È la grande scommessa italiana sull’Africa: trasformare la cooperazione internazionale in una piattaforma economica e geopolitica stabile, concentrando gli investimenti su energia, infrastrutture, agricoltura, acqua e formazione. Nei suoi primi due anni di attività, il Piano Mattei ha mobilitato più di un miliardo di euro e coinvolto oltre 200 imprese italiane.
La priorità è l’energia nel Nord Africa, dopo la chiusura dei rubinetti del gas dalla Russia, ma anche i corridoi logistici strategici e gli investimenti legati alle filiere agricole e alle rinnovabili. Le risorse provengono da diversi di canali che coinvolgono pubblico e privato, con una dotazione iniziale di circa 5 miliardi e 500 milioni di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie. Le aziende coinvolte finora sono perlopiù attive nei settori agroalimentare, meccanica strumentale, infrastrutture, automotive, chimica e beni di consumo. Il Piano, secondo le intenzioni dell’attuale esecutivo, starebbe entrando in una fase più operativa, con il coinvolgimento crescente di imprese italiane, ma anche delle istituzioni europee attraverso il Global Gateway, il piano europeo da 300 miliardi pensato per competere con la Nuova Via della Seta cinese. In quest’ottica, il Piano Mattei grazie alla regia italiana potrebbe diventare il perno di una strategia europea di più ampio respiro verso l’Africa.
Molti progetti però sono ancora in fase preliminare e alcuni osservatori continuano a interrogarsi sulla reale capacità di andare oltre l’iniziativa diplomatica per trasformarsi in un vero piano industriale strutturato. L’ambizione del governo è trasformare l’Italia in un ponte strategico tra Europa e Africa, rafforzando la sicurezza energetica del Paese e creando nuove opportunità industriali. Il piano ha coinvolto all’inizio nove Stati pilota, tra cui Algeria, Etiopia, Kenya, Mozambico e Tunisia, cui si sono aggiunti altri cinque Paesi nel 2025: Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. Quest’anno la collaborazione si è ulteriormente allargata a Gabon, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Zambia, portando così a 18 il numero complessivo di Nazioni coinvolte.
Nelle intenzioni di Palazzo Chigi, il Piano punta a superare la vecchia logica assistenziale “donatore-beneficiario”, generando benefici economici reciproci. Che per l’Italia significa anche più sicurezza, sia sul fronte degli approvvigionamenti energetici sia su quello dei flussi migratori irregolari incentivando lo sviluppo locale secondo il principio “aiutiamoli a casa loro”. Dal punto di vista finanziario, il Piano dovrebbe funzionare come una piattaforma capace di coinvolgere imprese, banche multilaterali e istituzioni europee, con un focus su sei settori (energia, acqua, infrastrutture, agricoltura, sanità e formazione).
Il contesto congiunturale è favorevole all’interno di un generale rallentamento dei capitali internazionali verso l’Africa. Secondo dati Unctad rilanciati di recente da Nigrizia, nel 2025 gli investimenti diretti esteri nel continente sono scesi del 38% a 59 miliardi di dollari, soprattutto per la riduzione dei prestiti cinesi, crollati di oltre il 90% rispetto a dieci anni fa. La Cina, infatti, sta selezionando gli investimenti, concentrandosi su energia, miniere, infrastrutture e logistica strategica, mentre molti Paesi africani oggi spendono molte più risorse per ripagare il debito verso Pechino di quante ne ricevano in nuovi fondi. È proprio in questo vuoto finanziario che l’Italia prova a presentarsi come partner alternativo, meno aggressivo sul piano debitorio e più orientato alla cooperazione industriale, anche se la caduta degli investimenti globali rende la sfida più complessa: attrarre capitali privati in Africa oggi significa confrontarsi con un mercato percepito come più instabile e volatile rispetto al passato.
Passando alle risorse messe in campo, una parte consistente dovrebbe arrivare dal Fondo italiano per il clima, dalla Cooperazione allo sviluppo e dagli strumenti finanziari e di garanzia pubblica gestiti da Cdp e Sace. Quanto alla capacità di esecuzione, il programma sta iniziando a mostrare i primi risultati industriali tangibili e misurabili; la legge istitutiva del Piano Mattei (n.160 del 2023) impone, infatti, al governo di trasmettere ogni anno alle Camere una relazione sullo stato di attuazione entro il 30 giugno (l’articolo è stato redatto prima di questa data, ndr*). Secondo l’analisi dell’Ispi, l’Italia sta progressivamente aumentando la propria esposizione economica verso l’Africa, soprattutto nei settori energia e infrastrutture, ma resta lontana dal peso di attori come Cina, Francia o Turchia. In alcuni comparti strategici, come il gas naturale e le rinnovabili, il Piano ha accelerato accordi già in corso, specialmente in Nord Africa. È il caso dell’Algeria, diventata centrale nella strategia energetica italiana dopo la crisi del gas russo.
