Ci sono persone che, mentre parlano, sembrano rispondere alle domande. E poi ce ne sono altre che, senza accorgersene, finiscono per raccontare qualcosa di molto più profondo: il modo in cui hanno attraversato la vita, come accade a Francesca Antonelli. L’impressione, ascoltandola, è che ogni risposta contenga una storia precedente. Come se dietro ogni parola esistesse una stanza ulteriore da aprire. Si parte dal cinema, da un personaggio, da un provino, da un set. E quasi senza rendersene conto si arriva alla paura dell’abbandono, alla fedeltà verso chi si ama, al dolore delle perdite, alla fatica di chiedere aiuto, alla necessità di continuare a credere nella vita anche quando la vita decide di mettere alla prova. Forse è questo che colpisce più di ogni altra cosa: la sua ostinata fedeltà all’emotività. In un tempo che ci educa continuamente a proteggerci, a controllarci, a renderci impermeabili, Francesca Antonelli sembra aver scelto la direzione opposta. Non nasconde le proprie ferite. Non le esibisce, ma nemmeno le addomestica. Le lascia esistere. Le riconosce. Le porta con sé. Ed è probabilmente da lì che nasce quella sensazione di autenticità che ritorna spesso nel corso di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Non come una qualità professionale, ma come una postura esistenziale. La sua è la storia di una donna che ha imparato molto presto a resistere. A resistere ai rifiuti, alle occasioni mancate, alle aspettative tradite, alle responsabilità che arrivano quando nessuno ti prepara davvero a sostenerle. Una donna che ha cresciuto tre figli, che oggi accompagna una madre consumata dall’Alzheimer, che ha conosciuto la perdita, la delusione sentimentale, la solitudine di certi passaggi della vita. E che, nonostante tutto, continua a guardare il mondo con uno stupore quasi infantile. C’è una frase che attraversa sotterraneamente tutto il nostro incontro. Non viene pronunciata esplicitamente, eppure sembra abitare ogni sua risposta: la vulnerabilità non è il contrario della forza. Anzi. Le persone più forti, spesso, non sono quelle che non crollano mai. Sono quelle che conoscono perfettamente il punto in cui possono spezzarsi. Francesca Antonelli sa essere concreta fino all’ostinazione quando la vita le presenta problemi pratici da risolvere. Ma si scopre disarmata quando a rompersi è un legame. Quando viene meno una presenza amata. Quando la fiducia viene tradita. È come se esistessero due Francesca diverse: quella che affronta il mondo e quella che si consegna all’amore. E forse il punto di incontro tra queste due parti è proprio lì, nella consapevolezza che le persone che contano hanno sempre il potere di renderci fragili. Ascoltandola, viene da pensare che il vero tema di questa conversazione non sia il successo, la carriera o il mestiere dell’attrice. Il vero tema è la permanenza. Che cosa resta quando passano i riflettori. Che cosa rimane quando un dolore smette di fare rumore ma continua ad abitare dentro di noi. Che cosa sopravvive quando una madre non ti riconosce più, quando un padre diventa un ricordo, quando una storia d’amore finisce, quando un ruolo non arriva, quando il tempo modifica i contorni delle cose. La risposta che emerge, pagina dopo pagina, è sorprendentemente semplice: restano i legami. Restano le persone. Resta la capacità di continuare a prendersi cura. Forse è anche per questo che, mentre parla del cinema, Francesca Antonelli finisce continuamente per parlare della vita. Perché per lei le due cose non sono mai state davvero separate. I personaggi sono possibilità umane, vite parallele, esistenze che avrebbero potuto appartenerle. E recitare, in fondo, non è altro che un modo per continuare a interrogare il mistero delle persone. Alla fine dell’incontro rimane la sensazione di aver conosciuto un’attrice, certo. Ma soprattutto una donna che non ha mai smesso di cercare. Una donna che dubita, che cade, che si rialza, che prega, che ama, che perde, che ricomincia. Una donna che non pretende di avere risposte definitive. E forse proprio per questo riesce ancora a raccontare la verità.
In Piccolo miracolo, il film di Guido Chiesa al cinema dal 25 giugno, lei interpreta Loredana. Chi è questo personaggio e che cosa ha significato per Francesca Antonelli interpretarlo?
“Essere la migliore amica di qualcuno è molto bello e credo che questo sia il primo aspetto importante del personaggio. Loredana e Ursula, interpretata da Greta Scarano, sono davvero migliori amiche. Già il fatto di portare sullo schermo e restituire un’amicizia così forte è stato molto significativo per me. Si percepisce chiaramente quanto siano legate e quanta fiducia ci sia tra loro. C’è un momento nel film in cui Ursula cerca Loredana. Se ha visto il film, sa che Ursula si trova in una situazione dalla quale non riesce a uscire e che, proprio in quel momento, avrebbe bisogno dell’amica. Loredana, però, non c’è. È una circostanza che può verificarsi anche nella vita: a volte una persona non è presente quando la si cerca, ma questo non significa che il legame sia meno profondo. Le vere amicizie restano tali anche quando, per qualche ragione, qualcuno manca nel momento del bisogno. In quella situazione sarà poi Davide, il protagonista impersonato da Marco D’Amore, ad aiutarla. Per il resto, Loredana rappresenta una donna della periferia romana, realtà che amo moltissimo: oggi vivo al mare, ma sono ambienti che conosco molto bene. È una donna come tante: ha due figli, un marito e una quotidianità piena di impegni. Anche lei è stata allontanata da casa e ha dovuto affrontare difficoltà importanti. L’aspetto che mi è piaciuto di più è stato proprio il suo sostegno a Ursula. Inoltre, Loredana è diversa da me. Ha una sua eleganza, un’eleganza dell’animo. Non che io ne sia priva, ma lei la esprime in modo differente. Io sono molto più rocambolesca. Con Guido Chiesa ci siamo divertiti molto durante il lavoro. Ridevamo spesso. Proponevo idee, aggiungevo dettagli, ne eliminavo altri, inventavo. Lui, però, me lo permetteva perché credo abbia percepito una certa autenticità di fondo. Penso che questa sia la mia caratteristica principale. Se ho un punto di forza, è proprio l’autenticità. Per il resto ho molti limiti…”.
