“Il vero successo è riuscire a riconoscersi allo specchio”


Per raccontare Cyro Rossi bisogna forse partire da un equivoco. Quello che spesso accompagna gli attori quando vengono osservati da lontano: l’idea che il loro mestiere consista nel mostrarsi. Ascoltandolo, invece, si ha la sensazione opposta. Che il suo lavoro, prima ancora che interpretare qualcuno, sia imparare a sottrarsi. Fare un passo indietro. Lasciare spazio. Diventare tramite. È una parola che ritorna spesso, anche quando non la pronuncia. Tramite. Tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Tra l’infanzia e l’età adulta. Tra la fragilità e la disciplina. Tra il caos e la forma. Forse è anche per questo che il suo incontro con Il grande Boccia appare meno casuale di quanto possa sembrare. Il film di Karen Di Porto racconta la storia vera di Tanio Boccia, regista considerato da molti il ‘peggior regista del cinema italiano’, figura marginale eppure ostinatamente vitale nell’Italia del cinema popolare degli anni Sessanta. È il racconto di uomini che continuano a credere nei propri sogni quando tutto sembra suggerire il contrario. Di persone che lavorano ai margini della gloria, ma non della passione. Un inno all’arte di arrangiarsi, alla resistenza dei visionari e alla dignità dei perdenti che non smettono di tentare. In questo universo Cyro Rossi interpreta Fusco, produttore elegante e ambizioso, uomo di idee e di intuizioni, attratto da quella stessa energia che muove Boccia. Ma, ascoltando le sue parole, viene il dubbio che il vero protagonista del suo racconto non sia Fusco, né Boccia. Sia piuttosto quella fame. Quella tensione interiore che spinge alcuni individui a costruire qualcosa anche quando non esistono garanzie di riuscita. Cyro Rossi appartiene a una generazione che ha conosciuto il successo come parola inflazionata e spesso svuotata. Eppure il suo modo di raccontarsi sembra provenire da un’altra grammatica emotiva. Una grammatica fatta di apprendistato, di compagnie teatrali, di maestri osservati in silenzio, di ragazzi ai quali insegnare, di errori accettati, di relazioni coltivate. Più che all’idea della conquista, assomiglia a quella della cura. C’è un aspetto che colpisce particolarmente nel suo percorso. La naturalezza con cui parla delle proprie fragilità. Non per esibirle, ma per riconoscerle. Come se avesse compreso qualcosa che spesso sfugge in un ambiente dominato dall’immagine: che la sensibilità non è il contrario della forza. È una sua forma più complessa. Dietro l’attore, il regista e l’insegnante emerge allora il ritratto di un uomo che ha scelto di non cancellare il bambino che era. Di conservarne la curiosità, lo stupore, perfino il gioco. Non come fuga dalla realtà, ma come modo per attraversarla. Perché, come accade ai bambini quando giocano, anche gli artisti più autentici sembrano conoscere una verità semplice e radicale: si può prendere qualcosa tremendamente sul serio senza perdere la leggerezza. Ed è forse qui che si nasconde il nucleo più profondo di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Cyro Rossi. Nel film che racconta i sogni impossibili di un outsider del cinema italiano, incontriamo un attore che parla di libertà, di identità, di relazioni, di fallimento e di coraggio. Un uomo che ha imparato che non tutti comprenderanno il suo percorso e che il vero successo non coincide necessariamente con l’essere visti, ma con il riuscire a riconoscersi. Come davanti a uno specchio. E forse ogni intervista, in fondo, è proprio questo: il tentativo di osservare il riflesso di qualcuno per capire quale storia continua a muoversi dietro l’immagine. Oggi quella storia porta il nome di Cyro Rossi.


Che impressione le ha lasciato Fusco, il personaggio che interpreta nel film Il grande Boccia? Chi è per lei?

