Roma, 2 luglio 2026 – Il mercato del lavoro italiano rallenta, ma non cambia ancora direzione. A maggio 2026 gli occupati scendono di 22mila unità rispetto ad aprile, con una flessione dello 0,1%, e il tasso di occupazione cala al 63%, un decimo di punto in meno. È una battuta d’arresto dopo il buon andamento dei mesi precedenti, ma non un’inversione strutturale: nel confronto con maggio 2025 gli occupati restano 228mila in più, con una crescita dello 0,9% su base annua.
Il dato più interessante è però un altro: insieme agli occupati diminuiscono anche i disoccupati, mentre aumentano gli inattivi. In altri termini, non cresce il numero di persone che cercano lavoro senza trovarlo; cresce invece la quota di chi resta fuori dal mercato. È questa la chiave di lettura del mese.
Meno occupati, meno disoccupati, più inattivi
Secondo l’Istat, a maggio gli occupati sono 24 milioni e 336mila. La diminuzione riguarda uomini e donne, i dipendenti a termine e quasi tutte le fasce d’età, con l’unica eccezione degli over 50. Anche le persone in cerca di lavoro calano di 22mila unità, pari a -1,7%. Il tasso di disoccupazione scende così al 5%, mentre quello giovanile si riduce al 15,1%, con un calo di 1,3 punti in un solo mese. La riduzione della disoccupazione, però, non va letta da sola come segnale pienamente positivo. Nello stesso mese, infatti, gli inattivi tra 15 e 64 anni aumentano di 59mila unità, pari a +0,5%, e il tasso di inattività sale al 33,6%. La fotografia è dunque più complessa: una parte della popolazione non passa dalla disoccupazione all’occupazione, ma dalla ricerca di lavoro all’uscita dal mercato.
Il trimestre resta positivo
Guardando oltre il dato mensile, il quadro si presenta più solido. Nel trimestre marzo-maggio 2026, rispetto al periodo dicembre 2025-febbraio 2026, gli occupati aumentano di 119mila unità, pari a +0,5%. Nello stesso confronto diminuiscono sia i disoccupati, -68mila, sia gli inattivi, -38mila. È il segnale che la dinamica degli ultimi mesi resta favorevole, anche se maggio mostra un raffreddamento. Il mercato del lavoro italiano si conferma quindi in una fase di tenuta, ma con alcune fragilità evidenti. L’occupazione è più alta di un anno fa, la disoccupazione è ai minimi della serie recente, ma la partecipazione resta il punto debole. In un Paese che invecchia e che dovrà fronteggiare nei prossimi anni una riduzione della popolazione in età attiva, l’aumento degli inattivi pesa almeno quanto il calo dei senza lavoro.
Stabili in crescita, tempo determinato in calo
La composizione dell’occupazione racconta un altro passaggio importante. A maggio la flessione è determinata interamente dai dipendenti a termine, che scendono di 81mila unità in un mese, pari a -3,3%. Crescono invece i dipendenti permanenti, +44mila, e gli autonomi, +15mila. Il confronto annuo rafforza questa tendenza: rispetto a maggio 2025 gli occupati aumentano di 228mila unità, ma la crescita nasce dall’aumento dei dipendenti permanenti, +275mila, e degli indipendenti, +198mila, mentre i dipendenti a termine diminuiscono di 244mila. È un dato che può essere letto in due modi. Da un lato segnala una maggiore stabilità dei rapporti di lavoro; dall’altro può indicare un minor ricorso a contratti temporanei, spesso più sensibili alle oscillazioni della domanda e al ciclo economico.
Il nodo generazionale
Le differenze per età sono molto marcate. Gli occupati aumentano tra gli over 50, +35mila su aprile e +397mila su base annua. Crescono anche, rispetto a un anno fa, i 25-34enni, +79mila. Calano invece i 15-24enni, -46mila, e soprattutto i 35-49enni, -202mila. Il dato degli over 50 conferma una tendenza strutturale: il mercato del lavoro italiano è sempre più anziano. L’aumento dell’occupazione nelle classi mature dipende da più fattori: innalzamento dell’età pensionabile, maggiore permanenza al lavoro, dinamica demografica. Ma pone anche un problema di ricambio generazionale. Se la crescita degli occupati si concentra soprattutto tra chi ha più di 50 anni, la domanda è quanto spazio reale si apra per giovani e adulti nella fase centrale della vita lavorativa. Per i giovani il quadro resta fragile. Il tasso di occupazione dei 15-24enni è al 17,2%, mentre il tasso di inattività raggiunge il 79,8%. Una parte consistente è naturalmente legata allo studio, ma il livello resta il segnale di un ingresso tardivo e difficile nel mercato del lavoro. Anche il calo della disoccupazione giovanile al 15,1% va interpretato con prudenza: diminuiscono i giovani in cerca di lavoro, ma aumenta anche l’inattività.
Donne ancora lontane dagli uomini
Il divario di genere resta uno dei limiti strutturali del mercato italiano. A maggio gli uomini occupati sono 13 milioni e 956mila, le donne 10 milioni e 380mila. Il tasso di occupazione maschile è al 71,5%, quello femminile al 54,3%: oltre 17 punti di distanza. Su base annua l’occupazione cresce per entrambi i generi, con +105mila uomini e +123mila donne, e il tasso di disoccupazione cala più per le donne che per gli uomini. Ma il tasso di inattività femminile resta molto elevato, al 42,5%, contro il 24,9% maschile. È il dato che riporta il tema al cuore delle politiche pubbliche: servizi per l’infanzia, conciliazione, congedi, lavoro stabile, fiscalità del secondo percettore di reddito. Senza una maggiore partecipazione femminile, l’Italia difficilmente potrà sostenere crescita, welfare e pensioni.
Il rischio dietro i numeri
La disoccupazione al 5% è un dato politicamente significativo. Segnala che il bacino delle persone immediatamente disponibili e attivamente alla ricerca di un impiego si è molto ridotto rispetto al passato. Ma il rischio è scambiare questo numero per una piena salute del mercato del lavoro. La vera questione italiana non è soltanto quante persone cercano lavoro senza trovarlo, ma quante restano fuori dal mercato, quante lavorano poche ore, quante hanno salari bassi, quante non riescono a trasformare l’occupazione in autonomia economica. La crescita degli inattivi nel mese, l’elevata inattività femminile e giovanile, la concentrazione dell’aumento occupazionale tra gli over 50 indicano che la quantità di lavoro non basta. Conta la qualità, conta la partecipazione, conta la capacità del sistema produttivo di includere le fasce oggi più deboli.
La sfida della politica economica
Il dato di maggio consegna quindi un messaggio duplice. Da un lato, il lavoro resta sopra i livelli di un anno fa e mostra una crescita più orientata verso occupazione stabile e autonoma. Dall’altro, il mese segnala un raffreddamento e riporta in primo piano il tema dell’inattività. Per il governo e per le parti sociali la priorità non può essere solo celebrare il minimo della disoccupazione. Serve allargare la base del lavoro: più giovani, più donne, più competenze, più produttività. La crescita dell’occupazione è una buona notizia se diventa anche crescita dei salari, della partecipazione e della qualità dei contratti. Altrimenti rischia di convivere con un paradosso tutto italiano: tanti indicatori in miglioramento, ma ancora troppo capitale umano fermo ai margini del mercato.
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