Il numero uno fatica a prendere in mano il match contro Zverev, ma poi lo supera in quattro set. Questo successo lo porta a essere membro del gruppo di giocatori a cui i limiti non fanno più paura
Per vincere il secondo titolo di Wimbledon consecutivo Jannik Sinner ha dovuto pescare a fondo nella sua esperienza di sciatore. Non solo perché è riuscito a sconfiggere Alex Zverev in quattro set rialzandosi in piedi, in più di una occasione, dopo essere scivolato sulla perfida superficie di Church Road; attingendo appunto alla capacità di rimettersi in equilibrio dopo essere finito quasi fuori pista.
Chi vuole avere idea di come si fa si riguardi una manche a scelta di Alberto Tomba a Kranjska Gora. Ma anche perché lo sci ti costringe a restare nel tragitto, a non perdere mai contatto per quei pochi secondi di gara perché anche i danni di un errore possono essere recuperati. Ma lo slalomista Sinner ha conquistato di nuovo Wimbledon anche grazie alla capacità di leggere un percorso in campo, di sapere dove recuperare dopo che magari si è perso terreno nelle curve iniziali. Non è poca cosa.
Il quinto titolo
Si tratta per lui del quinto titolo dello Slam, quello più importante perché arriva dopo i guai di Parigi quando si sciolse per motivi misteriosi, novello Dorando Pietri, proprio in vista del traguardo. Quell’episodio fu la manifestazione di un limite, notizia eclatante per uno che pareva inossidabile. Il successo di Londra, oltre a inserirlo nel ristrettissimo gruppo di quelli che sono riusciti a conquistare i Championships più volte, lo porta a essere membro di quelli cui i limiti non fanno più paura.
Nei quattro set, spettando il ritorno di Alcaraz che il tennis si augura fortemente, lungo i quali la finale di è dipanata il limite è apparso spesso sulla testa riccioluta di Sinner. Ma Jan ha saputo guardarlo in faccia, dimenticare Parigi e assurgere a un girone dell’empireo sportivo a cui, nemmeno troppi anni fa, sarebbe stato assurdo pensare riferendosi ad un tennista italiano.
Un’altra lezione della finale londinese è che, qualora qualcuno avesse ancora avuto dubbi, la consapevolezza di sé nel tennis è tutto o quasi. Del resto in questo sport chi compete si trova di fronte ad una prova continua e assillante, come se nel basket si dovessero tirare liberi di continuo a un ritmo folle come nell’All Stars Game; nel golf si dovesse usare il putt una volta al secondo o nel calcio calciare rigori a manetta, riprendendo la rincorsa appena dopo aver tirato.
L’avversario
Zverev ha interpretato le prime due ore della finale come una prosecuzione naturale di quella di Parigi, dove ha conquistato il primo titolo Slam della carriera. La consapevolezza di poter primeggiare anche nei tornei più importanti dove aveva sempre fallito, conseguenza del successo al Roland Garros, lo ha portato misticamente a raggiungere un livello qualitativo del proprio gioco come forse mai era riuscito a fare, nemmeno nelle due edizioni vinte delle Finals.
Quando si dice che il tedesco ha giocato sulle righe per una volta è un’espressione da leggersi letteralmente: sia in fase di servizio sia di scambio per oltre due ore ha spolverato le righe del campo liberando nell’aria un pulviscolo bianco che si è mischiato a quello grigiastri del terriccio sottostante a quella che due settimane fa era erba. E il far cadere i propri colpi “sulle righe” non è frutto di una preesistente e favorevole contingenza astrale ma di una consapevolezza del margine di rischio che si può raggiungere frutto di una particolare e favorevolissima condizione mentale. Una condizione che, si badi bene, è bipenne: da un lato potenzia chi ne è in possesso e dall’altra intimorisce a livello profondo chi la subisce. In pratica è ciò che succede normalmente quando gioca Sinner: chi lo affronta sa che quando erroneamente riterrà di aver trovato una chiave per batterlo scoprirà di aver commesso un grave errore perché il rosso si riprenderà un attimo dopo.