… come tutti gli esseri umani.
“Certo. Però, secondo me, la consapevolezza è l’aspetto più importante. Mi sono sempre posta moltissime domande, forse perfino troppe. Ho sempre messo in discussione molte certezze. Poi arriva un momento in cui si comprende anche quale sia il proprio dono. Per molto tempo non l’avevo capito. Credo di averlo compreso soltanto da poco. Se c’è una qualità che mi appartiene davvero, è la capacità di restituire una verità. L’autenticità, appunto. Non lo dico per autocelebrarmi. A Roma si dice che ‘chi si loda si imbroda’, quindi non mi piace parlare bene di me stessa. Però, se devo individuare una caratteristica che sento davvero mia, direi questa”.
I ruoli che oggi le vengono proposti sono quelli che immaginava? Oppure ha la sensazione che non riescano ancora a delineare completamente Francesca Antonelli come attrice?
“Continuo ad aspettare sempre qualcosa di nuovo. Se mi chiede che cosa mi renda felice, al di là dei figli, della famiglia e degli aspetti davvero importanti della vita, le rispondo che una delle gioie più grandi è ricevere un personaggio, una mail, una richiesta di provino. Amo moltissimo anche i provini. Ho iniziato così, con Francesca Archibugi, e per me il provino è sempre stato un momento piacevole. Non mi pesa: ancora oggi, dopo tanti lavori, se mi chiedono un provino per un personaggio lo faccio volentieri. L’unica richiesta che mi infastidisce è quella di un provino per una semplice posa. In quel caso rifiuto. Non per superbia, ma perché ritengo che il mio lavoro sia ormai conosciuto. Mi sembra una richiesta di natura diversa. Per il resto, ogni personaggio è come un caleidoscopio. Contiene infinite possibilità. Sono altre verità, altre vite. Le vivo davvero. Quando lavoro a un personaggio, quella vita per me esiste. A volte penso che ogni scelta compiuta nella vita ci conduca lungo una strada diversa e che tutte le possibilità scartate continuino comunque a esistere da qualche parte. I personaggi sono un po’ questo: vite che avrebbero potuto essere. Per questo mi vanno bene tutti. Certo, ci sono ruoli che mi mancano e continueranno a mancarmi, perché non potrò interpretarli tutti. Però ogni volta che arriva un personaggio è come se davanti a me si aprisse una nuova possibilità di vita. Mi mancano moltissimo i ruoli in costume, per esempio. Recentemente ho dovuto rinunciare a un progetto e mi è dispiaciuto molto: ogni volta che rinuncio a qualcosa provo una sensazione particolare, come se una parte di me non potesse esprimersi. Interpreterei davvero qualsiasi ruolo. C’è una frase che si sente spesso: non esistono piccoli ruoli, ma piccoli attori. E io ci credo. Qualsiasi ruolo può avere valore. Tuttavia, dopo tanti anni di lavoro, non mi piace che mi venga chiesto un provino per una semplice posa”.
Capisco. Per un personaggio sì, ma per una semplice posa, quando dovrebbero già conoscere il suo lavoro, è diverso.
“Esattamente. Per un personaggio posso fare anche più provini. Mi è successo perfino con questo film. Avevo già mandato il self tape e poi mi hanno chiamata comunque per incontrare Guido Chiesa. Arrivo all’appuntamento e, mentre aspetto, vedo un signore seduto nell’angolo dove di solito si accomodano gli attori. Si siede accanto a me e iniziamo a parlare. Mi chiede se avessi già lavorato con quella produzione. Gli racconto di una serie realizzata anni fa e cominciamo a confrontarci sul mestiere dell’attore. Convinta che fosse un collega, gli espongo tutto il mio punto di vista. Gli dico che questo lavoro è come un fidanzato che ti fa soffrire: quando lo desideri vicino non c’è e, quando arriva, non sai mai come andrà. Poi parlo anche del film. Gli spiego che avevo già realizzato il self tape e che, secondo me, sarebbe dovuto bastare. In fondo il provino è quasi una sfida con se stessi, perché non bisogna fare qualcosa di nuovo: occorre rifare ciò che si è già mostrato. A un certo punto gli dico: ‘Sa che le dico? Se mi prendono bene, se non mi prendono… sticazzi’. Lo dico anche con una certa convinzione. Lui mi guarda. Io continuo a parlare. Poi gli chiedo: ‘E lei per quale ruolo è qui?’. E lui mi risponde: ‘Io sono il produttore. Sono quello che, se la prendono, le dà i soldi’. Una figura terrificante. E io che avevo appena fatto tutto quel discorso. Ma questa sono. Sono fatta così. A volte dovrei stare zitta e invece parlo. Non sono certo una campionessa delle pubbliche relazioni”.
Quali sono, i personaggi che sente di non aver ancora avuto l’occasione di interpretare?