“Fusco è una persona che ha idee. È uno che vuole emergere in un contesto in cui c’era una grandissima voglia di fare, di creare, di costruire qualcosa. Per questo credo che abbia molti punti di contatto con Tanio Boccia: entrambi condividono il desiderio di trovare il proprio spazio e di affermarsi attraverso il lavoro e l’inventiva. C’è un aspetto che mi colpisce particolarmente di lui: quando osserva il cinema del suo tempo e cerca di capire che cosa funziona, quali siano le tendenze e che cosa possa incontrare il gusto del pubblico. Da lì nasce il suo rapporto con Boccia. Ai miei occhi è una persona elegante, di spessore, che però probabilmente commette un errore di valutazione proprio su quel personaggio. Più in generale, ciò che mi affascina è il periodo storico. In quegli anni c’era un entusiasmo enorme attorno al cinema italiano. C’erano grandi registi, grandi personalità e soprattutto una fame positiva di futuro. Mi viene in mente una frase di un film con Michael Douglas: ‘Si può vincere e perdere, ma l’importante è non smettere mai di lottare’. Ecco, quegli anni mi trasmettono proprio questo: la sensazione di persone affamate di possibilità e di riscatto. Parliamo di un’Italia che arrivava dal dopoguerra, dagli anni Cinquanta e Sessanta. C’era una grande voglia di fare e di emergere. Anche Fusco, secondo me, è figlio di quell’energia. Certo, aveva una posizione più protetta rispetto ad altri, lavorava per una produzione importante, ma questo non cancella il suo entusiasmo e la sua volontà di costruire qualcosa”.

Questo è il secondo film che realizza con la regista Karen di Porto dopo Maria per Roma. Che cosa pensa abbia visto in lei per richiamarla ancora una volta?

“Ci conosciamo da tanti anni perché abbiamo studiato insieme. Credo che abbia sempre visto in me una certa delicatezza, una caratteristica che accomuna molti dei personaggi che mi ha affidato. Penso alla scelta di Ricky Memphis per Boccia, un personaggio ironico e simpatico, ma anche molto tenero. E quella tenerezza apparteneva sia al personaggio sia alla persona reale che poi ho avuto modo di conoscere e frequentare. Secondo me il rischio, con ruoli di questo tipo, è sempre quello di forzare troppo la mano. Invece Karen cercava qualcosa di più sottile: una recitazione capace di lavorare sui silenzi, sui sottotesti, sui tempi della comicità. Una comicità che non fosse urlata ma che emergesse attraverso le sfumature. Probabilmente ha visto in me questa possibilità. Cercava anche una figura che potesse rappresentare bene quel periodo storico, con una certa eleganza e un certo portamento. Scherzando dico sempre che mi aveva trasformato quasi in Humphrey Bogart. La verità è che alcuni registi hanno la capacità di vedere qualcosa che magari altri non vedono. Questa è una grande fortuna per un attore: lavorare con persone che sanno individuare aspetti nascosti e valorizzarli”.

Maria per Roma può essere considerato quasi il suo esordio cinematografico. Da allora sono passati diversi anni. Che cosa è cambiato in Cyro Rossi? Se oggi osservasse la sua carriera come una scala, a quale gradino sentirebbe di essere arrivato?

“Mi sento molto appagato. La verità è che non vedo limiti, perché faccio fatica persino a considerare questa attività un lavoro nel senso tradizionale del termine. Certo, oggettivamente lo è, e questo film è stata un’esperienza meravigliosa. Ho avuto l’opportunità di lavorare accanto a professionisti straordinari, a partire da Fabio Cianchetti, direttore della fotografia che considero un maestro. Osservarlo sul set è stato affascinante. È una di quelle persone che sembrano muoversi quasi in punta di piedi, come un’ombra, eppure sono sempre presenti e hanno tutto sotto controllo. Da quell’esperienza ho imparato moltissimo. Continuo però a vivere questo mestiere come una passione. Scherzo spesso dicendo che mi ricordo che è un lavoro quando arrivano le tasse o quando bisogna fare i conti con l’INPS. In quei momenti emerge anche il suo aspetto più concreto e professionale. Per il resto, mi diverto. Insegno, lavoro in teatro, faccio cinema e porto avanti progetti personali. È un’attività che mi dà un autentico senso di soddisfazione. Mi piace un’idea quasi antica di questo mestiere. Penso all’epoca di Molière, alle compagnie che viaggiavano insieme, si spostavano da una città all’altra e costruivano qualcosa collettivamente. È una dimensione che mi affascina molto: la condivisione, la creazione comune. È un aspetto del lavoro che continuo ad amare profondamente”.

Le passioni hanno sempre un momento originario. Qual è stato il suo? Quale incontro o esperienza l’ha avvicinata alla recitazione?

