Dopo l’uscita volontaria dall’Istituto da lui fondato, p. Stefano Manelli continua a esercitare — secondo diverse testimonianze — un’influenza spirituale su gruppi non riconosciuti, segnati da abiti religiosi ambigui, profezie apocalittiche e isolamento familiare. La vicenda di Telma Santos e della madre Teresa chiede alla Chiesa una parola chiara.
Una madre portoghese, Teresa Santos, attraversa l’Europa per sapere se la figlia Telma, ventidue anni, stia bene. Ma davanti alle porte chiuse di Frigento emerge una domanda più grande: quale ruolo continua ad avere p. Stefano Manelli in una rete spirituale priva di riconoscimento ecclesiale, dove la devozione sembra trasformarsi in obbedienza cieca, la vocazione in isolamento e la promessa di salvezza in strumento di pressione sulle coscienze?
C’è un’immagine, in questa storia che vale più di ogni dossier: una madre davanti a una porta che non si apre.
Teresa Santos è venuta dal Portogallo in Italia per cercare sua figlia Telma, ventidue anni, già studentessa di ingegneria, già inserita in un cammino umano normale, con affetti, studio, futuro. Poi la rottura. Il distacco. La partenza. L’ingresso in una realtà religiosa opaca, gravitante nell’orbita di Frigento, segnata dal riferimento a p. Stefano Manelli e da un linguaggio spirituale che promette salvezza, obbedienza, protezione, ma lascia dietro di sé una madre nell’angoscia.
Teresa non chiede di sequestrare la libertà della figlia. Non pretende di riportarla a casa con la forza. Non nega che una giovane maggiorenne possa scegliere una strada diversa da quella immaginata dalla famiglia. Una figlia adulta può lasciare il fidanzato, può interrompere l’università, può cambiare Paese, può consacrarsi a Dio. La vocazione, quando è autentica, non appartiene ai genitori. La coscienza non è proprietà della famiglia.
La vocazione è una cosa seria, non può diventare il paravento dell’opacità
Il problema non è che Telma abbia scelto Dio. Il problema è capire se Telma sia davvero libera. Libera di parlare. Libera di vedere sua madre. Libera di telefonare. Libera di uscire. Libera di confrontarsi con sacerdoti estranei al gruppo. Libera di dire sì, ma anche libera di dire no. Perché senza libertà non c’è consacrazione cristiana: c’è soltanto appartenenza indotta, pressione spirituale, dipendenza.
E quando una madre attraversa l’Europa per sapere se la figlia sta bene e trova porte chiuse, risposte evasive, luoghi cambiati, presenze negate, silenzi ostinati, allora la parola “vocazione” non basta più. Anzi, rischia di diventare una parola usata per coprire ciò che il Vangelo non coprirebbe mai.
La vera consacrazione non ha paura della luce. Può essere radicale, può essere dolorosa, può ferire i legami familiari nel momento della scelta. Ma non diventa crudeltà. Non isola. Non trasforma la madre in nemica. Non considera la famiglia d’origine una minaccia da neutralizzare. Non impedisce a una giovane di dire a sua madre: “Sto bene”.
La tradizione francescana lo insegna con chiarezza. Francesco d’Assisi si spogliò davanti al padre Pietro di Bernardone e ruppe pubblicamente con il suo mondo. Ma quella rottura non diventò una scuola di disumanità. Santa Chiara fuggì di casa nella notte per seguire Cristo povero e crocifisso. Ma la sua vicenda non cancellò la famiglia: la madre Ortolana, rimasta vedova, la raggiunse poi in monastero; la sorella Agnese la seguì. La radicalità evangelica può tagliare, ma non disprezza. Può separare, ma non sequestra. Può chiedere tutto, ma non distrugge la carità.
Dove manca la carità, non c’è Dio. Dove una madre viene lasciata fuori dalla porta, umiliata nella sua domanda più elementare, non si custodisce una vocazione: si costruisce un muro.
Qui il nodo diventa ecclesiale. Perché non siamo davanti a un semplice dissidio familiare. Siamo davanti a una realtà che, secondo le denunce e le testimonianze raccolte, si presenta con segni religiosi, abiti, linguaggio cattolico, richiami mariani, riferimenti a Fatima, ma senza un riconoscimento ecclesiale limpido. Una realtà che nulla ha a che vedere con l’Istituto delle Francescane dell’Immacolata, se non per la confusione generata da riferimenti, abiti e continuità simboliche che possono ingannare i fedeli più semplici.
Una confusione gravissima.
