Continua il nostro viaggio nel radicamento della ‘ndrangheta nel Nord Italia, un fenomeno da sempre attuale ma nelle ultime settimane tornato al centro del dibattito nazionale dopo la delibera con cui il Csm, nell’individuare gli uffici giudiziari delle aree ad alta densità mafiosa ai fini delle nomine direttive, ha escluso i distretti del Nord. Una scelta che ha suscitato le critiche di magistrati e associazioni antimafia, secondo cui non tiene conto di decenni di indagini e sentenze che hanno accertato il radicamento delle cosche anche fuori dal Mezzogiorno. Stavolta ci occupiamo della Liguria, considerata non più solo una terra di transito ma un vero e proprio snodo operativo per la criminalità organizzata, capace di coniugare traffici internazionali e radicamento locale. A rendere il quadro particolarmente complesso è la stratificazione delle presenze mafiose, con la ’ndrangheta protagonista storica affiancata oggi da gruppi stranieri sempre più autonomi, in particolare quelli albanesi.
Il ruolo dei porti – Genova, La Spezia, Vado Ligure – resta centrale. I sequestri di cocaina degli ultimi anni, spesso nell’ordine delle centinaia di chilogrammi, raccontano di rotte consolidate e di una logistica sofisticata. Ma è soprattutto la capacità di trasformare questi traffici in potere economico a segnare il salto di qualità: reinvestimenti, società di copertura, penetrazione nei settori strategici.
‘Ndrangheta in Liguria: dalle prime inchieste alla conferma giudiziaria
Il radicamento della ’ndrangheta in Liguria non è un fenomeno recente. Già con Crimine emergeva l’esistenza di una vera e propria struttura di coordinamento regionale, una “camera di controllo” collegata direttamente ai vertici calabresi. Non solo presenze isolate, dunque, ma un’organizzazione capace di replicare fuori regione i propri modelli gerarchici.
Pochi mesi dopo, Operazione Maglio 3 portò alla luce i legami tra i “locali” di Genova, Ventimiglia, Lavagna e Sarzana, evidenziando anche tentativi di condizionamento delle elezioni amministrative. Nelle carte comparivano politici locali e ipotesi di voto di scambio, un elemento che sarebbe tornato ciclicamente nelle indagini successive.
Il 2011 segna anche un passaggio simbolico: lo scioglimento del comune di Bordighera per infiltrazioni mafiose, seguito da quello di Ventimiglia e, anni dopo, di Lavagna. Provvedimenti che certificano la capacità delle cosche di incidere direttamente sulle amministrazioni locali.
Con l’operazione La Svolta gli inquirenti colpiscono il “locale” di Ventimiglia, individuando figure apicali e ricostruendo un sistema fatto di estorsioni, traffici e controllo del territorio. La successiva sentenza definitiva della Cassazione nel 2017 rappresenta uno spartiacque: per la prima volta viene riconosciuta in via definitiva la presenza strutturata della ’ndrangheta in Liguria.
Uno degli episodi più emblematici resta l’inchiesta “I conti di Lavagna” del 2016, che mostra con chiarezza il livello di penetrazione raggiunto. Arresti eccellenti, tra cui il sindaco e figure politiche di primo piano, e l’emersione del ruolo della famiglia Nucera, legata alla ’ndrangheta calabrese.
Secondo l’accusa, il sistema si reggeva su uno scambio articolato: voti in cambio di favori, concessioni e accesso agli appalti, in particolare nel settore dei rifiuti e degli stabilimenti balneari. Non solo: le indagini hanno documentato anche episodi simbolicamente rilevanti, come rapporti personali stretti tra amministratori e membri delle cosche, a conferma di una relazione non più solo opportunistica ma strutturata.
Le condanne arrivate negli anni successivi, insieme alle confische milionarie tra immobili, società e conti correnti, hanno restituito la dimensione economica del fenomeno: un sistema capace di accumulare e reinvestire risorse in modo capillare.
Il nuovo ruolo dei gruppi stranieri
Se la ’ndrangheta resta il perno, il quadro attuale evidenzia una trasformazione. La criminalità albanese, inizialmente relegata a ruoli esecutivi, ha progressivamente acquisito competenze e autonomia, soprattutto nella gestione logistica del narcotraffico: recupero dei carichi nei porti, stoccaggio, distribuzione. Una crescita che non avviene in contrapposizione, ma spesso in collaborazione con le cosche tradizionali, delineando un sistema più fluido e interconnesso. Un’evoluzione coerente con la dimensione internazionale dei traffici e con la necessità di competenze specifiche.
Le vicende recenti e il quadro istituzionale
Le dinamiche emerse nel passato trovano eco nelle inchieste più recenti. Il caso che ha coinvolto nel 2024 l’ex presidente della Regione Giovanni Toti ha riportato al centro il tema dei rapporti tra politica e ambienti opachi, con ipotesi di scambio elettorale e contatti con soggetti vicini alla criminalità organizzata.
In questo contesto si inserisce anche la relazione della Commissione antimafia regionale, che non introduce elementi di rottura ma organizza e sistematizza un patrimonio di conoscenze già consolidato. Come spiegato nel maggio scorso dal presidente Andrea Orlando durante la presentazione in aula in Consiglio regionale, «c’è una presenza delle principali organizzazioni criminali del nostro Paese con un dominio molto forte della ’ndrangheta».
Un quadro che, nelle parole dello stesso Orlando, si arricchisce di nuove dinamiche: «Si registrano anche fatti nuovi, come la crescita del ruolo e l’autonomizzazione della criminalità albanese, che diventa una presenza sempre più importante e costante». Da qui l’obiettivo della relazione: «Costruire una fotografia, attraverso audizioni approfondite, che possa diventare un punto di riferimento per monitorare l’evoluzione del fenomeno».
A confermare la persistenza di questi collegamenti è anche la recente cattura a Genova del latitante Giuseppe Antonio Trimboli, 65enne originario di Gioia Tauro, condannato in via definitiva per associazione mafiosa nell’ambito dell’operazione “Provvidenza” contro la cosca Piromalli. L’uomo, arrestato dalla polizia in un condominio del capoluogo ligure mentre era in possesso di documenti falsi, era stato coinvolto anche nel processo “Spazio di Libertà”, legato al sostegno alla latitanza di esponenti delle cosche della Piana di Gioia Tauro. Un episodio che conferma come la Liguria continui a rappresentare un territorio strategico anche per reti criminali storicamente radicate in Calabria.
Un equilibrio fragile
Il dato che emerge, nel complesso, è quello di un sistema ormai radicato ma in continua trasformazione. La Liguria resta un crocevia strategico, dove interessi criminali, economia legale e – in alcuni casi – dinamiche politico-amministrative si intrecciano. Più che una realtà emergente, quella descritta dalle inchieste e dalle analisi istituzionali è una presenza consolidata, capace di adattarsi ai cambiamenti e di ridefinire costantemente le proprie modalità operative. Ed è proprio questa capacità di evoluzione a rappresentare, oggi, la sfida principale. (f.v.)
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Redazione Corriere
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