Esistono fascicoli che assolvono con competenza alla funzione di informare il lettore sugli sviluppi di una determinata crisi internazionale ed esistono fascicoli che, pur prendendo le mosse dall’attualità, tentano di collocarla entro coordinate storiche, culturali e geopolitiche più vaste, nella convinzione che gli avvenimenti acquistino un significato autentico soltanto quando vengono sottratti alla dimensione effimera della cronaca e ricondotti ai processi di lunga durata che li hanno resi possibili. Il numero LXXXIII di “Eurasia” appartiene senza dubbio a questa seconda categoria e proprio in tale caratteristica risiede uno dei suoi principali motivi d’interesse.
A una prima occhiata il lettore potrebbe essere indotto a ritenere che il tema dominante del fascicolo sia costituito dalla guerra contro l’Iran e dalle sue implicazioni regionali e internazionali; tuttavia, man mano che la lettura procede, emerge con crescente chiarezza come la Repubblica Islamica rappresenta soprattutto il punto di convergenza di una riflessione assai più ampia, che investe la natura dell’ordine mondiale contemporaneo, le forme assunte dal potere occidentale nel XXI secolo e la progressiva erosione di quelle certezze ideologiche che avevano accompagnato la fase unipolare apertasi con il crollo dell’Unione Sovietica.
Ne deriva una sensazione piuttosto rara nel panorama editoriale contemporaneo: quella di trovarsi non di fronte a una semplice raccolta di saggi, ma ad un’opera corale nella quale contributi diversi per impostazione, stile e argomento finiscono per dialogare tra loro, illuminandosi reciprocamente e concorrendo alla costruzione di un quadro interpretativo unitario.
L’editoriale di Claudio Mutti svolge, sotto questo profilo, una funzione quasi introduttiva, poiché individua immediatamente uno dei nuclei tematici che attraversano l’intero fascicolo: il rapporto tra potenza e legittimazione. L’autore rifiuta infatti la tentazione, oggi assai diffusa, di interpretare Donald Trump come una sorta di accidente della storia americana o come il prodotto esclusivo di una particolare congiuntura politica e culturale, preferendo invece collocarlo entro una genealogia molto più profonda, che affonda le proprie radici nel puritanesimo coloniale, nel mito della “città sulla collina”, nella convinzione di una missione provvidenziale affidata al popolo americano e, più in generale, in quella particolare forma di eccezionalismo che accompagna gli Stati Uniti fin dalla loro origine storica. Si tratta di una prospettiva che possiede il merito di spostare l’attenzione dalle personalità alle strutture, dalle contingenze alle permanenze, inducendo il lettore a interrogarsi non tanto sulle peculiarità del trumpismo, quanto sulla continuità di determinati atteggiamenti politici e culturali all’interno della storia statunitense. In questo senso, l’editoriale finisce per assumere una funzione che va ben oltre il commento dell’attualità, poiché suggerisce una chiave interpretativa destinata a riemergere, in forme diverse, nelle pagine successive.
Non è infatti difficile cogliere una profonda consonanza ideale tra questa riflessione e il contributo di Gabriele Repaci, che affronta il problema della forza da una prospettiva apparentemente distante ma in realtà complementare. Se Mutti si concentra sulle forme ideologiche attraverso le quali una potenza giustifica il proprio ruolo nel mondo, Repaci ne indaga invece i fondamenti strategici, mettendo in discussione una delle convinzioni più radicate della modernità politica, vale a dire l’idea secondo cui la superiorità materiale sarebbe destinata a tradursi automaticamente in vittoria.
La forza del suo ragionamento consiste proprio nella capacità di muoversi simultaneamente su piani differenti. Dall’esperienza dell’uomo paleolitico alle guerre asimmetriche contemporanee, dalla biologia evolutiva alla teoria strategica, il saggio costruisce una critica serrata di quella che potremmo definire la metafisica della potenza, mostrando come la storia premi assai più frequentemente la capacità di adattamento che non l’accumulazione di mezzi. Ciò che emerge dalle sue pagine è una concezione della strategia intesa non come manifestazione della forza, ma come arte della gestione dei vincoli; una concezione che, per molti aspetti, appare particolarmente adatta a interpretare le dinamiche del conflitto contemporaneo e che finisce per costituire una sorta di premessa teorica dell’intero dossier dedicato all’Iran.