Nelle prime due abbondanti di gioco Sinner ha subito il sentimento di sé di cui Zverev era in possesso e che gli era sconosciuto. Una condizione che ha preso a incrinarsi solo nel tie break (terreno, si sa, psicologicamente pericoloso) del secondo set. E pure all’inizio del terzo quando il tedesco ha preso a monitorare spesso i suoi livelli glicemici e a ritardare il ritorno in campo dopo le soste, comunicando con il body language una situazione di maggior fatica.
La regola del fuoriclasse
Ma il fuoriclasse è tale perché esce dalle buche della difficoltà. Il fuoriclasse è Haaland che non tocca palla per tre quarti di partita e poi segna come sbucando dal nulla. È la teoria del morto: ti fingi tale (oppure lo sei davvero, non importa) per poter colpire con maggior efficacia l’avversario quando si avvicina. Non che Sinner potesse essere considerato agonisticamente morto ma come si sarebbe comportato trovandosi a fronteggiare uno clamorosamente più in fiducia di lui (come successo con Dimitrov l’anno scorso prima che il bulgaro s’infortunasse) è stato un quesito interessante. Al quale Jan ha dato una risposta altrettanto interessante: so gestire anche queste grane.
Ciò che è certo è che Sinner è già ampiamente qualificato per le Finals di Torino di novembre. E Wimbledon ha detto anche che Flavio Cobolli (il quale da qui a fine stagione dovrà difendere la miseria di 500 punti) ha tutto per riuscire anche lui a entrare in quel ristrettissimo gruppo di atleti che danno vita al torneo, esibizioni saudite a parte, più ricco dell’anno.
Già che ci siamo si spenda anche una parola di incoraggiamento per Lorenzo Musetti che l’anno scorso a Torino c’era e ha giocato contro De Minaur la partita probabilmente più bella della sua carriera. Musetti è fermo ai box da maggio e il rientro è previsto per il 27 di luglio quando scenderà in campo a Washington. Da qui all’autunno Musetti non deve difendere risultati eccezionali (soprattutto i quarti a New York) attualmente è numero 15 al mondo. In linea puramente teorica ha l’opportunità di tentare un recupero e provare a conquistare un posto per Torino, torneo a cui l’anno scorso ebbe accesso grazie al forfait di Djokovic che non aveva alcuna intenzione di prendere metaforici schiaffoni dai giovani leoni all’ombra della Mole.
Il tennis italiano
In tutto significa che l’Italia potrebbe presentarsi alle Finals con tre giocatori in campo. Il che rappresenterebbe un unicum nella storia. Forse irripetibile. È certamente presto per sedere alla scrivania e calcolare le percentuali di possibilità che ciò succeda: ma la prospettiva resta entusiasmante. Tanto per cominciare i nostri potrebbero iniziare a meditare su quale potrebbe essere una canzone simbolo da intonare, tutti e tre assieme, col pubblico sulla falsariga dei calciatori inglesi ai Mondiali. Loro intonano Wonderwall degli Oasis, i nostri potrebbero optare per Futura di quel genio di Lucio Dalla: un po’ perché cosi la sottrarrebbero alle grinfie di Vannacci e dei suoi e poi perché il tennis azzurro oggi ha una caratteristica: quella di essere rivolto al domani.
Non è solo celebrazione dell’oggi con quella vena di malinconia che accompagna ogni successo, quella malinconia di chi sa che quel momento di gioia è fugace e ci mette nulla a diventare passato. In questo caso, invece, se sarebbe assurdo pensare che sia già venuto al mondo un altro Sinner in chissà quale angolo del Belpaese, è però ragionevole prevedere che l’ondata di azzurro tennistico, magari con altre tonalità, proseguirà a lungo. Insomma, coma ha scritto Lucio, aspettiamo senza avere paura, domani.
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Piero Valesio
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