“È un interesse che affonda le radici molto lontano nel tempo, fin da quando ero ragazzo. Guardavo moltissimi film e rimasi particolarmente colpito dalla comicità dei primi lavori di Carlo Verdone. Sono nato a Firenze, ma provengo da una famiglia profondamente romana. Nonni e bisnonni arrivano tutti da Roma, dalla zona di Gregorio VII. Quella comicità romana, autentica e popolare, l’ho sempre respirata e ne sono sempre stato affascinato. Nei primi film di Verdone, tuttavia, non era soltanto la comicità a colpirmi. C’era anche una grande delicatezza, una profonda umanità che riusciva a convivere con il sorriso. È stata proprio questa combinazione a emozionarmi. Parallelamente ho frequentato il liceo artistico e successivamente l’accademia. Ho sempre vissuto immerso nel mondo dell’arte. Mi interessano la pittura, la scultura e, più in generale, tutte le forme espressive. La recitazione è arrivata anche come una curiosità, come il desiderio di mettermi alla prova attraverso altri individui, attraverso i personaggi. Mi affascinava l’idea di affidarmi a loro e di esplorare aspetti differenti della mia personalità. Ho viaggiato molto, ho vissuto all’estero e poi sono tornato a Roma. In passato avevo già avuto alcune esperienze cinematografiche a Firenze, ma all’inizio era davvero un gioco. In parte continua a esserlo ancora oggi, anche se con una consapevolezza e una responsabilità maggiori. Quando insegno ai ragazzi, ripeto sempre che è importante conservare lo sguardo del bambino. È fondamentale. Mi viene in mente una frase attribuita a Sordi: ‘Giocare seriamente è una cosa seria’. Basta osservare i bambini mentre giocano. Insegno anche a loro e potrei trascorrere ore a guardarli. Hanno sette, otto, nove anni e, quando giocano, sono completamente immersi in ciò che stanno facendo. Sono serissimi. Quell’atteggiamento rappresenta per me una straordinaria fonte d’ispirazione e credo che un attore debba riuscire a conservarlo per tutta la vita”.

Un gioco serio: quando ha capito che era diventato tale?

“In realtà, la dimensione professionale emerge soprattutto quando entrano in gioco gli aspetti pratici: la burocrazia, il fisco, i contributi. Quando arrivano le tasse o bisogna confrontarsi con l’INPS, ci si rende conto che esiste anche una componente molto concreta di questo mestiere. Per il resto, però, cerco sempre di conservare la stessa curiosità, la stessa immaginazione e lo stesso spirito ludico. In fondo, che cosa facciamo? Facciamo cinema. Cerchiamo di creare qualcosa, di trasmettere emozioni, energia, bellezza. Offriamo un’esperienza al pubblico. Per riuscirci davvero, credo sia necessario preservare una certa libertà. Non può essere soltanto una questione tecnica o professionale: deve esserci sempre anche una piccola dose di follia. Quando penso ai grandi attori, penso a persone capaci di andare oltre sé stesse. Persone nelle quali l’ego e il narcisismo passano in secondo piano. Diventano quasi un tramite, un canale attraverso cui passa qualcosa che viene poi restituito al pubblico. Oggi il cinema ricerca molto la verità: ci si emoziona realmente, ci si arrabbia realmente, si mette una parte autentica di sé al servizio della storia. Proprio per questo bisogna essere disponibili, presenti e pronti a collaborare con il regista e con l’intera squadra. Ricordo un regista straordinario che, durante un workshop, disse una frase che mi colpì molto: ‘Ragazzi, noi non vogliamo i vostri problemi’. Mi sembrò un’affermazione bellissima. Significava che è importante affrontare e risolvere le proprie questioni personali, perché quando si arriva sul set o in sala prove si lavora insieme agli altri. Cinema e teatro sono arti collettive. Richiedono apertura, disponibilità e capacità di relazione. E non è un aspetto scontato. Viviamo in una società che spesso tende all’isolamento. Oggi si parla molto degli hikikomori, giovani che si chiudono nelle proprie stanze e si allontanano dai rapporti umani. Questo mestiere, invece, funziona all’opposto: richiede fiducia, presenza e contatto. Non può essere svolto in solitudine”.

Lei, però, non è soltanto attore: è anche regista, insegnante e artista. Nietzsche scriveva che bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante. Quale caos abitava Cyro Rossi?