A sua volta, il contributo di Amedeo Maddaluno sulla geopolitica degli automi militari amplia ulteriormente la riflessione, spostandola sul terreno della tecnologia. Anche in questo caso, tuttavia, l’attenzione dell’autore non si concentra tanto sugli aspetti tecnici quanto sulle implicazioni politiche e strategiche dell’automazione della guerra. In un’epoca nella quale il progresso tecnologico viene spesso rappresentato come una forza neutrale e inevitabile, Maddaluno ricorda opportunamente che ogni innovazione si inserisce all’interno di rapporti di potere preesistenti e finisce per modificarli senza mai sostituirli del tutto.
Questi primi contributi producono un effetto interessante, poiché preparano il terreno per la sezione centrale del fascicolo senza anticiparne le conclusioni. Il lettore viene progressivamente condotto verso il dossier dedicato alla “Coalizione Epstein contro l’Iran” attraverso una serie di riflessioni che lo inducono a guardare oltre la superficie degli eventi, rendendolo più sensibile alle dimensioni storiche, simboliche e strutturali dei fenomeni politici.
È proprio nel dossier centrale che l’ambizione intellettuale del numero emerge nella maniera più evidente. I diversi autori, infatti, non si limitano a descrivere gli sviluppi del confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti, ma tentano di interpretarne il significato entro un quadro molto più vasto, nel quale confluiscono geopolitica, teologia politica, storia delle idee, sociologia delle élite e teoria delle relazioni internazionali.
Luca Onofri, richiamando la memoria della Guerra del Peloponneso, invita implicitamente il lettore a considerare il conflitto non come una crisi regionale isolata ma come una manifestazione di quella tensione tra potenza dominante e potenza emergente che costituisce uno dei grandi temi della storia politica universale. Matteo Marchioni prosegue lungo questa direttrice inserendo la questione iraniana all’interno del confronto per l’egemonia sull’Eurasia, mostrando come le vicende mediorientali risultino incomprensibili se separate dalle più ampie dinamiche che coinvolgono Stati Uniti, Cina e Russia.
L’impressione è che entrambi gli autori condividano una medesima convinzione di fondo: le guerre non nascono mai esclusivamente nei luoghi in cui vengono combattute. Esse sono quasi sempre il punto d’intersezione di processi più vasti, talvolta invisibili agli osservatori meno attenti, ma decisivi per comprenderne le cause profonde.
Tale impostazione trova un ulteriore sviluppo nei contributi di Daniele Perra, Valerio Savioli e Stefano Azzali, che costituiscono probabilmente il nucleo più originale dell’intero dossier. Pur affrontando argomenti differenti, i tre autori sembrano infatti convergere attorno a un interrogativo comune, concernente il rapporto tra potere e legittimazione nelle società contemporanee.
Il saggio di Perra sul messianismo delle élite occidentali rappresenta, da questo punto di vista, uno dei momenti più stimolanti della raccolta. L’autore suggerisce che molte delle categorie attraverso cui l’Occidente interpreta se stesso e il proprio ruolo storico conservino una struttura profondamente religiosa anche quando si presentano sotto forme apparentemente secolarizzate. La convinzione di incarnare il progresso, l’idea di una missione universale, la distinzione tra spazio della civiltà e spazio della barbarie, l’aspirazione a una redenzione collettiva della storia sembrano riemergere continuamente sotto nuove vesti, conferendo alla politica una dimensione quasi escatologica.
Il contributo di Savioli affronta invece il tema delle reti informali del potere contemporaneo, utilizzando la figura di Jeffrey Epstein come punto di partenza per una riflessione più ampia sui rapporti tra finanza, politica, intelligence e costruzione del consenso. Che si condividano o meno tutte le conclusioni dell’autore, risulta difficile negare la rilevanza delle questioni sollevate, poiché esse riguardano una delle caratteristiche più significative delle società contemporanee: la crescente difficoltà di distinguere con chiarezza tra sfera pubblica e sfera privata, tra potere istituzionale e potere informale.
