Continuando l’argomento trattato nel precedente articolo, il sesso e il cibo hanno molti punti in comune poiché rappresentano i maggiori piaceri energici e soddisfacenti dell’umanità e nell’architettura più profonda del nostro sistema, il piacere del cibo e il piacere del corpo condividono le stesse fondamenta, abitano le stesse dinamiche dei neurotrasmettitori, illuminano le stesse lucerne mentali e animiche.
Ogni cultura ha sempre saputo ciò che la scienza ha impiegato secoli a dimostrare: che l’eros e il nutrimento sono dialetti della stessa lingua sensoriale.
La vista, prima di tutto. C’è una curva di un pomodoro maturo che non è dissimile dalla curva di un fianco. C’è qualcosa nell’arancio profondo di un mango aperto che evoca la carne umana nella sua più tenera vulnerabilità.
I pittori fiamminghi che disponevano nature morte di frutti su tavoli drappeggiati lo sapevano, anche se non lo dicevano. Dipingevano il desiderio con pere e melograni, con grappoli d’uva rigonfia, con fichi aperti che mostravano l’interno color rubino. Frutti aperti che sono sempre stati metafora d’offerta.
L’olfatto è il senso della memoria e del desiderio insieme. Il profumo di un pane sfornato o l’odore del latte o della camomilla, è capace di richiamare un’intera infanzia.
Così come il profumo di una persona – quella miscela impossibile da replicare – è in grado di attraversare innumerevoli anni e distanze immense e colpire il petto come una freccia. Agisce sotto la soglia del pensiero consapevole.
Poi, il tatto. Le mani che imparano a cucinare, bene imparano anche una forma di tenerezza. Chi ha mai impastato il pane a mano sa che c’è qualcosa di vitale e sensuale in quel gesto: il palmo che spinge, la pasta che cede, la resistenza che si trasforma lentamente in morbidezza, il ruvido e incordato diventa liscio ed elastico.
I panettieri parlano di “sentire” l’impasto, di capire quando è pronto non solo con gli occhi ma soprattutto con le dita.
Il gusto, è il più intimo dei sensi. Richiede contatto diretto, introduzione all’interno del corpo. Si sente dall’interno. Ogni bacio è un po’ un’esplorazione gastronomica: si cerca il sapore dell’altro, si studia la sua chimica e la si mescola con la propria.
Ogni pasto condiviso ha qualcosa di un’intimità fisicamente condivisa: si porta all’interno ciò che qualcun altro ha preparato, si accetta dentro di sé l’altro.
Udire poi ci chiude in un ambiente intimo e circoscritto di tranquillità e propensione verso l’altro, del quale si cerca di cogliere ogni vibrazione sonora a confermare il momento di piacere sensoriale che unisce piacere e soddisfazione.
Le tradizioni conviviali del mondo mediterraneo hanno intrecciato banchetto e seduzione in unici riti.
Si sapeva che l’abbondanza sul tavolo scioglie le difese, che il vino scalda non solo il sangue e che condividere – cum-panis, colui con cui si divide il pane – è già un atto di fiducia radicale.
E allora perché cucinare per qualcuno è un atto d’amore così universalmente riconosciuto?
In ogni cultura, in ogni epoca, preparare il cibo per un altro essere umano è stato inteso come gesto di cura fondamentale. Le madri cucinano per i figli. Gli amanti cucinano l’uno per l’altro. Si porta il cibo agli ammalati, agli anziani, a chi ha perso qualcuno. Si celebra ogni rito di passaggio – nascita, matrimonio, morte – con un pasto.
Preparare il cibo richiede lo stesso tipo di attenzione che richiede l’amore. Bisogna conoscere l’altro, le sue allergie, i suoi gusti, ciò che gli dà piacere e ciò che gli fa disgusto.
Bisogna scegliere per l’altro, bisogna impiegare tempo, energia, creatività nell’atto di dargli qualcosa di buono e apprezzabile. E bisogna, alla fine, lasciarlo andare: il piatto esce dalle mani del cuoco ed entra nelle mani dell’altro, che ne farà ciò che vuole.
