Lei ha una vaga idea di quanto sia lunga l’eternità? Santo cielo, che immaginazione avete voi esseri umani. Che razza di Dio vi lascerebbe bruciare in eterno? (…) Roba da matti. Tu crei un po’ di esseri, e quelli che non ti obbediscono li arrostisci per l’eternità? Ma fatemi il piacere» [Steven L. Peck, Un breve soggiorno all’inferno (2009, 2012), Prologo, tr. it. Blackie Edizioni, Milano 2026].
Il breve romanzo psicologico-filosofico di Steven Peck Un breve soggiorno all’inferno, appena tradotto in italiano, ha il pregio di integrare perfettamente alta intertestualità, speculazione teologica e arte drammatica.
L’ingresso del protagonista Soren Johansson nella dimensione post-mortem avviene attraverso una messinscena orchestrata con un’ironia tagliente capace di polverizzare secoli di iconografia escatologica. Invece di ritrovarsi al cospetto del trono del Giudice Supremo, il protagonista viene accolto da Xandern, un “funzionario minore” dal corpo imponente e dalle fattezze caprine, il cui ufficio evoca un rassicurante e asettico “ritrovo d’affari”. L’ambiente è dominato da una luce soffusa prodotta da tubi incandescenti, piante in vaso collocate con gusto e poltrone girevoli in pelle rossa. Questo apparato burocratico serve a disorientare l’anima, preparandola alla rivelazione filosofica raggelante della povertà della fantasia umana di fronte all’infinito.
Xandern deride apertamente la scarsa immaginazione dei mortali, definendo la visione classica della dannazione eterna come una costruzione intellettuale moralmente inferiore persino all’etica di un uomo medio. Il demone osserva con sarcasmo che nessuno condannerebbe alla sofferenza perpetua nemmeno il cane del vicino, malgrado l’abbaiare incessante durante la notte; dopo pochi minuti di agonia, chiunque implorerebbe pietà per la bestia. In questa prospettiva, l’idea di un Dio che “arrostisce” le sue creature per l’eternità appare come un concetto privo di genio amministrativo e privo di una vera dignità metafisica. La stessa visione dantesca del lago di fuoco, visibile oltre la finestra dell’ufficio, viene declassata a “pantomima”, un artificio teatrale destinato agli attori che terminano il loro turno lavorativo ogni mezz’ora. L’inferno rifugge la coreografia magmatica delle fiamme per abbracciare una tortura ben più sottile, radicata nella durata temporale e nella vastità spaziale che la mente umana fatica a concepire.
Se la sofferenza fisica è un’illusione destinata ai principianti, la vera sostanza del castigo di Peck risiede nella dilatazione mostruosa della durata. Soren percepisce fin da subito che la dimensione temporale ha subito una distorsione che rende la parola “eone” una definizione ridicolmente modesta. Basandosi su calcoli precisi, egli assiste al sorgere e al tramontare di miliardi di universi, vedendo innumerevoli Big Bang susseguirsi e generazioni di soli ridursi a “una fine polverina marrone opaco”. In questa topologia della coscienza, il passato, anziché sbiadire, si cristallizza in una iper-mnemofilia forzata e implacabile. Johansson scopre dunque con orrore che l’oblio è un dono negato, un po’ come accadeva a un altro celebre personaggio delle Finzioni di Borges, ovvero Funes el memorioso. La sua memoria, potenziata dalla natura stessa dell’inferno, gli impone il ricordo perfetto di ogni singolo istante della vita terrena: ogni pasto consumato, ogni conversazione banale e persino ogni modulo delle tasse compilato con incertezza. Questa capacità di rievocazione assoluta trasforma l’esistenza in una condanna a rivivere migliaia di volte ogni errore commesso, analizzando all’infinito le alternative possibili. Il tempo diviene così una geometria solida e invalicabile; la fatica necessaria per risalire i piani della biblioteca può richiedere millenni di sforzi solitari, trasformando il progresso in una chimera. La disperazione di Soren lo spinge persino a tentare di costruire un telescopio rudimentale utilizzando intestini di pecora ripuliti, prelevati dal terminale dei pasti, nell’inutile tentativo di scrutare un termine nell’abisso della biblioteca, scoprendo solo che la solitudine è la cifra definitiva di quel luogo senza fine.
Lo spazio che ospita questa eternità è una Biblioteca Totale, un esplicito omaggio a La biblioteca di Babele di Borges. La sua struttura si basa sull’inesorabilità del calcolo combinatorio: ogni libro consta di 410 pagine, 40 righe per pagina e 80 caratteri per riga (40 in Borges), contenendo ogni possibile combinazione di segni di punteggiatura e lettere. In tal modo ogni libro contiene 410x40x80 = 1.312.000 caratteri, e considerando che una tastiera ne contiene circa 95 (anche qui Peck si discosta da Borges, che ragionava su 25 simboli ortografici), la biblioteca è costituita da 951.312.000 volumi (da confrontare con la stima di Eddington degli elettroni dell’universo, che sono solo 1080), mentre, sempre secondo i calcoli del professor Took, in altezza e profondità essa si estende per 7,171.297.369 anni luce. In questo universo di carta, così, il significato è un evento statisticamente irrilevante, un miracolo che emerge raramente dal rumore bianco dei caratteri casuali. Per Soren e gli altri personaggi, imbattersi in una stringa banale come “di tela” o “Il pipistrello ne alloggiò ancora quattro foglie” assume i connotati di una rivelazione mistica, un’àncora di senso in un oceano di entropia.