“Moltissimi. Per esempio soffro molto per il fatto di non saper cantare. Ho una voce poco armoniosa e non so nemmeno ballare. Mi piacerebbe moltissimo partecipare a un film che mi costringesse a imparare a ballare. Non perché voglia diventare una ballerina, ma perché il personaggio lo richiede e qualcuno mi accompagna in quel percorso, aiutandomi a prepararmi. Mi piacerebbe anche lavorare a cavallo. So andare molto bene a cavallo e sarebbe bello poter mettere questa capacità al servizio di un film. E poi, come dicevo, amo i film in costume. Mi affascinano moltissimo le storie ambientate in altre epoche. Negli ultimi anni ho lavorato a progetti come Adorazione, Il Caso Claps e Circeo: opere dal forte impianto drammatico. Così accade spesso, nel nostro mestiere, che se si riesce bene in una determinata tipologia di personaggio, continuino ad arrivare proposte simili. Ci si adagia un po’ su quell’immagine. Diventa una comodità. Magari si pensa ‘Lei funziona bene in quel contesto’, e si continua a proporle lo stesso tipo di ruolo, senza interrogarsi troppo su tutto il resto che potrebbe interpretare. Ed è un aspetto che talvolta mi dispiace, perché credo che ogni attore racchiuda molte più possibilità di quelle che gli vengono riconosciute”.
Lei ha raccontato molte volte di essere arrivata alla recitazione quasi per caso. Da ragazza immaginava un futuro diverso, poi è arrivata Francesca Archibugi e tutto è cambiato. C’è però una domanda che forse le hanno posto meno spesso: se oggi guardasse quella ragazzina di quattordici anni, che cosa troverebbe di sorprendente nella donna che è diventata?
“Intanto mi ha fatto venire i brividi con questa domanda, perché sono una persona molto emotiva. Mi ha riportata con la mente a quella ragazzina. Se devo essere sincera, credo che potrei rimproverarmi di non aver capito subito fino in fondo che questo lavoro non era soltanto un gioco. Attenzione: è anche un gioco, perché contiene una dimensione di meraviglia e immaginazione, ma non si esaurisce in questo. Ho dato tantissimo ai miei personaggi: anima, passione, istinto, visceralità. Però ero molto giovane, provenivo da una famiglia in cui nessuno faceva questo mestiere e forse non avevo gli strumenti per comprendere pienamente il sistema nel quale stavo entrando. Oggi, guardandomi indietro, forse direi a quella ragazza che avrebbe potuto strutturarsi meglio. Non nel lavoro creativo, perché il mio modo di avvicinarmi ai personaggi è sempre stato molto profondo. Ci lavoro moltissimo. Li cerco nei testi, nelle persone che incontro, nelle esperienze che vivo, in ciò che mi circonda e dentro di me. Quando ricevo un personaggio, per me inizia un viaggio. Dal punto di vista caratteriale, però, faccio fatica nelle situazioni di rappresentanza, nelle cene, in certi meccanismi relazionali. Non perché non sia empatica, anzi. È esattamente il contrario. Eppure, in molte circostanze, mi sento fuori luogo. Poi, intorno ai venticinque anni, nella mia famiglia è accaduto qualcosa di molto doloroso che riguardava mio padre e, da quel momento, ho smesso di dedicarmi completamente a questo lavoro. Continuavo a fare provini, continuavo a studiare, ma una parte di me era altrove. Forse, se proprio devo individuare un rimpianto, riguarda questo aspetto. In alcuni momenti avrei potuto investire di più su me stessa dal punto di vista professionale. Poi, però, penso anche un’altra cosa. Quando si attraversa un periodo difficile non si può fare finta di nulla. C’è una frase che mi piace molto: ‘Se sei nel tunnel, arredalo’. Non c’è bisogno di uscirne continuamente per dimostrare qualcosa. Questo è un mestiere che vive di emozioni. Se dentro hai il deserto, tutto diventa più difficile. Alla fine, però, credo che quella ragazzina potrebbe essere orgogliosa di me. Perché ho resistito. Non avevo nessuno nel settore. Nessuna protezione. Nessuna scorciatoia. Eppure ho continuato. Questo mondo, come molti altri, è attraversato da dinamiche economiche, politiche e relazionali. Non dobbiamo fingere che non sia così. Eppure sono andata avanti lo stesso. Ho interpretato protagoniste, coprotagoniste e molti altri ruoli. Sempre senza appoggi particolari. E soprattutto ho conservato lo stesso entusiasmo del primo provino. Quello non l’ho mai perso”.
Quindi quella ragazzina, alla fine, forse le darebbe anche una pacca sulla spalla.
“Sì, credo di sì. Forse mi direbbe che in alcuni momenti avrei potuto impegnarmi diversamente, ma credo che aggiungerebbe anche: ‘Brava, perché hai resistito’. E per me questo conta molto”.
C’è stato un momento preciso in cui si è guardata allo specchio e si è detta: ‘Francesca, sei un’attrice’?
“No, in realtà non me lo sono mai detta in questi termini. L’ho sempre saputo. Mio padre me lo diceva quando ero bambina. Ripeteva spesso: ‘Tu sei un’attrice nata’. E lo diceva quando ancora non avevo alcuna idea di questo mestiere. Ero quella che saliva sui tavoli durante le riunioni di famiglia e recitava poesie davanti a tutti. Avevo imparato tutto a memoria: le mie poesie, quelle delle mie sorelle, qualsiasi testo. A dieci anni partecipai perfino a uno spettacolo in cui c’era un personaggio anziano. Nessun bambino voleva imparare quella parte e allora la imparai io. Interpretai il vecchio. Quindi, in un certo senso, credo di esserci nata. Naturalmente questo non significa che basti una predisposizione. Per fare questo mestiere servono studio, ricerca e lavoro. Quando ho interpretato la madre in Circeo, per esempio, mi sono confrontata con una realtà umana immensa. Già il solo pensiero di una madre che vive una tragedia simile mi toglie il respiro. Sono madre di tre figli e faccio fatica persino a immaginare un dolore del genere. Per costruire quel personaggio ho consultato tutti i materiali disponibili. Ho osservato il modo in cui quella donna muoveva le mani, guardava gli altri, stava seduta. Ho studiato il suo corpo, il suo volto, ogni dettaglio. Ho analizzato tutto. Perché il lavoro dell’attore è anche questo: osservazione, ricerca e restituzione. Esistono personaggi più vicini alla propria sensibilità e altri più lontani, ma il lavoro va svolto sempre. Perciò sì, penso di essere nata attrice. Ma poi bisogna diventarlo ogni volta attraverso il lavoro”.