Questa struttura – conoscere, scegliere, creare, offrire, cedere – è identica alla struttura del dono erotico nella sua forma più alta. Non è né possesso né performance, ma un’offerta autentica di qualcosa di fatto per il piacere di un altro essere.
Brillat-Savarin, il grande filosofo della gastronomia, scrisse nella sua celebre apertura della ‘Fisiologia del gusto’:
Dimmi cosa mangi, e ti dirò chi sei.
Ma io aggiungerei:
Dimmi se ami, e ti dirò come mangi
e
dimmi come mangi e ti dirò se ami.
Non c’è atto sessuale che non sia, simbolicamente, un pasto. “Divorare di baci”, “mangiare con gli occhi”, “assaporarti”: il linguaggio stesso, profeta inconsapevole, rivela il nesso.
Avete mai letto ‘Ho fame della tua bocca’ di Pablo Neruda?
Quindi il corpo amato viene spesso descritto con vocabolario alimentare. Si dice che una persona è “dolce” o che qualcuno è “appetitoso”.
Si dice, che una persona ci “piace” e piacere viene dal latino ‘placere’, che ha radici condivise con il campo semantico della soddisfazione, del nutrimento, dell’appagamento.
C’è un’altra connessione tra cibo e sesso: entrambi ci mettono in uno stato di vulnerabilità radicale. Mangiare in compagnia di qualcuno richiede abbassare la guardia in modi sottili ma reali. Si apre la bocca, gesto che di solito si compie da soli o in privato. Si mostra l’appetito, la fame, di conseguenza la debolezza.
Il piacere fisico intimo di qualcosa di estraneo che entra nel proprio corpo. Mangiare è, in qualche senso, un po’ mostrarsi animali l’uno all’altro, e accettare di esserlo.
Un atto di fiducia non dissimile da quello che si compie nell’intimità sessuale, che porta quindi alla vulnerabilità al massimo grado.
Si è nudi; e “nudi” non significa solo privi di vestiti, ma esposti, senza i costumi, o piuttosto le armature, sociali che normalmente ci definiscono e ci proteggono.
Si mostra ciò che di solito si nasconde. E ci si affida alla benevolenza dell’altro. Ma l’animalità dell’accoppiamento è anche offerta perché diventi incontro e unione.
Entrambe le esperienze, quando sono buone e vere richiedono e producono fiducia. Non si mangia bene con qualcuno di cui si ha paura o altre emozioni negative. Non si ama bene qualcuno davanti a cui ci si sente in pericolo o non si ha il vero piacere reciproco.
La tavola e il letto sono entrambi spazi che funzionano veramente solo se c’è piacevolezza, Amore e Pace.
La perversione della nostra epoca, figlia dell’oblio, sta nell’aver separato questi due misteri, profanandoli. Abbiamo ridotto il cibo a carburante, a mero conteggio di calorie, a compulsione solitaria di fronte a uno schermo.
Abbiamo ridotto il sesso a ginnastica ricreativa, a performance igienica, a consumo di corpi senza anima e a compulsione solitaria di fronte a uno schermo.
Spezzando il nesso sacro, abbiamo creato mostri: da un lato, l’inappetenza dell’anima, in contrapposizione di una fame insaziabile che nessun cibo può placare perché è fame di sentimento e qualia; dall’altro, l’erotismo inaridito, un prurito che nessun bulimico amplesso può lenire perché è desiderio di infinito, di essere visti, accolti, mangiati e trasfigurati.
L’anoressia di significato e la lussuria compulsiva sono due facce della stessa medaglia: un rifiuto dell’incarnazione.
L’asceta traviato rinnega il cibo e il corpo, credendoli impuri; il libertino abusa del cibo e del corpo, inconsciamente sperando di trovare, in fondo alla voragine del piacere, quella scintilla di unità che solo il significato più profondo può donare.
Entrambi falliscono. Entrambi hanno dimenticato il sapore vero, assaporandolo con coscienza, per diventare ciò che sei sempre stato: l’Amante e l’Amato, il Nutritore e il Nutrimento, in un unico, eterno, divino ciclico Banchetto di Nozze.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
A sto punto pure… affamati.
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Investigatore Culinario
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