Il paradosso della Biblioteca risiede nella sua stessa totalità, perché se ogni cosa possibile è già stata scritta, nulla possiede più un valore intrinseco. La ricerca del “libro vero”, ovvero della propria biografia perfetta, è una fatica di Sisifo moltiplicata per l’infinito. Esistono biografie scritte dal punto di vista dell’alluce di un individuo, versioni di Guerra e Pace in cui il protagonista si chiama Fred, o trattati che si concludono con la descrizione microscopica dei peli del naso di Lev Tolstoj. Un libro scoperto da Soren ipotizza persino che Dio abbia creato l’universo e l’evoluzione biologica come un “algoritmo di indicizzazione” per ordinare questa immensa mole di dati, utilizzando la selezione naturale come metodo per far emergere sequenze di testo coerenti dal caos primordiale. In questo contesto, l’essere umano è ridotto a una funzione di ricerca, costretto a vagare tra volumi che descrivono persino la vita digestiva dei pesciolini di un acquario o la storia di una scimmia che, proprietaria di un negozio di riparazioni di tosaerba, precipita nell’oblio per l’incapacità di adattarsi alle nuove tecnologie.
Uno degli elementi più spiazzanti dell’opera è la rivelazione che lo Zoroastrismo sia l’unica vera fede, mentre le religioni abramitiche vengono liquidate come il frutto di un sadismo estremo e del tutto irrazionale. La figura di Ahura Mazda, il Signore Sapiente, introduce una visione dell’inferno che esclude la finalità punitiva gratuita per abbracciare una funzione meritatamente correttiva. La figura di Lester Green, un cristiano tronfio e convinto di essere stato “mondato con il sangue dell’agnello”, funge da monito contro l’arroganza dogmatica. La sua pretesa di grazia si scontra con una realtà meritocratica dove l’unica legge è il ravvedimento attraverso la conoscenza e la ricerca.
L’inferno zoroastriano si configura come una scuola di umiltà, governata da nove norme, di cui la numero 9 è la più angosciante: “Siete qui per imparare qualcosa. Non cercate di intuire di cosa si tratti. Può essere frustrante e improduttivo”. Questo processo pedagogico richiede la distruzione sistematica delle identità precedenti e dei loro tabù. Soren, il geologo mormone tutto d’un pezzo, si trova costretto a infrangere il codice di salute della sua fede terrena, ordinando la sua prima tazza di caffè. Questo atto simbolico di tradimento verso la “Parola di saggezza” rappresenta il primo passo verso l’accettazione della realtà neurale del luogo. L’inferno di Peck è un soggiorno transitorio, per quanto la brevità sia una misura che qui si conta in ere incalcolabili (e pur sempre trascurabili rispetto all’eternità vera che attende le anime). Il castigo serve a smantellare l’orgoglio di chi credeva di aver compreso l’universo tramite una singola prospettiva.
In ultima analisi, l’inferno descritto da Steven L. Peck è come un eccesso di realtà. Soren Johansson riflette sulla verità della sua condizione, avvertendo che l’esistenza post-mortem possiede una tangibilità e una profondità di coscienza che rendono la vita mortale simile a un sogno sbiadito. La massima cartesiana subisce una torsione inesorabile: “Penso di essere all’inferno, dunque ci sono”. Questa “super-realtà” rende la durata incalcolabile quasi intollerabile, poiché il dolore è autentico, il sangue scorre realmente se ci si graffia e la salute fisica ritrovata quotidianamente a ogni risveglio (anche dalla morte) serve esclusivamente a sopportare meglio il peso dei millenni. La dignità della ricerca umana emerge proprio dalla distanza senza fine dal fondo della biblioteca, un luogo che Soren ha visitato e che pure la mente fatica a concepire. Johansson, seduto con un libro tra le mani dopo centosessanta miliardi di anni trascorsi dall’ultima stringa di testo coerente, continua a cercare non per speranza di gloria, ma per una necessità che diremmo filosofica. L’inferno di Peck ci insegna che la vera condanna risiede nella vastità di una memoria che non può morire e nella grandezza di un universo che ha troppo spazio e troppo tempo per poter essere compreso nel brevissimo respiro di un’unica vita mortale. La ricerca continua, tra polvere marrone e pagine ingiallite, come l’unica forma di dignità possibile di fronte all’insondabile sapienza di Ahura Mazda
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Marco Trainito
Source link