“Le rispondo con sincerità. Ho svolto un profondo lavoro su me stesso e questo mi ha aiutato enormemente. Oggi esiste un’immagine molto diffusa dell’artista tormentato, dell’artista maledetto. In parte corrisponde alla realtà, ma credo che attorno a questa figura sia stata costruita anche una certa mitologia. Il caos c’era, senza dubbio. Ho attraversato momenti difficili e vissuto esperienze che oggi, in qualche modo, mi aiutano anche nel lavoro. Quando mi trovo davanti a ragazzi di diciassette o diciotto anni riesco spesso a riconoscere immediatamente alcune fragilità o forme di disagio, proprio perché le ho conosciute anch’io. Credo molto, però, nel percorso personale. Teatro e cinema possono essere strumenti preziosi, possono aiutare, ma non sempre sono sufficienti. Talvolta ci si avvicina a questo mondo nella speranza di risolvere attraverso l’arte questioni profonde che si portano dentro. È comprensibile, e il teatro può certamente avere un effetto benefico. Quando però le difficoltà sono più complesse, bisogna avere il coraggio di chiedere un aiuto adeguato. Credo molto nella terapia e nella psicologia. Le considero risorse fondamentali. Non è un caso che molti attori parlino apertamente del lavoro che svolgono su sé stessi. È una pratica del tutto naturale e personalmente ne riconosco il grande valore. Per questo motivo oggi non percepisco più quel caos. O, almeno, non nella forma in cui esisteva un tempo. È rimasto il desiderio di creare, di sviluppare progetti, di dare forma alle idee. Gli uomini cambiano, ma le idee restano. E ciò che spesso manca, a mio avviso, sono proprio le idee giuste. Mi piace scrivere. Mi piace ideare spettacoli, raccontare storie, lavorare con gli allievi. Sto portando avanti progetti teatrali, sto presentando un cortometraggio e continuo a insegnare. Quella spinta creativa è ancora presente. Esiste anche una certa rabbia, se vogliamo definirla così. Una rabbia legata al periodo storico che stiamo vivendo. Ho l’impressione che oggi si investa troppo poco nella cultura. Si attribuisce un valore insufficiente al patrimonio artistico, al cinema, al teatro e, più in generale, alla formazione culturale delle persone. È un aspetto che mi rattrista. Cerco però di trasformare quell’energia in qualcosa di costruttivo. Invece di fermarmi alla lamentela, provo a creare. Ieri, per esempio, abbiamo portato in scena uno spettacolo molto bello con un gruppo di ragazzi e una parte del testo era stata scritta da loro. Per me questo ha un significato particolare. Stasera (19 giugno, ndr), invece, è prevista una proiezione de Il grande Boccia al Cinema Alfieri. Domenica scorsa abbiamo presentato il film per la prima volta e siamo riusciti a portare in sala circa centocinquanta spettatori. Vedere una partecipazione così sentita è una soddisfazione enorme. Se oggi parlo di caos, dunque, mi riferisco a questo: a un caos creativo, a un’energia che continua a muoversi. Mi viene in mente Caos calmo: in superficie sembra esserci tranquillità, ma sotto agisce una forza costante. È quella forza che spinge a creare, a proporre nuove idee e a non restare immobili”.

US: Riccardo Ciccarese

Che cosa le ha permesso di scoprire, di sé, questo gioco, come ama definirlo, che forse altrimenti non avrebbe mai conosciuto?

“Mi ha insegnato moltissimo sul rapporto con gli altri. Mi ha insegnato la disponibilità, il senso del servizio e ad avere una minore suscettibilità. Probabilmente, in passato, tendevo più facilmente a chiudermi in me stesso. Questo mestiere, invece, ti porta a comprendere che non sei il centro di tutto. Il protagonista non sei tu: il protagonista è il film, lo spettacolo, il progetto. È il lavoro collettivo. Dietro una produzione teatrale o cinematografica ci sono decine di persone che collaborano per un obiettivo comune. Inevitabilmente emergono problemi, tensioni e difficoltà organizzative: accade ovunque. Quello che ho imparato è restare aperto e disponibile anche quando le circostanze si complicano. Ho appreso molto anche attraverso l’insegnamento. Quando condividi la tua esperienza con qualcun altro, finisci per comprendere meglio anche te stesso. Ho studiato a lungo il metodo Meisner, Strasberg e altre tecniche di recitazione. Ho approfondito il lavoro sul corpo e la bioenergetica di Alexander Lowen. Tutti questi percorsi mi hanno portato a una convinzione precisa: dietro il gioco deve esserci una struttura. Il gioco è fondamentale. Lo sono la fantasia e l’amore per questo mestiere. Ma alla base devono esserci preparazione, disciplina e professionalità. È un aspetto che si percepisce immediatamente quando si lavora accanto a professionisti di alto livello. La differenza emerge con chiarezza. Credo che una delle lezioni più importanti che abbia imparato sia proprio questa: conservare la dimensione del gioco, costruendole però fondamenta solide”.