L’abito religioso non è un costume. Non è una scenografia devozionale. Non è un travestimento utile a dare autorevolezza a un gruppo. L’abito, nella Chiesa, è un segno pubblico, riconoscibile, legato a una forma di vita approvata, a un’autorità, a una regola, a una responsabilità. Quando viene usato in modo ambiguo da gruppi privi di riconoscimento, il problema non è estetico: è pastorale. E, nei casi più gravi, può diventare anche questione da valutare nelle sedi competenti, perché seminare confusione tra i fedeli non è mai una cosa innocente.
La diocesi di Leiria-Fátima, secondo quanto risulta, non riconosce questa realtà. E allora la domanda diventa inevitabile: se a Fátima quel gruppo non gode di riconoscimento, perché in Irpinia viene tollerato? Perché a Frigento queste presenze continuano a muoversi in una zona grigia? Perché il vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, monsignor Pasquale Cascio, non interviene con una parola chiara, pubblica, pastorale? Perché la Chiesa locale sembra lasciare che questa ambiguità continui a consumare famiglie, coscienze, giovani vite?
Non si tratta di chiedere condanne sommarie. Si tratta di chiedere verifica. E la verifica, nella Chiesa, è carità.
Verificare chi guida queste giovani. Verificare dove vivono. Verificare con quale statuto. Verificare se esista un’autorità ecclesiale riconosciuta. Verificare se siano davvero libere di comunicare con le famiglie. Verificare se possano uscire senza paura. Verificare se la loro permanenza sia frutto di una scelta serena o di un sistema di pressione spirituale. Verificare se vengano alimentate con profezie apocalittiche, minacce di castighi, promesse di salvezza riservata al gruppo.
Perché questo è il punto più inquietante. Attorno alla figura di p. Stefano Manelli, dopo la sua uscita volontaria dall’Istituto da lui iniziato, continuerebbe — secondo testimonianze che chiedono un serio discernimento — una forma di influenza spirituale fortissima. Un uomo ormai anziano, considerato da alcuni quasi come un oracolo, capace ancora di orientare, ordinare, indicare, profetizzare. Prima il timore di catastrofi cosmiche, poi scenari apocalittici legati a guerre e missili, sempre con la stessa logica: la salvezza starebbe dentro il recinto, fuori ci sarebbe il pericolo.
Ma questa non è fede cattolica. È paura religiosa.
La vita eterna non la promette un fondatore. Non la distribuisce un direttore spirituale. Non la garantisce un gruppo chiuso. La vita eterna è dono di Dio, non premio di appartenenza a una cerchia. Quando qualcuno, esplicitamente o implicitamente, lega la salvezza alla permanenza in un gruppo, all’obbedienza a un capo, alla separazione dalla famiglia, siamo fuori dalla logica del Vangelo. Siamo dentro una deformazione del sacro.
Maria non è la regina del terrore. Fatima non è un marchio da usare per controllare le coscienze. San Francesco non è il patrono delle ambiguità ecclesiali. Padre Pio non può diventare il pretesto per occupare territori simbolici e spirituali. L’Immacolata non copre l’opacità. La devozione mariana, quando è vera, conduce a Cristo, alla Chiesa, alla comunione, alla libertà dei figli di Dio. Non produce isolamento, dipendenza, paura.
Per questo la storia di Teresa Santos è una pietra d’inciampo. Una madre che cerca la figlia non è una persecutrice. Non è un ostacolo alla vocazione. Non è una nemica della Chiesa. È una madre. E una madre che chiede “mia figlia sta bene?” pone una domanda così elementare che soltanto un sistema malato può considerarla pericolosa.
C’è poi un’altra questione, ancora più delicata. Si dice che in passato l’intervento ecclesiale sarebbe stato frenato anche dal timore, agitato da alcuni genitori, che una giovane potesse compiere un gesto estremo se la Chiesa fosse intervenuta. Ma proprio questa eventualità, se vera, non giustifica il silenzio: lo rende ancora più grave. Se una persona è così fragile da poter essere spinta alla disperazione da un discernimento ecclesiale, allora quella persona ha bisogno di protezione, non di abbandono. Ha bisogno di cura, non di una zona franca. Ha bisogno di una Chiesa madre, non di un episcopato paralizzato dalla paura.
La prudenza pastorale non è immobilismo. La mitezza non è omissione. Il rispetto della libertà personale non autorizza a lasciare giovani donne dentro circuiti opachi, senza controllo, senza trasparenza, senza garanzie.
E non basta dire: “Sono maggiorenni”. Anche gli adulti possono essere manipolati. Anche gli adulti possono essere isolati. Anche gli adulti possono essere sedotti da promesse assolute. Anche gli adulti possono essere resi dipendenti da figure carismatiche presentate come infallibili. La maggiore età giuridica non cancella il dovere ecclesiale di discernere gli spiriti.