Lei ha sempre detto di non essere una persona particolarmente ambiziosa. Questa mancanza di ambizione è stata una forma di libertà oppure le è costata qualcosa?
“Per me è stata soprattutto una forma di libertà. L’ambizione non mi assomiglia. Non mi piace la competizione. Persino quando affronto un callback, cioè quando devo riproporre una scena già eseguita bene, entro in difficoltà. Mi sento sotto pressione. Non mi piace misurarmi con gli altri. Mi piacciono i perdenti. Mi affascinano la loro malinconia e la loro fragilità. Per questo non ho mai avuto la spinta a sgomitare, a passare sopra qualcuno o a conquistare uno spazio a qualsiasi costo. Certo, a volte torno a casa dopo un rifiuto o una delusione e provo tristezza. Poi, però, torno alla mia vita. A quello che qualcuno ha definito il ‘sacro poco’. Alla mia quotidianità. Alle cose semplici. Ai miei figli. A mia madre. Ai cani. Al mare. Sono presenze che amo profondamente. A volte mi è capitato di rinunciare a partire per un lavoro perché avevo bisogno di stare vicino a una persona della mia famiglia. E non me ne sono mai pentita. Seguo molto il flusso della vita. Non mi oppongo continuamente agli eventi per ottenere qualcosa. E poi, sinceramente, quando guardo il mondo e vedo tutto ciò che accade, tutte le tragedie che esistono, faccio fatica a pensare che la priorità assoluta sia sgomitare per un ruolo. Faccio il mio lavoro. Cerco di farlo bene. Poi lo mostro. Se piace, bene. Se non piace, va bene lo stesso. Non possiedo quell’aggressività che spesso viene associata all’ambizione. Forse esiste anche una forma positiva dell’ambizione, ma personalmente non l’ho mai vissuta in quel modo”.
Proprio perché non le interessavano particolarmente la competizione, la visibilità o il cosiddetto sistema, le è mai capitato di sentirsi sottovalutata?
“Più che sottovalutata, a volte ho avuto la sensazione di non aver avuto l’opportunità di essere valutata davvero. Ci sono stati personaggi che ho visto e per i quali ho pensato: ‘Peccato non aver avuto nemmeno la possibilità di fare un provino’. Questo sì. Ai provini ho sempre dato tutto. Non mi sono mai risparmiata. Ogni personaggio, ogni progetto televisivo o cinematografico, l’ho sempre affrontato andando in profondità. Non ho mai lavorato superficialmente. Forse è per questo che, qualche volta, mi è dispiaciuto non aver avuto neppure l’occasione di essere presa in considerazione per determinati ruoli. C’è un detto che recita: se non compri il biglietto, non puoi vincere. Ecco, almeno il biglietto mi sarebbe piaciuto averlo. Mi sarebbe piaciuto che qualcuno dicesse: ‘Vediamo come lo farebbe Francesca Antonelli’. Non necessariamente per affidarmi il ruolo, ma almeno per valutarmi. Questa opportunità spesso non l’ho avuta. Poi magari è anche una mia responsabilità. Forse non ho saputo valorizzare alcune occasioni. Non lo so. Però mi dispiace, perché ho visto molti personaggi e molte storie per le quali avrei voluto almeno presentarmi e provare. Quando si parla di sottovalutazione, quindi, non direi che qualcuno mi abbia giudicata inferiore. Direi piuttosto che, in certi casi, non sono stata proprio presa in considerazione. Forse si è pensato: ‘Antonelli fa questo tipo di ruoli’, senza nemmeno chiedersi come avrebbe affrontato qualcosa di diverso. È mancato persino quel passaggio. Bisogna però essere onesti: siamo tantissime attrici e la competizione è enorme. Alla fine, però, mi sento spesso un po’ fuori gara. Non lo dico con amarezza, è una sensazione che mi accompagna da sempre. Per questo, quando mi chiamano per un provino, sono felice. Lo preparo, lo faccio e poi lascio andare. Se va bene, bene. Se non va bene, pazienza. Certo, se venissi presa in considerazione più spesso, ne sarei contenta. Ultimamente, per esempio, mi vengono offerti quasi sempre ruoli molto piccoli. Li interpreto comunque con tutto il cuore, perché non saprei lavorare diversamente. Ho fatto anche un film con Maurizio Battista. In realtà io e Maurizio siamo amici. Ci siamo conosciuti anni fa grazie a un film di Giovanni Veronesi e successivamente mi ha voluta in due progetti da lui prodotti. Sono state esperienze molto piacevoli e in quei casi ho avuto anche ruoli importanti, da protagonista o coprotagonista. Negli ultimi tempi, invece, arrivano soprattutto parti più contenute. E questo, a volte, mi fa soffrire. Non perché disprezzi quei ruoli, tutt’altro. Li affronto sempre con lo stesso impegno e con lo stesso affetto. Mi piacerebbe però poter alternare. Vorrei che ci fosse spazio sia per i ruoli più piccoli sia per personaggi che abbiano un peso maggiore all’interno della storia. Perché sento di avere ancora molto da raccontare”.
Quando non lavora e non è impegnata su un set, come coltiva la sua dimensione artistica? In che modo Francesca Antonelli continua a esprimere il proprio bisogno di fare arte?
