche momenti meravigliosi. Durante la pandemia, per esempio, i nostri figli sono venuti a vivere con noi. Ci siamo ritrovati sotto lo stesso tetto, in quattro adulti. È stata un’esperienza straordinaria. Ci siamo divertiti molto. Ma, se devo rispondere con assoluta sincerità alla sua domanda, il sacrificio più grande resta quello: la distanza, l’assenza, non essere stato presente tutte le volte in cui i miei figli avrebbero avuto bisogno del loro padre”.

Ha mai avuto la tentazione di smettere?

“No. Non ho mai pensato di abbandonare la musica. C’è però una convinzione che mi accompagna da sempre: il giorno in cui sentirò di poter suonare soltanto all’ottanta per cento delle mie possibilità, mi fermerò. Non voglio suonare all’ottanta per cento. Non ne varrebbe la pena. Ci sono molti violinisti che continuano a esibirsi anche quando non possiedono più il controllo, l’energia o la libertà espressiva di un tempo. Non vorrei mai trovarmi in quella situazione. Non voglio che la musica diventi una forma di sofferenza. Per questo ho sempre sentito il bisogno di costruire qualcosa che andasse oltre la mia carriera di solista. Anche il festival nasce da questa consapevolezza. E, ancora di più, la scuola. Sono i progetti che mi permettono di continuare a trasmettere qualcosa agli altri, indipendentemente da ciò che un giorno accadrà alla mia attività concertistica. Se vogliamo definirlo così, quello è il mio piano B”.

Prima della musica, nella sua vita c’era la passione per il basket. Le capita mai di chiedersi che cosa sarebbe successo se avesse continuato su quella strada?

“Sì, ma la verità è che non ero abbastanza bravo. Mi piaceva moltissimo giocare a pallacanestro. Ne ero appassionato. Tuttavia non possedevo il talento necessario per immaginare una carriera in quel mondo. La svolta arrivò quando avevo quattordici anni e ascoltai Itzhak Perlman, come ricordava poco fa: ero quasi deciso a smettere di studiare il violino. Poi andai a quel concerto e tutto cambiò. Da quel momento il basket scomparve completamente dai miei pensieri. Anni dopo raccontai questa storia proprio a Perlman e lui mi rispose scherzando: ‘Sì, però probabilmente avresti guadagnato di più giocando a pallacanestro’. Naturalmente scoppiammo a ridere. Come battuta aveva ragione, ma soltanto come battuta, perché non ero abbastanza bravo per arrivare a quel livello. Se non fossi diventato musicista, credo che avrei fatto l’avvocato. Ho sempre avuto una grande passione per la Costituzione americana. Non per ragioni economiche o di carriera, quanto piuttosto per l’interesse verso il concetto di giustizia e per il desiderio di fare ciò che ritengo giusto. In qualche modo questa inclinazione è rimasta anche nella mia famiglia. Mia figlia, per esempio, è avvocata. Si occupa dei diritti delle donne e assiste famiglie che attraversano situazioni difficili o separazioni. È un lavoro molto impegnativo, che spesso significa confrontarsi con la sofferenza delle persone. Non è una professione che assicura grandi guadagni. Eppure lei la ama. La svolge perché crede profondamente nel suo valore. Ed è una scelta che ammiro moltissimo. Per questo penso che, se non fossi diventato musicista, probabilmente sarei diventato avvocato”.

Dal punto di vista del carattere, che cosa è rimasto, oggi, del ragazzo che era?

“A volte temo di essere ancora lo stesso. E non sempre è un vantaggio. Ogni tanto faccio ancora qualche sciocchezza. Le racconto un episodio. Quando mi trasferii a Roma, circa ventitré anni fa, affittai un appartamento da una principessa che viveva in centro. All’epoca stavo imparando l’italiano e cercavo continuamente nuove espressioni da usare. Un giorno la mia insegnante mi spiegò che, oltre a dire ‘se non le dispiace’, esisteva una formula più colloquiale. Mi disse: ‘Puoi dire: se non ti rode’. Ingenuamente pensai che fosse un’espressione perfettamente appropriata in qualsiasi circostanza. Così, quando incontrai la principessa, le dissi con la massima serietà: ‘Devo uscire, ma tornerò fra quindici minuti… se non le rode’. E lo dissi nel modo più formale possibile. Forse fu persino peggio. Ancora oggi riesco a immaginare la sua espressione. Mi guardò e rispose: ‘No, non mi rode!’. A quel punto pensai: perfetto, siamo già diventati amici. È un episodio che continua a farmi sorridere. Ma dimostra che una parte di quel ragazzo un po’ ingenuo e un po’ monello è rimasta dentro di me”.

Lei ha collaborato con compositori come Philip Glass e con artisti provenienti da mondi musicali molto diversi. Qual è il pregiudizio più diffuso, o più assurdo, che ancora grava sulla musica classica?

“Prima ancora di parlare dei pregiudizi, credo sia importante ricordare un principio fondamentale. La musica classica cura. Ne sono profondamente convinto. Cura le ferite. Allevia il dolore. Aiuta le persone a entrare in contatto con emozioni che spesso non riescono a esprimere a parole. Può sembrare un’affermazione romantica, ma per me è una verità concreta. Ho visto troppe volte la musica trasformare le persone per considerarla soltanto una forma di intrattenimento. La musica cura. Il problema non è la musica. Il problema è il sistema che abbiamo costruito attorno ad essa. Oggi il modello su cui si fondano molte istituzioni musicali non è più adeguato alla realtà contemporanea. Deve evolversi. E credo che questo cambiamento debba partire proprio dai musicisti. Per troppo tempo sono stati considerati semplici esecutori: persone chiamate a suonare mentre altri prendevano le decisioni. Io penso invece che debbano assumere un ruolo molto più centrale. Devono partecipare alla gestione delle istituzioni. Devono comprendere il funzionamento dell’economia, del diritto e dell’imprenditorialità culturale. E devono imparare a guidare. È per questo che nella mia scuola non insegniamo soltanto musica. Insegniamo anche management, diritto e gestione organizzativa. Perché i giovani che oggi si affacciano alla professione troveranno una realtà molto diversa da quella che ho conosciuto io. E devono essere pronti ad affrontarla. Abbiamo bisogno di nuovi pubblici. Abbiamo bisogno di coinvolgere più giovani. E abbiamo bisogno di avvicinare alla musica classica persone che oggi la percepiscono come qualcosa di distante. Sono sfide enormi. Ma credo che i musicisti possano affrontarle. Anzi, credo che siano gli unici a poterlo fare davvero. Perché conoscono il valore di ciò che stanno cercando di preservare. E se vogliamo che la musica classica continui a vivere nel XXI secolo, dobbiamo accettare che il mondo sia cambiato e che richieda idee nuove”.



Robert McDuffie

US: Vita Ragaglia




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