Tutti i giochi hanno delle regole. Qual è la regola che ritiene di aver sottovalutato?

“È una domanda interessante, perché mi costringe a fermarmi un momento e a riflettere. Se penso alle regole che ho sottovalutato, la prima che mi viene in mente riguarda l’accettazione del rifiuto. Con il tempo ho imparato che bisogna saper convivere con l’idea di non piacere a tutti e di non poter essere compresi da chiunque. Quando si sceglie di essere aperti e generosi, quando si investono energia e passione in ciò che si fa, bisogna anche accettare che dall’altra parte possa esserci qualcuno che non comprende quel tipo di approccio, quel metodo o quella particolare sensibilità. E questo vale in ogni ambito del mio lavoro: come attore, come regista e come insegnante. In fondo stiamo sempre parlando di relazioni. È un mestiere che si costruisce costantemente nel confronto con gli altri. E, come accade in ogni rapporto umano, non sempre nasce una sintonia immediata. All’inizio del mio percorso tendevo a sottovalutare questo aspetto. Pensavo che la buona volontà, la disponibilità e il desiderio di condividere fossero sufficienti a creare un’intesa. Con il tempo ho capito che non è così. Alcune persone, semplicemente, non si trovano nel momento giusto per accogliere una determinata proposta, un linguaggio o un metodo di lavoro. E questo non significa necessariamente che qualcuno abbia torto o ragione. Bisogna imparare a lasciare andare. Lo dico da insegnante, da regista e da attore. A volte si incontrano persone che non entrano in sintonia con la tua visione o con il tuo modo di lavorare. In quei casi la scelta più saggia non è forzare la situazione, ma accettarla e proseguire il proprio cammino. Credo che questa sia stata una delle lezioni più importanti della mia vita professionale”.

Quindi, la regola che aveva sottovalutato era proprio la capacità di accettare che non tutti possano comprendere il suo percorso?

“E aggiungerei che per molto tempo tendevo a viverlo come un fatto personale. Se qualcuno non comprendeva ciò che stavo facendo o non entrava in sintonia con una mia proposta, ne soffrivo. Oggi, invece, credo sia fondamentale rispettare i tempi degli altri. Ognuno ha il proprio percorso, la propria sensibilità e il proprio momento di crescita. Non tutto deve necessariamente coincidere con il tuo. Ciò che conta è continuare a lavorare, migliorarsi e portare avanti le proprie idee, senza trasformare ogni incomprensione in un problema personale”.

E quale regola ritiene, invece, di aver sopravvalutato?

“È una risposta che si collega alla precedente. Credo di aver attribuito un peso eccessivo a determinate situazioni. Per molto tempo ho considerato fondamentale essere compreso da tutti. Da giovane mi dispiaceva quando qualcuno non coglieva ciò che cercavo di esprimere o non condivideva una mia visione. Oggi guardo a tutto questo con maggiore equilibrio. Naturalmente è necessario mettersi sempre in discussione. Bisogna conservare l’umiltà per riconoscere i propri errori, individuare gli aspetti migliorabili e continuare a crescere. Questo è indispensabile. Allo stesso tempo, però, occorre avere il coraggio di sostenere le proprie idee. Le idee sono importanti. Le persone cambiano, i contesti si trasformano, ma le idee restano. E quando si crede davvero in qualcosa bisogna trovare la forza di portarla avanti. Quello che ho imparato è che non si può pretendere che tutti condividano il proprio percorso. Alcuni lo comprenderanno immediatamente, altri forse non lo comprenderanno mai, altri ancora arriveranno a farlo in un secondo momento. Ed è giusto così. Se guardo indietro, credo di aver sopravvalutato proprio il peso di certe reazioni negative. Dedicavo troppe energie a ciò che non funzionava o a chi non era in sintonia con me. Oggi preferisco concentrarmi sulle persone con cui condivido un percorso, sulle collaborazioni che nascono in modo naturale e sulle idee capaci di generare valore. Il coraggio, fortunatamente, non mi è mai mancato. Continuo a credere che valga la pena rischiare e difendere ciò in cui si crede. Forse la lezione più importante è proprio questa: svolgere il proprio lavoro con sincerità, accettando che non tutti saranno d’accordo, senza trasformare ogni resistenza in un ostacolo. A volte è sufficiente lasciare andare. Può capitare che una persona si allontani, segua la propria strada e, un giorno, torni con uno sguardo diverso. Anche questo, in fondo, fa parte del viaggio”.

