È stata un’udienza particolarmente intensa quella celebrata davanti al Tribunale di Cuneo nel processo che vede imputate dodici persone, tra dirigenti e operatori della cooperativa sociale Per Mano, chiamate a rispondere, a vario titolo, delle contestazioni mosse dalla Procura in relazione ai presunti maltrattamenti nei confronti degli ospiti della struttura a cavallo tra il 2014 e il 2019.
Dopo l’esame di un ex operatore, il collegio ha ascoltato le testimonianze di diversi genitori costituitisi parte civile.
Il primo testimone, infermiere della cooperativa, ha riferito di aver fatto parte della chat denominata “Il Puttano”, spiegando che non si trattava di un gruppo di lavoro ma di uno spazio nel quale “si sparlava un po’ troppo della dirigenza”. All’interno del gruppo, ha raccontato, venivano condivise anche fotografie delle lesioni riportate dagli ospiti, che, a suo dire, “potevano verificarsi in occasione delle contenzioni”.
Ha inoltre descritto una cronica carenza di personale, l’elevato turnover degli operatori e le ripetute richieste, rimaste senza esito, di poter contare su un medico stabilmente presente nella struttura. Quanto alla cosiddetta “relax room”, ha dichiarato di non averne mai fatto uso, spiegando che era videosorvegliata e che, in alcuni casi, veniva utilizzata per consentire agli ospiti di isolarsi durante momenti di particolare agitazione. Circa la somministrazione di farmaci da parte della direttrice, l’ex dipendente ha dichiarato che avrebbe avuto la delega da parte del genitori.
Articolata, poi, la deposizione del padre di un ospite affetto da una grave patologia del neurosviluppo. L’uomo ha raccontato di aver affidato il figlio alla cooperativa perché gli era stata presentata come “la struttura migliore del mondo”. Il ragazzo vi è rimasto per circa sette anni.
Secondo il genitore, il figlio tornava a casa sovente “pieno di lividi”, con segni sul volto, sulle costole, sull’addome e con le orecchie gonfie. Ogni volta che chiedeva spiegazioni, gli veniva risposto che “era caduto dalle scale” oppure che “si era fatto male in palestra”.
Solo dopo aver lasciato la struttura e dopo l’avvio delle indagini, ha riferito il testimone, il ragazzo avrebbe iniziato a raccontare ciò che aveva vissuto. “Mi picchiavano”, avrebbe detto al padre, indicando la direttrice, e due infermieri della struttura. “Mi chiudevano in una stanza buia”, “mi legavano ai polsi e alle caviglie”, “mi schiacciavano la gola e la pancia”, sono alcune delle frasi riportate in aula dal genitore.
L’uomo ha inoltre raccontato che il figlio, quando tornava a casa, era “sempre affamato” e spesso “troppo addormentato”, tanto da fargli sospettare che gli venissero somministrati farmaci tranquillanti. Ha quindi spiegato che, dopo il trasferimento in un’altra struttura, “è un altro ragazzo: ha due educatori che lo seguono, non ha più crisi aggressive ed è migliorato tantissimo”.
Anche un’altra madre ha raccontato che il figlio, ospite della cooperativa tra il 2014 e il 2015, rientrava spesso a casa agitato, con escoriazioni alle ginocchia e, in un’occasione, con scarpe e calze completamente bagnate. Di notte, ha riferito, il ragazzo si svegliava urlando: “Non chiudetemi a chiave”. Solo dopo aver visto i filmati acquisiti nelle indagini, ha spiegato, ha collegato quelle parole all’esistenza della “relax room”, della quale non era mai stata informata. “Veniva trattato come una bestia”, ha dichiarato davanti al Tribunale, aggiungendo che il figlio aveva perso circa quindici chili durante il periodo trascorso nella struttura.
Un’altra madre ha raccontato di essersi rivolta alla cooperativa per ricevere un aiuto nella gestione del figlio. Col passare dei mesi, però, il ragazzo avrebbe iniziato a dire che non voleva più tornare e a raccontare di essere stato chiuso “in una stanza buia”. La donna ha ricordato anche un episodio in cui il figlio rientrò a casa con sangue sugli abiti e una lesione al volto.
Solo successivamente, ha riferito, il ragazzo le avrebbe raccontato di essere stato colpito al volto da una scarpa lanciata da un infermiere della struttura. Anche questa testimone ha spiegato che, dopo il trasferimento in un’altra struttura, il figlio “ha fatto moltissimi progressi” ed è oggi “molto più sereno”.
Ha deposto anche la madre di un altro ospite, che ha raccontato di aver notato un vistoso livido nella zona genitale del figlio. Dalla struttura, ha riferito, le venne spiegato che avrebbe potuto procurarselo durante un’attività in palestra.
Particolarmente articolata anche la deposizione dei genitori di un altro ospite, rimasto nella casa famiglia per molti anni, quindici in tutto. Entrambi hanno spiegato di aver affidato il figlio alla cooperativa nella convinzione che sarebbe stato seguito con un progetto educativo individualizzato e con un rapporto uno a uno. “Io l’ho messo lì per farlo aiutare, non perché fosse sedato”, ha dichiarato la madre, raccontando di aver notato più volte lividi sul corpo del ragazzo e di non essere mai stata informata dell’esistenza della “relax room” né dell’eventuale utilizzo di contenzioni.
La donna ha poi riferito un episodio avvenuto nell’autunno del 2024. Secondo quanto dichiarato in aula, durante un incontro con la direttrice e la coordinatrice dela struttura, le sarebbe stato chiesto di rinunciare alla costituzione di parte civile nel procedimento penale. “O ritira la costituzione di parte civile o buttiamo fuori suo figlio entro sessanta giorni”, sarebbero state, secondo la sua deposizione, le parole pronunciate nel corso dell’incontro. Il padre ha riferito la stessa circostanza. La madre ha aggiunto che il ragazzo venne effettivamente dimesso dalla cooperativa circa due mesi dopo.
Nel ripercorrere quegli anni, la testimone è scoppiata in lacrime. “Io mio figlio l’ho portato lì perché fosse aiutato. Non l’ho abbandonato, volevo che stesse bene”, ha detto davanti al Tribunale.
Entrambi hanno però voluto soffermarsi soprattutto su ciò che è accaduto successivamente. Da quando il figlio è stato accolto in un’altra struttura, hanno raccontato, “ha fatto moltissimi progressi”. Oggi utilizza il bagno quasi in autonomia, è molto più tranquillo, ha ridotto sensibilmente i comportamenti problematici e ha acquisito abilità che non era riuscito a sviluppare negli anni trascorsi alla Per Mano. “È una cosa bellissima”, ha concluso la madre.
La prossima udienza, il 29 ottobre.
CharB.
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