Il progetto guarda ora anche al “Corridoio di Lobito”, un asse logistico strategico tra Repubblica Democratica del Congo, Zambia e costa atlantica africana, considerato uno snodo cruciale per materie prime e infrastrutture regionali. Per Confindustria Assafrica, il Piano Mattei dovrebbe trasformarsi in una leva per l’internazionalizzazione delle aziende italiane, soprattutto nelle filiere agricole, energetiche e infrastrutturali. Le imprese chiedono chiarezza sui meccanismi finanziari, tempi rapidi e una governance meno frammentata. Molti progetti sono ancora in fase preliminare o dipendono da accordi multilaterali complessi. Il rischio è che l’ambizione geopolitica corra più veloce della macchina operativa.
Bisogna lavorare sulla governance
Intervista a Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore d’Italia in Angola ed Etiopia, oggi Consultan di Withers
Come consulente di Withers, Mistretta affianca imprese e investitori che vogliono operare in Africa
L’Africa ha bisogno di crescere non solo economicamente, ma anche dal punto di vista amministrativo, politico e dello stato di diritto. Disordini interni e sommosse non sono rari a quelle latitudini e rischiano di mettere a repentaglio qualsiasi investimento delle nostre imprese impegnate nel Continente. Ne è convinto Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore d’Italia in Angola ed Etiopia, oggi Consultant di Withers, studio legale internazionale.
Dopo una lunga carriera come ambasciatore in Africa, che idea si è fatto di questo continente e quali sono le opportunità che potrebbe offrire alle imprese italiane?
Nonostante i loro notevoli progressi sul cammino della crescita, i Paesi africani hanno ancora un’impellente necessità di dotarsi di infrastrutture essenziali. Il Pida (Program for Infrastructure Development in Africa) ha elencato 70 progetti prioritari in 54 Stati africani fino al 2030, molti dei quali ancora in fase di esecuzione o neanche iniziati; e ciò rende l’idea di quanto spazio ci sia per le imprese italiane. Energia, tutela ambientale, agricoltura, infrastrutture fisiche, fra cui dighe e ferrovie, sono i settori destinati a una più intensa collaborazione, spesso ricorrendo alle partnership pubblico/privato.
Nei suoi libri ha indagato in profondità lo scontro tra democrazia e autoritarismo nei Paesi africani. Cosa significa per un’impresa italiana investire e operare in quei luoghi, coì spesso caratterizzati da una forte instabilità politica?
Quando è stato lanciato il Piano Mattei, ho cercato di suggerire che accanto ai nostri interventi economici fosse prevista una solida componente di governance. L’Africa ha bisogno di crescere sulla strada dello stato di diritto, della buona amministrazione, di un maturo dialogo politico interno. Anche le nostre imprese si rendono conto che la crescita politica e amministrativa degli Stati africani è nel loro interesse, ad esempio attraverso programmi di capacity building nel settore fiscale. È proprio in questo contesto che oggi, come consulente di Withers, accompagno imprese e investitori che vogliono affacciarsi sul continente con una visione complessiva e consapevole delle opportunità e dei rischi.
Quali sono in questi Paesi i principali rischi da monitorare?
La Ue sta dedicando una notevole attenzione ai programmi di tracciamento di crisi potenzialmente gravi. Oggi quasi la metà degli Stati africani patisce gli effetti negativi di guerre civili, terrorismo, spinte separatiste, colpi di Stato, tensioni esterne, che non favoriscono affari e crescita. Gli imprenditori hanno gli strumenti per identificare i Paesi capaci di associare un buon tessuto economico a solide istituzioni. Angola, Botswana, Costa d’Avorio, Ghana, Kenya, Mauritania, Senegal e Zambia, pur con vari limiti e contraddizioni, possono rappresentare un volano per la crescita dei Paesi limitrofi.
Come sono percepite l’Italia e le imprese italiane dalla classe dirigente africana?
In generale l’Italia gode di un’ottima considerazione in Africa. Non solo tra le leadership al potere, ma soprattutto tra le popolazioni locali, che hanno apprezzato nei decenni la peculiarità del rapporto people to people, tipico della nostra cooperazione. Il rapporto dell’Italia con l’Africa, anche per la nostra posizione geografica, ha origini secolari, e questo il mondo africano lo sa molto bene.
Quale ruolo potranno avere l’Italia e l’Europa in un tale contesto?
Negli ultimi 30 anni l’Europa e l’Italia hanno maturato un rapporto unico con il Continente africano. Ma oggi esiste una feroce competizione fra vecchi e nuovi attori per il posizionamento geostrategico, che passa anche per la realizzazione di progetti infrastrutturali nelle zone più ricche di risorse. Il rischio è di replicare rapporti di carattere neocoloniale tipici del recente passato, quando invece i Paesi africani hanno bisogno di conquistare posizioni di rilievo nei processi produttivi, a vantaggio delle loro popolazioni. Tenere debitamente conto di questa esigenza anche attraverso il nostro apprezzato soft power potrà essere nel tempo la carta vincente.
* Questo articolo è stato pubblicato su Business People di luglio-agosto 2026, scarica il numero o abbonati qui
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Clemente Pacifico
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