Con il passare degli anni, come e quanto ha dovuto ricalibrare il significato della parola ambizione?

“Non so nemmeno se la definirei ambizione. Tendo a vivere molto nel presente. Proprio ieri stavo facendo un bilancio di quest’anno e mi sono detto: ‘Abbiamo fatto davvero tante cose’. Continuo a lavorare come attore, realizzo campagne pubblicitarie, collaboro con agenzie di Milano, Firenze e Roma e porto avanti la mia attività di regista e insegnante. Guardando indietro, mi sono reso conto che il percorso compiuto è stato ricco e intenso. Per questo faccio fatica a concepire l’ambizione come un traguardo preciso da raggiungere. Non vivo con l’idea di dover arrivare a ogni costo in un punto prestabilito. Mi alzo la mattina, cerco di stare bene e continuo a lavorare. Quando arrivano nuove idee le seguo, quando tardano ad arrivare aspetto. Mi affido molto anche agli eventi e ai tempi della vita. Credo che serva pazienza. Bisogna continuare a lavorare senza fermarsi e senza attendere che qualcuno venga a offrirti un’occasione o a indicarti la strada. Occorre essere capaci di creare autonomamente, di costruire qualcosa con le proprie forze. In fondo anche questa è una forma di ambizione: dare forma ai propri progetti, vivere bene e costruire un percorso coerente. Mi sento già appagato così. Non mi sveglio pensando di dover vincere un David di Donatello. Non ragiono in questi termini. Per me non esiste un punto d’arrivo definitivo. Esistono il cammino e il presente. Mi interessa molto di più ciò che accade durante il percorso che ciò che potrebbe arrivare dopo. Naturalmente, quando arrivano soddisfazioni importanti, ne sono felice. Questo film, per esempio, mi sta regalando emozioni molto belle. Sto ricevendo numerosi apprezzamenti, sia a livello personale sia per il lavoro svolto dall’intero gruppo. Qualche sera fa abbiamo organizzato una proiezione alla quale hanno partecipato amici, colleghi, allievi, familiari e direttori delle accademie con cui collaboro. Già questo, per me, rappresenta qualcosa di prezioso. Anche il fatto che oggi siamo qui a parlare è motivo di gratificazione. In fondo la vita è adesso”.

Viviamo però in un’epoca dominata da una parola che sembra inseguire tutti: successo. Lei come la definisce?

“Non lo so. La prima domanda che mi porrei è: che cos’è davvero il successo? Credo che oggi esista una grande confusione tra successo e popolarità. Non sono la stessa cosa. Spesso si considera di successo una persona semplicemente perché è molto visibile, ha molti follower o gode di una forte esposizione mediatica. Non sono convinto, però, che questo coincida necessariamente con il significato autentico del termine. Ai ragazzi ripeto spesso una frase che rivolgo anche a me stesso: bisogna vivere come se si fosse già arrivati. Come se il riconoscimento che si sta aspettando fosse già presente. Certo, qualcuno potrebbe sostenere che il successo significhi essere riconosciuti, ricevere proposte di lavoro, essere chiamati per un provino o ricevere attestati di stima. Forse è anche questo. Ma, a mio avviso, il punto centrale è un altro: riuscire a vivere con serenità senza attendere che sia il giudizio esterno a certificare il proprio valore. Quando poi arrivano determinati risultati, in fondo, non cambia molto. Per questo considero il vero successo la capacità di non perdere la propria spontaneità e la propria identità. È l’aspetto a cui tengo maggiormente. Sono una persona spontanea e spero di continuare a esserlo. Se riesco a conservare questa parte di me, sento di avere già raggiunto qualcosa di importante. Se poi arrivano ulteriori soddisfazioni, tanto meglio. In caso contrario continuerò comunque a vivere e a lavorare con la stessa energia”.

Questa spinta interiore è anche ciò che l’ha portata all’insegnamento?