Anzi, proprio perché si parla di adulti, il criterio deve essere ancora più chiaro: libertà piena, trasparenza piena, responsabilità piena.
Se Telma vuole restare, lo dica liberamente. Se Telma vuole consacrarsi, lo faccia davanti alla Chiesa, non dentro un cono d’ombra. Se Telma non vuole vedere sua madre, lo dica lei, senza mediatori, senza filtri, senza pressioni, senza persone che parlano al suo posto. Ma se Telma non può parlare, se non può incontrare, se non può telefonare, se non può scegliere senza paura, allora il problema non è più una vocazione: è una prigionia spirituale.
La Chiesa non può benedire le prigioni spirituali
La domanda oggi va posta con rispetto ma con fermezza a chi ha responsabilità pastorale: per quanto ancora si tollererà questa ambiguità? Per quanto ancora Frigento e altri luoghi potranno essere percepiti come rifugio di esperienze non riconosciute, nascoste, sfuggenti? Per quanto ancora si permetterà che un abito religioso somigliante a quello di istituti noti generi confusione? Per quanto ancora si lascerà che il nome di Fatima venga usato per dare credibilità a realtà che la Chiesa non ha chiaramente approvato?
Non è in gioco soltanto il dolore di Teresa. È in gioco la credibilità della Chiesa. È in gioco la tutela dei fedeli semplici. È in gioco la dignità della vita consacrata autentica, quella fatta di regole, obbedienza ecclesiale, superiori riconosciuti, formazione seria, libertà interiore, carità concreta.
Le vere suore non hanno bisogno di nascondersi. Le vere comunità non temono una visita. I veri cammini vocazionali non hanno paura di una madre. Le vere profezie non producono panico. I veri padri spirituali non possiedono le anime. Le conducono a Dio e poi si fanno da parte.
Per questo occorre una parola chiara. Occorre che i pastori dicano se questa realtà è riconosciuta o no. Occorre che i fedeli sappiano se quelle vesti hanno titolo ecclesiale o no. Occorre che le famiglie sappiano a chi rivolgersi. Occorre che Telma e le altre giovani siano incontrate da persone libere, autorevoli, esterne al gruppo, capaci di verificare senza intimidire, di ascoltare senza condizionare, di proteggere senza violare.
Teresa non chiede vendetta. Chiede verità. Non chiede dominio. Chiede carità. Non chiede che la figlia sia privata della sua scelta. Chiede che quella scelta sia davvero libera.
Una domanda che oggi giudica tutti.
Giudica chi chiude le porte. Giudica chi si nasconde dietro formule pie. Giudica chi usa la parola “vocazione” per sottrarsi alla trasparenza. Giudica chi continua a venerare uomini come oracoli. Giudica chi confonde la fedeltà cattolica con l’ostilità verso il Papa, ieri contro Francesco, oggi — secondo testimonianze che meritano verifica — perfino con indicazioni ostili verso Leone XIV. Una spiritualità che insegna a spegnere il Papa quando appare in televisione non è cattolicità: è settarismo con incenso. E giudica anche la Chiesa, se tace.
Perché il Vangelo conosce una parola semplice: “Bussate e vi sarà aperto”. Qui invece una madre bussa e trova chiuso. Bussa in nome dell’amore. Bussa in nome della maternità. Bussa in nome della verità. Bussa in nome di una figlia che non vuole perdere, ma nemmeno possedere.
Un giorno passeranno le profezie, passeranno le obbedienze cieche, passeranno le corti dei piccoli guru, passeranno gli abiti usati come maschere, passeranno le paure apocalittiche, passeranno le fedeltà personali travestite da mistica. Resterà soltanto ciò che fu carità. Resterà ciò che fu vero. Resterà ciò che avrà custodito le persone, non ciò che le avrà imprigionate.
Intanto c’è Teresa Santos, una madre venuta dal Portogallo. C’è Telma, una figlia di ventidue anni che deve poter parlare da donna libera. C’è Frigento, con le sue porte chiuse. C’è una Chiesa chiamata a scegliere se essere madre o spettatrice.
Cercare una figlia non è un reato. Lasciare una madre senza risposta, invece, è una ferita al cuore del Vangelo.
Il caso Telma Santos non è una lite familiare: è il sintomo di una ferita ecclesiale. Dove il nome di p. Stefano Manelli diventa oracolo, dove l’abito religioso confonde i fedeli e dove una madre non può sapere se sua figlia sta bene, la Chiesa non può tacere. Perché la fede cattolica libera, non sequestra; illumina, non nasconde; apre le porte, non le chiude.
Sante Cavalleri
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