“Leggo moltissimo. È sicuramente una delle attività a cui dedico più tempo. Poi, ogni venerdì, partecipo a un laboratorio meraviglioso che si trova qui vicino. Facciamo training, prove, sketch e improvvisazione. L’aspetto più bello è che non ci vado né per insegnare né per imparare. Ci vado per vivere quell’esperienza. Sono entrata in questa realtà perché un mio amico, Alessio De Persio, aveva deciso di realizzare uno spettacolo su Santa Maria della Pietà, in particolare sul Padiglione 17, quello femminile. Mi ha chiesto di partecipare e ho accettato. Da lì è nato tutto il resto. Questa esperienza mi rende felice perché mi permette di fare ciò che amo. Per il resto, la mia vita è molto piena. Ho tre figli, che ormai sono tutti maggiorenni e autonomi, ma ho anche mia madre, che soffre di Alzheimer. Lo dico quasi sottovoce, perché è qui vicino e potrebbe sentirmi. Ormai è come una bambina. Quando sono a casa mi occupo di lei, delle incombenze quotidiane e di tutto ciò che c’è da fare. Faccio quello che fanno molte madri e molte figlie quando si prendono cura della propria famiglia. Per questo il mio spazio artistico passa soprattutto attraverso la lettura, il cinema e lo studio personale. Mi piace imparare a memoria testi che amo, provarli, ripeterli, mantenermi allenata. Per me è come il pianoforte. So suonarlo, ma non lo faccio quasi mai. Se non si esercita una capacità, inevitabilmente la si perde. Forse ciò che mi manca davvero è il tempo per me stessa. Quando lavoro, poi torno alla mia quotidianità e ritrovo tutto ciò che nel frattempo si è accumulato. Cerco di recuperare il passo, di rimettere ordine e magari subito dopo arriva un altro lavoro. Non riesco quasi mai a fermarmi davvero. Anche se, a dire il vero, non sono una persona che ama stare ferma”.
In che cosa si sente ancora figlia?
“La mia è una situazione particolare, perché ormai da molto tempo sono diventata, in qualche modo, il genitore di mia madre. Dormo vicino a lei perché ha paura. Si sveglia durante la notte, magari alle quattro del mattino, mi guarda e mi chiama: ‘Mamma’. All’inizio cercavo di spiegarle che ero sua figlia. Le dicevo: ‘Mamma, come faccio a essere tua madre? Sono tua figlia’. Poi i medici mi hanno spiegato che non bisogna contraddirla. Mi hanno detto che devo assecondarla. Se una parete per lei è gialla, allora è gialla. Ricordo ancora una visita neurologica. Tossii e lei mi guardò dicendo: ‘Amore, come farò quando non ci sarai più?’. Ecco, in quel momento ho capito che eravamo ormai entrate in un’altra dimensione. La domanda che mi ha fatto, però, è molto interessante. Se penso alla parola ‘figlia’, in realtà penso soprattutto a mio padre. Mia madre è sempre stata una donna molto particolare, eccentrica e vivace. Da lei ho ereditato probabilmente il lato più ironico e divertente del mio carattere. Mio padre, invece, aveva una grande ironia. Non c’è più da molti anni. Quando penso a lui mi sento immediatamente figlia. Mi torna in mente quando rientrava tardi la sera e io magari stavo già dormendo, ma percepivo la sua carezza della buonanotte. Ecco, questo mi fa sentire ancora figlia. Non avevo mai riflettuto su questo aspetto. È una domanda che mi porterò dietro, perché effettivamente nella vita si smette molto presto di essere figli nel senso pratico del termine. Di certo, mi sento figlia di un Cielo, dell’amore e di Dio: le ferite possono essere feritoie… anzi, dobbiamo cercare di renderle tali, così entra la luce”.
Che tipo di madre è stata invece lei?
“Sicuramente una madre molto confusionaria e rocambolesca. Credo però di essere stata una madre sempre presente. I miei figli lo sanno. Oggi, che sono grandi, a volte li faccio innervosire. Ho sempre mille attività in corso e sono continuamente impegnata in qualcosa. Credo di avere una sorta di irrequietezza psicomotoria: faccio fatica a stare ferma. Probabilmente questa mia agitazione, a volte, può aver fatto mancare un po’ di stabilità. Posso capirlo. Però ci sono sempre stata. Anche perché il padre dei miei figli, quando il più piccolo aveva circa due anni, ha smesso di far parte della nostra quotidianità. Per ragioni che non è il caso di approfondire, siamo rimasti io e loro tre. Questo ci ha resi molto uniti. Collaboriamo molto tra noi. Per esempio, quando devo partecipare a una prima o a un evento di lavoro, so che mia figlia si occuperà della nonna, la metterà a letto e le starà accanto. Siamo una squadra. La cosa più importante che ho cercato di trasmettere ai miei figli è l’amore per la vita. Credo che i genitori possano commettere molti errori, ma se riescono a trasmettere questo, hanno già fatto qualcosa di enorme. Ciò che invece mi dispiace è quando percepiscono la mia tristezza. Quando mi capita di essere stanca, malinconica o demotivata, soffro all’idea che quello stato d’animo possa riflettersi anche su di loro. Questo sì, mi pesa. Per il resto, ho sempre cercato di insegnare una lezione molto semplice: si cade otto volte e ci si rialza nove. Credo che abbiano visto questo in me. Mi hanno sempre vista reagire. E di questo, sì, posso concedermi un piccolo complimento. Per il resto, tanta confusione. Una volta un mio amico farmacista è venuto a casa nostra. Ho due cani, quattro gatti, mia madre, i figli e amici che entrano ed escono continuamente. Lui è figlio unico, non ha figli né nipoti. Dopo qualche ora mi ha detto: ‘Francesca, stare a casa tua è stato come andare allo stadio’. Credo che questa immagine renda bene l’idea. I miei figli sono cresciuti in una casa molto viva, piena e rumorosa. Forse anche troppo. Forse i bambini avrebbero bisogno di più calma, più ordine e più stabilità. Ma la nostra vita è stata questa”.
