Roma, 18 giugno 2026 – Mentre i principali sistemi dell’istruzione superiore del Vecchio Continente arretrano sotto il peso di riforme complesse e spinte competitive globali, l’università italiana si muove in una direzione ostinatamente contraria. I dati della nuova edizione del celebre QS World University Rankings 2027 delineano uno scenario storico per gli atenei di casa nostra: l’Italia si attesta come l’unico grande Paese dell’Unione Europea capace di registrare una crescita netta, solida e diffusa delle proprie istituzioni accademiche.
I dati del Qs World University Rankings 2027
Su un totale di 47 università italiane entrate in classifica, ben 26 migliorano la propria posizione e soltanto 15 arretrano, con le restanti che mantengono stabile il proprio posizionamento. Questo straordinario dinamismo si traduce in un saldo positivo del trentaquattro per cento, un risultato che appare sbalorditivo se confrontato con il tracollo verticale dei nostri principali competitor continentali. La Germania, infatti, registra un saldo negativo del meno sessantuno per cento, la Spagna un meno cinquantotto per cento, la Francia si ferma a un preoccupante meno quarantacinque per cento e i Paesi Bassi precipitano a un drammatico meno settantasette per cento. Perfino il Regno Unito, storico punto di riferimento accademico globale, accusa la fatica e chiude l’anno con un saldo in rosso del meno otto per cento. Il dato nazionale più impressionante, che certifica lo stato di grazia della nostra accademia, riguarda l’élite del sistema: tutte le prime dieci università italiane migliorano la propria posizione rispetto allo scorso anno. Si tratta di un traguardo eccezionale che nessun altro grande sistema universitario europeo può vantare in questa edizione. Questa avanzata poggia quasi interamente sulla qualità della ricerca scientifica e sulla reputazione globale, ma deve fare i conti con un pesante sottofinanziamento strutturale — la spesa per l’istruzione terziaria in Italia è ferma ad appena l’uno per cento del Prodotto Interno Lordo contro una media OCSE ben più alta — e con una profonda, cronica spaccatura geografica che rischia di spaccare in due il Paese.
Il ranking degli atenei italiani
Al vertice della piramide accademica nazionale si conferma, per il dodicesimo anno consecutivo, l’indiscusso primato del Politecnico di Milano. L’ateneo milanese compie un formidabile balzo in avanti di undici posizioni e tocca l’ottantasettesimo posto mondiale. Si tratta della posizione più alta mai raggiunta da un’università italiana nella storia della classifica QS, e l’istituto milanese resta l’unico prestigioso rappresentante tricolore nella blindatissima Top 100 globale. Il motore principale di questo successo risiede soprattutto nella straordinaria reputazione di cui godono i suoi laureati presso il mercato del lavoro internazionale, un indicatore specifico che vede il Politecnico posizionarsi al cinquantasettesimo posto al mondo. Subito dietro, la Sapienza Università di Roma ottiene il miglior risultato della sua gloriosa storia raggiungendo la centundicesima posizione globale, grazie a un importante avanzamento di diciassette posizioni rispetto all’edizione 2026. L’ateneo capitolino si attesta inoltre come leader nazionale assoluto in tre indicatori cruciali per la valutazione globale: la Reputazione Accademica, la Rete di Ricerca Internazionale e gli Esiti Occupazionali. Il terzo gradino del podio italiano è occupato dall’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, che sale al centoventitreesimo posto mondiale guadagnando quindici posizioni nell’ultimo anno e consolidando una eccezionale crescita decennale pari al quaranta virgola nove per cento. Notevole è anche la performance dell’Università di Padova, che si piazza al duecentoquattresimo posto mondiale con un progresso di ventinove posizioni e conquista la leadership nazionale nell’indicatore della Sostenibilità.
A pochissima distanza segue il Politecnico di Torino, che tocca il suo massimo storico agguantando la duecentoseiesima posizione globale grazie a un balzo di trentasei posti nell’ultimo anno, spinto da un forte incremento nella considerazione da parte dei datori di lavoro internazionali. Scorrendo la classifica dei migliori venti atenei italiani, troviamo in sesta posizione nazionale l’Università degli Studi di Milano al duecentosettantesimo posto mondiale, seguita dall’Università di Pisa al trecentoquarantunesimo posto e dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” al trecentoquarantaduesimo posto, in crescita di tredici posizioni. Al nono posto si piazza l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che guadagna ventuno posizioni e si attesta al trecentottantottesimo posto globale, seguita dall’Università degli Studi di Pavia, decima in Italia al trecentonovantacinquesimo posto globale con un brillante progresso di ventotto passi.
Fuori dalla top dieci nazionale si colloca l’Università degli Studi di Napoli Federico II al quattrocentunesimo posto globale, che accusa purtroppo una perdita di ventidue posizioni. Seguono l’Università degli Studi di Torino al quattrocentocinquesimo posto, l’Università degli Studi di Firenze al quattrocentonovesimo e l’Università degli Studi di Trento, che mette a segno un eccezionale balzo di quarantasette posizioni portandosi al quattrocentotrentottesimo posto globale. Chiudono la parte alta del ranking l’Università Vita-Salute San Raffaele al quattrocentosessantacinquesimo posto, l’Università degli Studi di Genova al cinquecentoduesimo con un guadagno di ventotto posizioni, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca al cinquecentocinquantaquattresimo, l’Università degli Studi di Siena al cinquecentosettantaduesimo, l’Università degli Studi di Brescia al cinquecentottantunesimo e l’Università Ca’ Foscari Venezia al seicentesimo posto assoluto.
