Filippine, una promessa attesa 40 anni


Quando si sente parlare di Filippine all’estero solitamente è per evidenziare le tensioni marittime con la Cina nel Mar Cinese Meridionale (Mare Filippino Occidentale per Manila) o per fare la cronaca della faida tra le potenti famiglie Marcos e Duterte che si contendono la guida del Paese. Tuttavia, vale la pena evidenziare un progetto di riforma in discussione al Congresso filippino che potrebbe fortemente incidere sul futuro dello Stato arcipelago, risolvendo o comunque contenendo un fenomeno che ne ha danneggiato la crescita e lo sviluppo degli ultimi decenni.

UNA REPUBBLICA FEUDALE

Le Filippine contemporanee nascono con la “Rivoluzione del Rosario” (o People Power Revolution) che nel 1986 pose fine al ventennale regime di Ferdinand Marcos, obbligato all’esilio. La nuova Quinta Repubblica (presidenziale sul modello statunitense), sancita con la promulgazione della Costituzione del 1987, si impegnò a ripristinare il sistema democratico e i poteri del Congresso; quindi, favorì il multipartitismo, impose un unico mandato elettorale di 6 anni non rinnovabile per il Presidente e stabilì il rinnovo del Congresso ogni 3 anni, alternando così tra una elezione di “metà mandato” (che rinnova solo il ramo legislativo) e un’elezione presidenziale (che rinnova anche l’esecutivo).

La democrazia filippina si è dimostrata solida dal punto di vista procedurale, vi sono elezioni libere e pluralismo partitico; tuttavia, è inficiata nella sostanza dal fenomeno delle “dinastie politiche”, ossia “la situazione in cui due o più membri della stessa famiglia ricoprano più cariche elettive contemporaneamente o la medesima in successione”. Questa concentrazione del potere politico in pochi nuclei familiari nasce con il periodo coloniale spagnolo (sistema della Principalía) e si consolida sotto il “protettorato” statunitense; se prima del regime di Marcos (Terza Repubblica) vi era un bipartitismo tra liberali e nazionalisti che poteva imporre una certa “disciplina di partito”, ora il sistema di potere, più che sulla competizione partitica, si regge sulle relazioni personali e il favoritismo. Non è infatti insolita alla Camera dei Rappresentanti la tendenza al trasformismo, con la formazione di “super maggioranze”, come nell’attuale 20a legislatura (285 su 318 seggi), allineate al presidente di turno.

Le dinastie politiche non sono di per sé antidemocratiche, ma esse sono un detrimento alla meritocrazia e alla responsabilizzazione politica, quindi un incentivo alla “ricerca di rendita” (o rent seeking) delle risorse pubbliche e alla distribuzione nepotistica delle cariche pubbliche non elettive (spoil system), generando un circolo vizioso che si autoperpetua (specialmente nelle aree più povere del Paese). Vi sono diversi studi che propongono stime del fenomeno; si calcola che almeno il 54% dei politici locali e quasi l’80% dei membri del Congresso appartengano ad una dinastia. Solo al Senato, che con le elezioni di metà mandato del 2025 rinnova metà dei seggi, su 24 membri sono insediati 4 paia di fratelli. Un altro caso esemplare è quello della famiglia Duterte che, tra il padre Rodrigo e i figli Sara e Sebastian, ricopre consecutivamente dal 2001 la carica di sindaco di Davao City, la terza città delle Filippine.

LA RISCOPERTA DELLA COSTITUZIONE

Il 3 giugno la Camera dei Rappresentanti delle Filippine ha approvato con 267 voti su 318 seggi la House Bill (HB) No. 8389, conosciuta anche come Anti-Political Dynasty Bill; si tratta del primo disegno di legge che affronta tale tematica ad aver raggiunto questo stadio del procedimento legislativo nella storia del Paese. La Costituzione del 1987 già prevedeva all’art. 2 par. 26 che lo Stato avrebbe dovuto “proibire le dinastie politiche, nei limiti definiti dalla legge”, tuttavia la disposizione, non essendo autoesecutiva, richiedeva una legge specifica del Congresso che traducesse il principio in regole concrete (definizioni, divieti, sanzioni).

Il disegno di legge punterebbe a garantire una maggiore competizione elettorale, permettere l’ascesa di figure nuove, quindi rinnovare la fiducia della cittadinanza nelle istituzioni. Non si vogliono togliere diritti politici o discriminare i cittadini in base alla loro parentela, ma si è riconosciuta la correlazione tra concentrazione del potere politico in poche famiglie e danno allo sviluppo economico e sociale del Paese; pertanto, dopo 40 anni, si è deciso di legiferare sul tema.

Nella versione della camera bassa si definisce dinastia politica come “concentrazione, consolidamento o predominio del potere politico elettivo da parte di coniugi o parenti entro il secondo grado di consanguineità o di affinità”. Si vorrebbe, quindi, vietare a familiari stretti di candidarsi o ricoprire simultaneamente cariche elettive nell’ambito del medesimo livello di governo (nazionale, provinciale, municipale), nonché di concorrere per un seggio nella Camera dei Rappresentanti all’interno dello stesso distretto legislativo.

In pratica, due familiari stretti non possono candidarsi per la stessa carica o dividersi la candidatura di Presidente/governatore/sindaco e rispettivi vice, mentre si possono candidare per la camera bassa (non per il Senato il cui voto è nazionale) purché lo facciano da diverse circoscrizioni elettorali. Sarebbe, invece, ancora possibile candidarsi per diversi livelli di governo e/o per lo stesso livello ma diverso ente territoriale; quindi, teoricamente parenti di secondo grado potrebbero ricoprire simultaneamente la carica di Presidente, senatore, governatore di provincia e sindaco, o comunque amministrare più province e/o città.