Agli occhi di molti lei appare una donna molto forte. Però, ascoltandola parlare, si percepisce anche una grande vulnerabilità. E mi sembra che questa vulnerabilità abbia a che fare soprattutto con l’amore: l’amore per i figli, per i genitori, per le persone importanti della sua vita. Perché l’amore la rende così vulnerabile? Se l’è mai chiesto?
“Su questo ho riflettuto molte volte. Nella vita concreta sono sempre stata molto forte. Quando i miei figli erano piccoli, le altre mamme mi chiamavano per chiedermi aiuto nelle situazioni pratiche. Se c’era un problema da risolvere, una ruota bucata, una giornata impossibile da gestire, pensavano a me. Molte persone mi hanno detto: ‘Quando penso a tutto quello che hai affrontato da sola con tre bambini, mi sento più forte anch’io’. In effetti, le difficoltà pratiche non mi hanno mai spaventata. A mettermi davvero in ginocchio è stato altro: la morte di mio padre e una grandissima delusione d’amore. Dopo la fine del matrimonio ho avuto una relazione molto lunga con una persona che si era presentata come un uomo di grandi valori: affidabile, serio. Poi ho scoperto una realtà completamente diversa. E quella scoperta mi ha devastata. Probabilmente è arrivata anche in un momento particolare della mia vita, in un’età in cui una donna attraversa cambiamenti importanti, e tutto si è sommato. Quello è stato uno dei periodi in cui i miei figli mi hanno vista stare davvero male. Anche allora, però, ho attraversato il dolore e ne sono uscita. Anzi, oggi posso dire che quella storia mi ha costretta a mettermi in discussione e a interrogarmi anche sui miei limiti e sui miei errori. Le difficoltà pratiche non mi hanno mai abbattuta. Se perdo una casa, se c’è un problema da risolvere, reagisco immediatamente. Mi attivo. Divento una specie di ‘Resolution Woman’: cerco di capire come affrontarlo, come risolverlo. Quando invece accade qualcosa sul piano affettivo, lì crollo. Se non avessi avuto i miei figli accanto, in certi momenti non avrei avuto nemmeno voglia di alzarmi dal letto. Perché quando si rompe un legame profondo, quando perdi qualcuno che ami o ti senti tradita da una persona a cui hai affidato te stessa, non perdi semplicemente un rapporto. Perdi una parte della tua gioia di vivere. Ed è questo che mi mette davvero a terra”.
Perché riesce ad affrontare qualsiasi difficoltà concreta e invece viene travolta quando si spezza un legame affettivo?
“La verità è che il perché non lo so fino in fondo. Probabilmente ci sono ancora aspetti di me che non conosco. Ho riflettuto molte volte sul fatto che, in tante situazioni, sono una persona forte. Mi sono detta: ‘Com’è possibile che tu riesca a reggere certe difficoltà e poi venga messa al tappeto da altre?’. Eppure succede. Quando penso alle persone che ho amato e che non ci sono più, per esempio, sento un dolore che non passa. Con l’età, inevitabilmente, si accumulano assenze. Ho perso mio padre. Ho perso persone a cui volevo bene. Penso anche a un mio carissimo amico, l’attore Luciano Miele, bravissimo. Con sua moglie abbiamo cercato per mesi di fare in modo che si parlasse della sua scomparsa, perché aveva lavorato tanto, aveva fatto film importanti, eppure sembrava che nessuno ne parlasse. Quando una persona che ami scompare, all’improvviso non puoi più chiamarla. Non puoi più sentirne la voce. Non puoi più raccontarle qualcosa che ti è accaduto. Ho molta fede e credo profondamente che l’anima non muoia. Credo che esista qualcosa che va oltre. Però, sul piano concreto, quella persona non è più lì. E questo resta atroce. Credo che il dolore per la perdita appartenga a tutti gli esseri umani. Quando qualcuno ti manca davvero, continuerà a mancarti. Tempo fa ho letto una riflessione di Zerocalcare che mi ha colpita molto. Diceva che, quando perdi una persona importante, all’inizio rimani quasi anestetizzato. È come svenire dal dolore. Una parte di te si spegne. Ho vissuto davvero questa sensazione. Vai avanti, fai tutto quello che devi fare, affronti le incombenze pratiche, organizzi ciò che va organizzato. Poi magari passano mesi, ti cade una forchetta per terra e improvvisamente scoppi a piangere. È proprio così. Il dolore arriva dopo. Ti raggiunge quando abbassi la guardia”.
E invece nel caso della delusione sentimentale?
“Lì credo che sia stata soprattutto una questione di tradimento della fiducia. Forse avevo idealizzato troppo quella persona. Forse mi ero costruita un’immagine che non corrispondeva alla realtà. Ma ciò che mi ha fatto più male non è stata la fine del rapporto in sé. È stato scoprire che esisteva un’altra verità. Scoprire che c’era un intero mondo che non conoscevo. Mi sono sentita tradita. Mi sono sentita raggirata. Truffata perfino nell’anima. È una sensazione difficile da spiegare. Nelle relazioni mi consegno completamente. Do il corpo, l’anima, tutto quello che ho. Quando poi scopri che quello spazio di fiducia è stato calpestato, la ferita è enorme. Perché non si tratta semplicemente del fatto che una persona non ti ami più. Questo può succedere. Sono convinta che nessuno sia responsabile dei propri sentimenti. Se una persona smette di amarti, non è una colpa. Le emozioni non si comandano. Però siamo responsabili del modo in cui gestiamo ciò che proviamo. Questo sì. Quando ero più giovane, se mi accorgevo che qualcuno si stava innamorando di me e io non provavo lo stesso sentimento, cercavo di essere chiara. Dicevo: ‘Non ti amo’. Magari era doloroso da sentire, ma almeno l’altra persona aveva davanti la verità. Non restava sospesa. Non viveva nell’ambiguità. È stata la sospensione a ferirmi. Quando una persona continua a lasciarti piccoli segnali, piccole briciole, continui a pensare che forse ci sia ancora qualcosa. Continui a sperare. Continui a credere. E intanto passano gli anni”.