“Sì. E probabilmente l’insegnamento è una delle esperienze più belle che mi siano capitate. Non ho avuto un’infanzia particolarmente semplice. Provengo da una famiglia di lavoratori che mi ha trasmesso valori importanti, ma non sempre sono stato bene con me stesso. Per questo oggi, quando incontro ragazzi di quindici, sedici o diciassette anni, li osservo con grande attenzione. Vedo realtà molto diverse. Ci sono giovani arrabbiati e disorientati, ma ce ne sono anche di straordinari: leggono Montale, Shakespeare, Leopardi, possiedono una curiosità enorme e una sorprendente capacità di comprensione. Quando stanno bene, sono meravigliosi. Credo che l’essere umano nasca sano. Tutti veniamo al mondo con potenzialità simili. Poi, con il passare degli anni, tra difficoltà familiari, carenze affettive, disinteresse, problemi relazionali e pressioni sociali, molte persone accumulano ferite profonde. Siamo esseri fatti per la relazione. Spesso è proprio l’assenza di rapporti autentici a generare sofferenza. Per questo lavorare con i ragazzi mi appaga così tanto. Posso mettere a disposizione ciò che ho studiato nel corso degli anni, le tecniche che ho approfondito e l’esperienza maturata sul campo. Ma soprattutto posso aiutarli a scoprire aspetti di sé che magari non conoscono ancora. Mi emoziona osservare la loro trasformazione. Mi piace vedere qualcuno acquistare fiducia, trovare la propria voce, smettere di nascondersi. Ho sempre avuto in mente un’immagine molto precisa: quella di Michelangelo. Diceva che la bellezza era già contenuta nel marmo e che il compito dello scultore fosse soltanto liberarla. Penso che lo stesso valga per le persone. Credo che la bellezza sia già presente dentro ciascuno di noi. Bisogna semplicemente aiutarla a emergere. Ridare entusiasmo, curiosità e vitalità. È un processo che continua a emozionarmi profondamente. E credo che funzioni proprio perché si incontrano due dimensioni: la mia sensibilità personale e la preparazione professionale costruita attraverso molti anni di studio e di esperienza”.

Lei sostiene che la bellezza sia qualcosa che nasce dall’interno. Nel suo caso, però, si potrebbe dire che la bellezza è anche un dato esteriore. In questo mestiere è stata più un vantaggio o uno svantaggio?

“Per me è stata una fortuna. Non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. Essere considerati gradevoli dal punto di vista estetico rappresenta indubbiamente un vantaggio. Sarebbe ipocrita negarlo. Tuttavia, da solo, non basta. L’aspetto esteriore può aprire qualche porta, ma non è sufficiente a sostenere un percorso nel tempo. Per questo tendo sempre a riportare l’attenzione sui contenuti. Naturalmente è importante avere cura di sé, stare bene e mantenersi in salute. Ma ciò che conta davvero è la qualità della persona che si è. Ho conosciuto individui apparentemente comuni che diventavano affascinanti nel momento in cui iniziavano a parlare, a raccontarsi e a mostrare la propria autenticità. Allo stesso modo ho incontrato persone esteticamente perfette, ma fredde, arrabbiate o incapaci di entrare in relazione con gli altri. Se dovessi scommettere su qualcosa, scommetterei sempre sul lavoro interiore. Su un percorso di crescita personale capace di valorizzare anche l’immagine esterna. Non investirei tutto sull’apparenza, sui ritocchi o sulla ricerca della perfezione estetica. Oggi vedo molte persone concentrate esclusivamente su questo aspetto. Io punterei piuttosto sulla profondità, sull’umanità, sulla qualità delle relazioni e sullo spessore umano”.

Se potesse guardarsi metaforicamente allo specchio, che cosa vedrebbe?

“Vedrei me stesso. Può sembrare una risposta semplice, ma è davvero così. Credo che una delle conquiste più importanti sia riuscire a guardarsi e riconoscersi. Viviamo in un’epoca fortemente centrata sull’ego, sull’esposizione continua e sul bisogno di affermazione. E questo può diventare problematico. Per me, invece, guardarsi allo specchio dovrebbe significare soprattutto riconoscere la propria identità. Mi viene in mente un celebre esperimento sullo sviluppo infantile. Prima di una certa età, quando un bambino vede un segno sul proprio volto riflesso nello specchio, cerca di toccarlo sull’immagine riflessa. Successivamente comprende che quella figura è lui stesso e porta la mano al proprio viso. È uno dei primi passaggi nella costruzione dell’identità. Per questo le risponderei che nello specchio vedo semplicemente me stesso. E già riuscire a riconoscersi è qualcosa di straordinario”.

Le sue scelte artistiche sono sempre state comprese dalle persone che aveva accanto o hanno creato difficoltà nella sua vita privata?