Il saggio di Azzali sulla religione civile statunitense completa idealmente questo percorso, riportando il lettore al tema introdotto nell’editoriale di Mutti e mostrando come l’eccezionalismo americano continui a costituire uno dei principali strumenti di autolegittimazione dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.
Nel loro insieme, questi contributi producono un effetto particolarmente interessante, perché suggeriscono che il conflitto contemporaneo non riguardi soltanto interessi materiali, territori o risorse, ma anche narrazioni, simboli e sistemi di credenze. In altre parole, essi invitano a considerare la geopolitica come una forma di storia delle idee applicata ai rapporti di potenza.
La seconda parte del dossier contribuisce a restituire complessità a una regione che il dibattito mediatico tende spesso a rappresentare in maniera schematica. Aldo Braccio dedica la propria attenzione alla posizione della Turchia, evidenziandone le ambiguità, le contraddizioni e le opportunità strategiche; Giovanni Franciosi affronta il tema della guerra giusta e del dramma libanese, introducendo nel dibattito una dimensione etica e religiosa troppo spesso trascurata; Alessandra Colla concentra invece l’attenzione sul ruolo dell’Italia, offrendo una riflessione che appare tanto più necessaria quanto più il nostro Paese tende a essere percepito come marginale nelle grandi dinamiche internazionali.
I contributi conclusivi di Franz Simonini e Maria Morigi meritano una menzione particolare perché svolgono una funzione essenziale all’interno dell’economia generale del fascicolo. Dopo centinaia di pagine dedicate a strategie, conflitti, alleanze e rapporti di forza, essi restituiscono finalmente profondità storica e culturale all’Iran stesso, sottraendolo alla condizione di semplice oggetto geopolitico e riportandolo alla dimensione di civiltà.
È forse questo uno degli aspetti più riusciti dell’intera raccolta. In un momento storico nel quale il linguaggio della geopolitica tende talvolta a trasformare popoli e nazioni in mere pedine di una scacchiera globale, questi saggi ricordano che dietro ogni Stato esistono tradizioni, memorie, istituzioni e identità che non possono essere comprese esclusivamente attraverso la categoria dell’interesse strategico.
Giunti all’ultima pagina, ciò che colpisce maggiormente non è la singola tesi sostenuta da questo o quell’autore, bensì la straordinaria coerenza che emerge dall’insieme. Pur nella diversità degli approcci e delle sensibilità, tutti i contributi sembrano convergere verso una medesima intuizione: l’ordine internazionale costruito attorno all’egemonia occidentale continua a possedere una potenza considerevole, ma incontra crescenti difficoltà nel presentare se stesso come espressione naturale e universale della storia umana.
La questione, in fondo, non riguarda soltanto la distribuzione del potere, bensì il significato del potere stesso. Ciò che appare in discussione non è semplicemente la capacità dell’Occidente di imporre la propria volontà, ma la sua capacità di convincere il resto del mondo che tale volontà coincida con un interesse universale.
Da questa prospettiva, la guerra contro l’Iran assume un valore che supera largamente i confini del Medio Oriente. Essa diventa il simbolo di una trasformazione storica più profonda, nella quale un sistema di potere abituato a percepirsi come misura del mondo si trova costretto a confrontarsi con realtà che non riconoscono più spontaneamente la sua autorità. Che questa trasformazione conduca a un equilibrio multipolare più stabile o a una fase di conflittualità ancora più intensa è una questione che resta inevitabilmente aperta. Tuttavia, proprio nella capacità di formulare interrogativi di tale portata risiede il principale merito di questo numero di “Eurasia”, il quale dimostra come una rivista possa ancora svolgere una funzione autenticamente culturale quando rinuncia alla tentazione della cronaca immediata e torna ad assumere come proprio orizzonte la lunga durata della storia.
Matteo Pio Impagnatiello
foto wikipedia
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione Il Corriere Nazionale
Source link