Oggi riesce a dare una spiegazione a quella ferita?
“Non del tutto. Forse si è intrecciata con qualcosa che appartiene alla mia storia personale. Tutti abbiamo delle ferite. Magari quella situazione ne ha toccata una che era già lì. Forse ha incontrato qualcosa di irrisolto che mi portavo dentro. Però, a essere sincera, a un certo punto mi stanco anche di cercare spiegazioni psicologiche per tutto. Si può passare la vita a scavare nel passato per capire perché qualcosa ci ha fatto male. A volte è utile. Altre volte rischia di diventare una prigione. Certo, esiste anche questa lettura: hai una ferita e, quando accade qualcosa che la richiama, quella ferita si riapre. Probabilmente è successo anche a me. Però non voglio passare la vita a guardare all’indietro. A un certo punto bisogna anche accettare che alcuni eventi ci abbiano ferito e andare avanti. Questo, forse, è ciò che ho imparato”.
Poco fa diceva che la fede è un punto di riferimento importante nella sua vita. Oggi che significato hanno per lei due parole come ‘errore’ e ‘perdono’?
“Il perdono, per me, viene prima di tutto. Sempre. Anche se devo essere sincera: non è semplice. Ci sono persone che mi hanno ferita e per le quali ancora oggi mi capita di pregare dicendo: ‘Gesù, da sola non riesco a perdonare questa persona. Se mi aiuti tu, forse posso farcela’. Non voglio essere ipocrita. Non posso dire di aver perdonato qualcuno se, ogni volta che ci penso, dentro di me si scatena ancora l’inferno. La fede, per come la vivo, è innanzitutto un dialogo. Un dialogo continuo con Dio. E penso che questa possibilità esista per tutti, non soltanto per me. Sono cristiana e cattolica, questa è la mia strada. Però credo profondamente che esista una forma di ascolto anche in altre esperienze di fede. Avevo un amico molto caro che praticava il buddhismo e cercava spesso di coinvolgermi nel suo percorso. Gli spiegavo che non era una questione di chiusura o di rifiuto: semplicemente, essendo cresciuta in un certo modo, nei momenti difficili mi viene spontaneo recitare un’Ave Maria. È il linguaggio spirituale che conosco. Questo però non significa che consideri altre strade meno valide. Sono convinta che esista una dimensione spirituale. Su questo non ho dubbi. Poi ognuno trova la propria chiave per accedervi. Credo di aver trovato la mia. Con momenti di luce e momenti di buio. Ci sono periodi in cui mi sento accarezzata dalla vita, quasi in stato di grazia. Altri in cui non sento nulla, soltanto buio. Però continuo a cercare. Quanto agli errori, paradossalmente faccio più fatica con quelli che riguardano me stessa che con quelli degli altri. Sono una persona che tende a rimuginare. E rimuginare sui propri errori fa male. Se però si riesce a guardarli come un punto di partenza per capire qualcosa e fare meglio, allora acquistano un senso. Forse è una banalità, ma per me è davvero così. Del resto, la stessa etimologia ci aiuta: sbagliare significa mancare il bersaglio. Succede. Come educare significa tirare fuori. Anche nell’educazione dei figli si commettono errori. A volte non si riesce a far emergere il meglio che quei ragazzi hanno dentro. Fa parte del percorso. Per questo l’errore, in sé, non mi spaventa. Ne ho commessi tanti. E probabilmente continuerò a commetterne. Sul perdono, invece, sono quasi una militante. Davvero. Sono una sostenitrice del perdono. Perché credo che il perdono salvi prima di tutto chi lo concede. Naturalmente non significa giustificare tutto. Significa non permettere a una ferita di continuare a governare la propria vita. Molte volte mi sono trovata a perdonare persone che mi avevano fatto soffrire profondamente. E spesso una parte di me protestava. Mi dicevo: ‘Ma come fai a perdonare dopo tutto quello che è successo?’. Eppure sentivo che era la strada giusta. Anche perché, quando una situazione arriva a un certo punto, raramente esiste una sola responsabilità. In modi diversi, siamo quasi sempre coinvolti tutti”.
Qual è la bugia che si è raccontata più a lungo nella vita?
“La bugia di pensare di poter fare sempre tutto da sola. Me la sono raccontata per moltissimo tempo. Ogni volta mi dicevo: ‘Ce la faccio. Ce la faccio anche questa volta’. Continuavo a tirare fuori energie che spesso non avevo più. E poi, inevitabilmente, pagavo il conto. Credo che ci sia stata una forma di ostinazione in tutto questo. Una specie di testardaggine. L’idea che dovessi essere sempre io a risolvere tutto. Non per protagonismo. Non per egocentrismo. Anzi. Per il motivo opposto. Perché non volevo chiedere niente a nessuno. Preferivo fare da sola. Preferivo dare piuttosto che ricevere. Crescendo, invece, ho capito che anche saper ricevere è importante. È un’apertura del cuore. È un atto di fiducia. Ho sorelle meravigliose, siamo molto unite, eppure perfino con loro a volte faccio fatica a chiedere aiuto. Per questo oggi penso che quella fosse davvero una bugia. La presunzione, inconsapevole, di credere di poter reggere tutto da sola, negando agli altri la possibilità di starti vicino. E questo non è giusto. Oggi lo so. Oggi so che ricevere è importante quanto dare”.
E il successo? Lo ha conosciuto presto. Anche quello, in fondo, è una specie di bugia?
