Cosa c’entra il viaggio con l’ospitalità, le migrazioni con la cittadinanza globale, le disuguaglianze con lo sviluppo? È quello che si chiede ogni anno IT.A.CÀ., il Festival del Turismo Responsabile. Nato da un termine che unisce l’isola di Ulisse al dialetto bolognese (in dialetto bolognese vuol dire “it.a.cà” – sei a casa?), il festival è nato proprio all’ombra della Città dei portici come racconta in un’intervista rilasciata a Moveo Sonia Bregoli, co-fondatrice e responsabile del Coordinamento della Rete Nazionale IT.A.CÀ Festival del Turismo Responsabile: «In questi anni il festival ha diffuso la sua metodologia, creatività e la sua cultura innovativa crescendo a livello nazionale a tal punto che molti territori ne hanno adottati i principi, la visione e il modello. Oggi è una rete che ha coinvolto dalla sua nascita oltre 700 realtà locali, nazionali e internazionali». Ecco di cosa si tratta e perché è diventato un evento unico nel suo genere, un momento in cui spiega l’organizzatrice «si passa dall’ incoming (ovvero il flusso di turisti in entrata) al becoming: significa sentirsi parte della comunità che si visita».
Quando e come nasce il Festival del Turismo Responsabile?
Nel 2009, a Bologna, che come spiega Bregoli «ne ha modellato il nome e sostenuto la crescita»:
«In maniera creativa promuoviamo un’etica del turismo volta a sensibilizzare le istituzioni, i viaggiatori, l’industria e gli operatori turistici per uno sviluppo sostenibile e socialmente responsabile del territorio. Lo facciamo coinvolgendo centinaia di soggetti che danno vita a eventi di carattere divulgativo, scientifico, didattico e sportivo in maniera diffusa su tutto il territorio nazionale»
In generale, la co-fondatrice spiega che il festival contribuisce a stimolare nuove idee e incentivare nuovi operatori culturali, a offrire esperienze diverse, a creare un pubblico più attento ad un segmento di turismo per nulla considerato. L’obiettivo è uscire da una dinamica economica fine a se stessa, per recuperare una dimensione culturale del turismo, ovvero:
«Promuovere una relazione autentica con e tra la popolazione locale, e non un indicatore – come l’incoming – che misura in positivo anche le tante esternalità negative di un turismo che rischia di essere sempre di più solo deportazione di massa di gruppi organizzati per spendere soldi».
Da dove nasce l’ispirazione del festival?
«L’ispirazione è arrivata dal nostro partner nazionale storico AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile) che ha condiviso la sua definizione di Turismo Responsabile adottata dall’assemblea nell’ottobre 2005 a Cervia».
Quest’ultima recita: “Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori”.
È un Festival itinerante: cosa chiedete a chi partecipa?
«Hai centrato il punto: IT.A.CÀ Festival del Turismo Responsabile non è un evento da ‘consumare’, ma un’esperienza da co-creare. Al nostro pubblico non chiediamo solo di esserci, ma di attivarsi attraverso varie azioni. Spiritualmente, chiediamo a chi partecipa di praticare l’ascolto. Il turismo responsabile inizia quando smettiamo di essere predatori di paesaggi e diventiamo ospiti attenti. Materialmente, chiediamo una partecipazione che si traduca in azioni concrete per la salvaguardia dei luoghi che ci ospitano».
Per quest’ultimo aspetto significa nel concreto mettere in atto queste azioni, come specifica Bregoli:
- Impatto Zero (o positivo): ai partecipanti si chiede di adottare pratiche rigorose: portare con sé borracce, non lasciare tracce, utilizzare mezzi di trasporto sostenibili (treno, bici, piedi) per raggiungere le tappe. In alcuni casi, anche di aiutare attivamente nella raccolta di rifiuti lungo i sentieri;
- Sostegno all’economia locale: Scegliere le strutture ricettive e i produttori del territorio che fanno parte della rete;
- Supporto alla rete: molte delle tappe sono gratuite o prevedono contributi minimi per coprire le spese vive delle associazioni locali. Ai partecipanti è richiesto, quando possibile, di sostenere le realtà del Terzo Settore che organizzano i singoli eventi.
«Infine, chiediamo a tutti di farsi ambasciatori. Il contributo più grande che un partecipante può dare è riportare a casa, nella propria quotidianità, i semi di responsabilità gettati durante il festival».
Come si rapporta la mobilità dolce e sostenibile al Festival?