La frattura geografica
Se i dati complessivi parlano di un’Italia trionfante e in controtendenza, un’analisi disaggregata per macro-aree geografiche mette a nudo la profonda e drammatica asimmetria del nostro sistema d’istruzione superiore. La crescita, infatti, non è affatto uniforme e riflette le storiche divisioni economiche della penisola. Il Nord Italia si dimostra il vero e proprio motore trainante della competitività accademica nazionale. Le ventotto università classificate in questa macro-area registrano un ottimo rank medio di 457 e una variazione media monstre di ben ventisette virgola cinque posizioni guadagnate, con ben il settantacinque per cento degli atenei settentrionali in netta crescita. Accanto ai successi dei grandi Politecnici e di Padova, spicca la straordinaria performance dell’Università degli Studi di Brescia, che guadagna sessantanove posizioni ed entra di prepotenza nell’élite mondiale delle Citazioni per Docente. Il Centro Italia mantiene un passo solido e ampiamente positivo. Con undici atenei classificati, l’area geografica centrale registra un incremento medio di nove virgola due posizioni e il sessantaquattro per cento delle università in crescita. Roma fa da traino assoluto vedendo salire tutti e tre i suoi atenei storici, ma la vera sorpresa dell’anno arriva da Ancona: l’Università Politecnica delle Marche mette a segno un balzo storico di ben centoquarantadue posizioni nel lungo periodo, collocandosi al seicentosessantaduesimo posto globale e siglando il miglior risultato incrementale dell’intero sistema italiano.
Lo scenario muta radicalmente e si fa preoccupante se si volge lo sguardo al Sud e alle Isole, dove le fragilità strutturali del Mezzogiorno emergono in tutta la loro evidenza. I soli otto atenei del Sud registrano un rank medio complessivo molto basso, pari a 937, e fanno registrare una variazione media negativa di meno diciannove virgola quattro posizioni. Appena il cinquanta per cento delle università meridionali riesce a migliorare il proprio posizionamento, mentre le altre perdono terreno in modo vistoso. Napoli incarna perfettamente questo stato di sofferenza: nessuna delle sue università cresce e la Federico II arretra risentendo di un calo nell’indicatore della Rete Internazionale di Ricerca. Il contrasto più emblematico si registra però a Bari: se l’Università degli Studi guadagna terreno salendo di sei bande di posizione, il Politecnico di Bari sprofonda perdendo ben centosettantatré posizioni in un solo colpo e scivolando nella fascia tra 951 e 1000, facendo registrare il crollo più marcato di tutta la penisola.
Le armi del successo e i limiti strutturali del Paese
Come fa un sistema universitario che riceve finanziamenti pubblici sensibilmente inferiori rispetto ai competitor internazionali a battere i colossi d’oltralpe? La risposta risiede interamente in un fattore chiave: la straordinaria qualità e l’incredibile produttività scientifica dei nostri ricercatori. L’indicatore relativo alle Citazioni per Docente si conferma uno dei pilastri storici del nostro sistema: l’Italia schiera ben quindici atenei nella top 500 mondiale per impatto della ricerca, e ben trentotto su quarantasette migliorano in questo campo. Un primato d’eccellenza guidato dall’Università Vita-Salute San Raffaele, che pur occupando il quattrocentosessantacinquesimo posto nella classifica generale, si piazza addirittura al sesto posto assoluto al mondo in questo specifico indicatore scientifico. Tuttavia, l’analisi del QS World University Rankings evidenzia come questa crescita, per quanto reale, sia estremamente fragile poiché poggia quasi esclusivamente sul sacrificio individuale e sul valore dei singoli scienziati e non su una visione strategica di investimenti economici. Gli indicatori legati all’internazionalizzazione rimangono la vera e propria spina nel fianco dell’accademia italiana. Nessun ateneo del nostro Paese compare tra i primi cento al mondo per percentuale di docenti internazionali o per la quota di studenti stranieri iscritti. L’Italia continua a mostrare forti difficoltà nell’attrarre talenti dall’estero e nel trattenerli all’interno dei propri confini.
Un altro vincolo strutturale che appare invalicabile è rappresentato dal rapporto numerico tra docenti e studenti. Mentre la media OCSE fotografa investimenti pari a circa tredicimilaottocento euro per ogni singolo studente nell’istruzione terziaria, l’Italia si ferma ad appena ottomiladuecento euro, costringendo i propri atenei a operare con bacini d’utenza enormi e pochissime risorse di personale a disposizione. La sfida del prossimo decennio appare quindi chiaramente tracciata. Se l’università italiana vuole consolidare i propri straordinari primati e colmare la distanza che la separa dai vertici globali, la politica sarà chiamata a intervenire in modo strutturale. Risulta infatti urgente incrementare i fondi per evitare che il divario tra il Nord e il Sud si trasformi in una frattura insanabile e per far sì che il valore generato dai nostri atenei riceva, finalmente, le risorse e il riconoscimento internazionale che merita.
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