“In parte sì. O almeno, non è ciò che pensiamo. Quando uscì la serie I ragazzi del muretto, mi trovai improvvisamente circondata dall’attenzione del pubblico. Non esistevano i social. Uscivo di casa e c’erano ragazzi che mi fermavano per una foto, per un autografo. Era tutto vero. Non era una finzione. Allo stesso tempo, però, avevo già la sensazione che fosse qualcosa di transitorio. Che sarebbe passato. Che tutto passa. È una percezione che mi accompagna da sempre. Ricordo una sera in cui tornai a casa dopo aver lavorato ad Ambrogio, dove ero protagonista. Sotto casa c’era una gigantografia con il mio volto. La guardai e mi venne da ridere. Non perché non fossi felice. Lo ero, l’attenzione del pubblico fa piacere a chiunque. Ma già allora percepivo che quell’immagine non coincideva davvero con me. Era una fase. Un momento. Una circostanza. Forse avevo pochi strumenti per capire che cosa stesse accadendo. Forse ero troppo giovane. Però non credo che il successo mi abbia mai danneggiata. Perché non l’ho mai vissuto come qualcosa di definitivo. Sapevo che l’attenzione poteva spostarsi altrove. Che era una conseguenza di ciò che stava accadendo in quel momento. Non una conquista eterna. E poi c’è un pensiero che mi accompagna spesso. La parola ‘successo’ deriva da ‘succedere’. È qualcosa che accade. Succede. Punto. Ci sono momenti in cui tutte le condizioni si allineano e una persona si trova sotto i riflettori. Ma questo non significa necessariamente che abbia più valore di altre. Ci sono persone straordinarie che hanno lasciato un’impronta enorme e che quasi nessuno conosce. Per questo faccio fatica a identificare il successo con la notorietà. Per me sono dimensioni diverse”.
Mi sembra di capire che, per lei, il successo abbia un significato molto diverso da quello che normalmente gli attribuiamo.
“Sì, assolutamente. Per questo faccio spesso esempi di persone che considero davvero importanti. Penso a Vincenzo Cerami. Ha scritto opere meravigliose, ha collaborato a lavori straordinari, ha contribuito a creare qualcosa che resterà per sempre. Eppure, se fermassimo molte persone per strada, non tutti saprebbero chi sia. Oppure penso a Leo Catozzo. Abito a Santa Severa e, a poca distanza da casa mia, c’è ancora l’abitazione della sua famiglia. Ci sono stata. Ho visto i disegni che gli faceva Fellini. Con un amico ho perfino scritto un documentario dedicato a lui, intitolato Acetone. Leo Catozzo è stato una figura fondamentale per il cinema italiano. Ha inventato la celebre pressa che porta il suo nome, uno strumento che ha rivoluzionato il montaggio cinematografico. Ha lavorato con Fellini, ha contribuito alla realizzazione di film straordinari e ha persino ricevuto un Oscar tecnico. Eppure oggi quasi nessuno sa chi sia. Allora mi chiedo: che cos’è davvero il successo? Per me il successo è qualcosa che accade. Può capitare che i riflettori siano puntati su di te. Ma può anche accadere che una persona lasci un segno enorme senza essere conosciuta dal grande pubblico. In entrambi i casi ha avuto successo. Per questo faccio fatica a considerare il successo sinonimo di celebrità. Se dovessi ragionare in questi termini, paradossalmente direi che forse me lo meriterei più oggi che da ragazza. Per tutta la fatica fatta. Per tutto quello che ho attraversato. Per tutto il lavoro che c’è stato dietro. Quando ero molto giovane e arrivò quella popolarità, ero semplicemente una ragazza che stava vivendo una fase particolare della propria vita. Oggi forse ne comprenderei il valore in modo diverso”.
Quando la sera spegne la luce, qual è l’ultimo pensiero che le passa per la testa?
“Dipende molto dalla giornata che ho avuto. Di solito faccio una sorta di bilancio. Ripenso a quello che ho fatto, a ciò che mi è piaciuto e a ciò che magari avrei potuto fare meglio. Se ho sbagliato qualcosa, ci rifletto. Se è accaduto qualcosa di bello, ne provo gratitudine. Però devo dirle una cosa: molto spesso sono semplicemente stanchissima. Talmente stanca che faccio appena in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino. Mi capita perfino di addormentarmi con la mano sul libro che tengo sul comodino. La mattina parto subito. Non sono una di quelle persone che hanno bisogno di un’ora per svegliarsi. Appena apro gli occhi salto giù dal letto e comincio a occuparmi di mille impegni. Quando arriva la sera, sono consumata dalla giornata. Per questo non esiste un unico pensiero fisso. Ci sono sere in cui penso a qualcosa che mi ha fatto soffrire. Altre in cui torno con la mente a una preoccupazione. Altre ancora in cui mi addormento felice per qualcosa di bello accaduto durante il giorno. Dipende da ciò che mi porto dietro. Dipende dal bagaglio emotivo che quella giornata mi ha lasciato. Certo, le persone che amo sono sempre presenti. Mio padre, sicuramente. E poi una preghiera. Quella c’è quasi sempre”.
Dopo tutto quello che ha vissuto, oggi il bagaglio che si porta dietro è leggero o pesante?
“È il mio. E credo che questa sia la prima risposta. È quello che mi è stato affidato. Ognuno ha il proprio: il mio è questo. Se devo essere sincera, è abbastanza pesante. Però evidentemente posso portarlo. Se mi è stato dato, significa che posso sostenerlo. Chiedo sempre una sola cosa: poter essere utile agli altri. E se questo comporta portare un po’ più di peso sulle spalle ma quel peso mi permette di essere d’aiuto a qualcuno, allora va bene. Non lo dico per fare bella figura. È qualcosa che sento profondamente. Sono fatta così”.
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