«Promuoviamo la mobilità dolce cercando di integrare soluzioni di sharing e tecnologia elettrica. Incentiviamo fortemente l’utilizzo della mobilità condivisa non solo come scelta ecologica, ma come primo atto di socializzazione del viaggio. Dove è possibile promuoviamo il concetto di car-pooling attraverso i nostri canali social dove incoraggiamo i partecipanti a condividere il tragitto in auto per raggiungere i punti di partenza dei cammini dove è possibile. Questo riduce le emissioni e i costi, trasformando lo spostamento in un’occasione di incontro prima ancora che il festival inizi».
Inoltre, il Festival del Turismo Responsabile tratta anche di biciclette e intermodalità:
«In alcune tappe urbane (come Bologna o altre città della rete), collaboriamo con servizi di bike sharing locale per permettere a chi arriva in treno anche la possibilità di muoversi agilmente tra un evento e l’altro senza l’uso dell’auto privata. In alcune tappe cerchiamo di agevolare il noleggio di biciclette elettriche. In alcuni casi dove i servizi pubblici lo permettono promuoviamo l’intermodalità del treno invitando i partecipanti a usare il treno come “vettore” principale, per poi affidarsi a mezzi elettrici o alla mobilità condivisa per l’ultimo miglio. Chiediamo ai nostri viaggiatori di essere creativi nel loro modo di muoversi».
Quali enti pubblici o privati vi supportano e in che modo?
A livello istituzionale, il festival fruisce del patrocinio e del supporto di numerosi enti pubblici come spiega Sonia Bregoli:
- Comuni e Città Metropolitane: molte tappe del festival sono inserite nei cartelloni culturali cittadini. I comuni lo supportano mettendo a disposizione spazi pubblici, supporto logistico e canali di comunicazione istituzionale per dare visibilità agli eventi;
- Regioni: Collaborazione con diverse amministrazioni regionali per promuovere percorsi di turismo lento e valorizzazione dei borghi, spesso in linea con le loro strategie di marketing territoriale sostenibile;
- Riconoscimenti Internazionali: Pur non essendo un supporto diretto in termini di fondi, il patrocinio e il premio ricevuto dall’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite garantiscono al Festival del Turismo Responsabile una legittimazione internazionale che facilita il dialogo con altri enti pubblici.
Dal punto di vista privato, il conflitto d’interessi è dietro l’angolo visti i temi in gioco (e il business dietro al turismo) ma Bregoli ci tiene a precisare che:
«Selezioniamo i partner privati con estrema cura: devono essere realtà che non praticano il semplice greenwashing, ma che hanno la sostenibilità nel proprio DNA. Ogni anno quando è possibile selezioniamo un partner nazionale ufficiale con cui sviluppiamo progetti ad hoc. Alcune aziende ci supportano fornendo servizi essenziali (sponsorship tecniche), come il server del nostro sito ospitato su un data center green, o mezzi di trasporto inclusivi e accessibili»
L’organizzatrice spiega che «il cuore pulsante del supporto arriva però dal mondo associativo: enti (piccole associazioni, cooperative sociali, guide ambientali) supportano il progetto attraverso la co-progettazione dal basso. In sintesi, chi ci supporta non lo fa solo come finanziatore, ma come co-creatore di un nuovo modello di viaggio che rispetta l’ambiente e le comunità locali».
L’edizione del 2026 interpreterà la sostenibilità nell’ottica della pace. Cosa c’entra il turismo con questo tema?
«Quando un viaggiatore condivide un pasto o una storia con una persona di una cultura “ostile”, la narrazione del conflitto cede il passo all’empatia. È difficile sostenere l’odio verso un popolo di cui si conoscono i volti, le speranze e le sfide quotidiane. Esistono progetti di turismo responsabile che si sviluppano proprio su territori di confine o contesi; ad esempio i famosi “Parchi della Pace” (Aree Protette Transfrontaliere) sono territori che superano i confini politici per proteggere ecosistemi condivisi e promuovere la cooperazione tra nazioni per la gestione ambientale e turistica spesso dopo periodi di conflitto. O ancora gli Itinerari Culturali che sono cammini che ripercorrono antiche vie commerciali o religiose attraverso più stati ricordano ai popoli una storia comune che preesiste ai confini politici attuali»
In sintesi, conclude Sonia Bregoli, «i progetti di cooperazione internazionale legati al turismo responsabile hanno l’obiettivo di sostenere le micro-economie locali, di ridurre il risentimento delle popolazioni verso l’esterno e di creare stabilità sociale, che è il prerequisito fondamentale per la pace».
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Gianluca Schinaia
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