“All’inizio non sono state comprese da tutti. Assolutamente no. Viviamo in un Paese che spesso cambia opinione con grande rapidità. Molte persone inizialmente erano contrarie alle mie scelte e, col tempo, hanno modificato completamente il loro atteggiamento. Fortunatamente la mia famiglia mi ha sempre lasciato grande libertà. Mi ha sostenuto e ha rispettato il mio percorso, anche nei momenti più complessi. Ho sempre cercato di seguire la mia strada. Quando vivevo a Roma studiavo e, la sera, lavoravo come cameriere. Facevo ciò che fanno moltissimi giovani: cercavo di mantenermi mentre inseguivo i miei obiettivi. Per questo oggi penso che, quando si avverte una spinta autentica dentro di sé, sia necessario seguirla. Bisogna avere il coraggio di rischiare. Non si può vivere in funzione dei giudizi altrui. Può sembrare un’affermazione scontata, ma ci credo profondamente”.

In quale momento questo gioco, come lo definisce lei, l’ha tradita?

“Non credo che mi abbia mai tradito. Più che di tradimento parlerei di paure. La libertà spaventa molte persone. Questo è un mestiere che richiede libertà. Per creare, un artista deve avere un rapporto autentico con sé stesso e con la propria libertà interiore. Altrimenti sceglierebbe un’altra strada. Naturalmente questo comporta anche difficoltà, incomprensioni e, talvolta, delusioni. Ma fanno parte del percorso. I rapporti umani non sono semplici. E chi svolge un lavoro come il mio vive costantemente a contatto con altre persone: allievi, colleghi, attori, registi, collaboratori. Esistono aspetti meravigliosi e altri più complessi, ma ogni esperienza contribuisce alla crescita personale. Ciò che non ti distrugge, in qualche modo, ti struttura. Ti aiuta a osservare meglio, a comprendere chi hai di fronte e a leggere con maggiore profondità le persone. Ultimamente rifletto molto su questi temi. Mi torna spesso in mente una frase attribuita a Paulo Coelho: bisogna diffidare di chi ti resta accanto soltanto quando stai male. Le persone davvero importanti sono quelle che sanno condividere anche i tuoi momenti felici. Quando le cose funzionano. Quando realizzi qualcosa di importante. Quando sei sereno. È proprio allora che possono emergere invidie, rivalità o risentimenti. Ho conosciuto entrambe le situazioni. Ho attraversato periodi difficili e oggi sto vivendo una fase molto positiva. Lavoro molto, faccio teatro, cinema e insegnamento. E proprio per questo riesco a distinguere con maggiore chiarezza chi mi è realmente vicino. Ho pochi amici: quattro o cinque persone alle quali voglio bene e di cui mi fido profondamente. E questa consapevolezza ha un valore enorme. A volte qualcuno scompare. Altre volte arrivano giustificazioni improbabili. Succede. Preferisco però concentrarmi su chi resta. Su chi è sinceramente felice per te. Su chi condivide la tua gioia senza secondi fini. Questa, a mio avviso, è una delle forme più rare e autentiche di affetto”.

Stella Adler sosteneva che un attore debba avere la pelle del rinoceronte e l’anima di una rosa. Che cosa potrebbe ferire oggi la sua anima da rosa?

“Il rischio esiste sempre. Probabilmente mi addolora vedere qualcuno interrompere un percorso di crescita proprio nel momento in cui stava compiendo passi significativi. Mi è capitato recentemente con una ragazza molto giovane che stava lavorando bene e mostrando grandi progressi. Mi è dispiaciuto vederla allontanarsi, ma poi ho pensato che forse comprenderà alcune dinamiche più avanti, nel suo percorso. Forse ciò che mi ferisce maggiormente è assistere a occasioni di crescita che non vengono colte. Non tanto per me, quanto per ciò che quelle persone avrebbero potuto scoprire di sé stesse. Per il resto condivido profondamente la riflessione di Stella Adler. Personalmente, però, utilizzo un’altra immagine: quella dell’albero. Da una parte servono radici profonde, una struttura solida, qualcosa che ti mantenga saldo. Dall’altra bisogna conservare la delicatezza. Il mio fiore preferito, per esempio, è il papavero. Mi affascina perché cresce quasi ovunque. È resistente e tenace, ma al tempo stesso estremamente fragile. Credo che il segreto sia proprio questo: preservare la propria sensibilità senza rinunciare alla solidità interiore. Avere radici forti e restare delicati. Per me è una delle qualità più importanti da custodire”.



Cyro Rossi

US: Riccardo Ciccarese




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