PERPETUARSI RINNOVANDOSI (POCO)

Risale al dicembre 2025 l’appello del Presidente Ferdinand Marcos Jr. (figlio del dittatore) affinché il Congresso approvasse una serie di riforme atte a rendere più equa la competizione elettorale e trasparente la gestione pubblica, tra cui appunto un “Anti-dynasty bill”. A farsi portavoce presso la Camera dei Rappresentanti sono stati il suo Presidente Bojie Dy e il leader della maggioranza Sandro Marcos, ambedue membri di dinastie politiche; il primo appartiene ad una famiglia con una forte base elettorale nella provincia di Isabela, il secondo è lo stesso figlio del Presidente, la cui famiglia ha nella provincia di Ilocos Norte il proprio “feudo”.

Come scritto sopra, la maggioranza dei rappresentanti è probabilmente affiliato ad una dinastia, il disegno di legge è stato discusso e approvato da quella stessa maggioranza; come è stato possibile questo improvviso zelo nel rimediare ad una lacuna normativa di 40 anni che sulla carta gli danneggerà?

Il Senatore Jinggoy Estrada, il primo e unico “arresto eccellente” dello scandalo di corruzione che ha investito le Filippine e probabilmente innescato l’afflato riformista del Congresso. Fonte: Channel NewsAsia, 1° giugno 2026.

La risposta va probabilmente ricercata nell’ennesimo scandalo di corruzione venuto alla luce la scorsa estate; stavolta si sospetta la “scomparsa” tra i 42,3 e 118,5mld di pesos (tra i 600milioni e 1,7mld di € a giugno 2026) che dovevano essere investiti in progetti infrastrutturali volti a mitigare gli effetti delle inondazioni e allagamenti nell’arcipelago (il Paese è soggetto a diversi tifoni tra maggio e dicembre). Il caso ha rinnovato il sospetto dell’opinione pubblica verso la collusione tra mondo politico e operatori economici, quindi la sfiducia verso la classe dirigente. Ad oggi, dopo numerose proteste di piazza, l’unico arresto eclatante riguarda il senatore Jinggoy Estrada, a fine maggio, ma si presume il coinvolgimento di un numero imprecisato di membri del Congresso, comprese figure vicine al Presidente Marcos; suo cugino Martin Romualdez si è dimesso a settembre dalla presidenza della camera bassa.

La scelta quindi di riformare il sistema politico filippino può essere interpretata come un tentativo di appagare la cittadinanza, distraendola dallo scandalo. Tuttavia, sono già sorte voci critiche, che giudicano la misura insufficiente, “annacquata”, per lo scopo dichiarato, anzi giudicandola come una “legittimazione” delle dinastie politiche. Il divieto al 2° grado di consanguineità e affinità sarebbe troppo ristretto (cugini e zii, anche acquisiti, restano svincolati) per un Paese caratterizzato da una cultura collettivista; non viene affatto vietata la pratica della “rotazione familiare delle cariche pubbliche”, per cui un individuo esauriti i mandati elettorali consecutivi (generalmente tre) semplicemente “cede il posto” ad un parente per rispettare il turno di pausa, per poi ripresentarsi la volta successiva; infine, come scritto sopra, nulla vieta ad una dinastia politica di occupare più cariche simultaneamente semplicemente “spalmandosi” tra più enti territoriali In sintesi, le dinastie non sono smantellate, ma semplicemente spinte a riorganizzarsi.

COSA ASPETTARSI?

Ora la parola spetta al Senato e sembra che la sua versione sarebbe più severa di quella approvata dalla Camera dei Rappresentanti. La camera alta vorrebbe, infatti, vietare la rotazione familiare (sempre entro il 2° grado), quindi l’occupazione simultanea di più cariche pubbliche a livello nazionale (Presidente, senatore, deputato). Ciò significa che sarà necessaria la formazione di un comitato di conciliazione tra le due camere per giungere ad un compromesso.

Nel migliore scenario possibile la cittadinanza mantiene una pressione regolare e costante sui suoi rappresentanti, spingendo per l’adozione della versione più severa dell’Anti-Political Dynasty Bill; prima di una serie di riforme che spingano verso una maggiore responsabilizzazione dei politici e della trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche. Si verrebbe allora a generare nel corso di più elezioni una “spirale virtuosa” di rinnovamento della classe politica filippina, incentivata a contenere i propri “vizi”, quindi avere maggiore cura della cosa pubblica.

Nel peggior scenario possibile cala la pressione da parte dell’opinione pubblica, o comunque la Camera dei Rappresentanti resta compatta per la sua versione, già frutto di un delicato compromesso tra i suoi deputati. Tale versione, si calcola, colpirebbe già 5mila cariche elettive, tuttavia, più che uno smantellamento delle dinastie, spingerebbe ad una loro riorganizzazione, tramite il coinvolgimento di familiari oltre il 2° grado di parentela e/o “persone di fiducia”. Come questa, altre riforme potrebbero essere “annacquate” al fine di preservare quanto più possibile lo status quo, esaurendo così l’afflato riformista di questa legislatura.

COSA TENERE D’OCCHIO?

Protesta contro la corruzione presso il “People Power Monument” di EDSA (Epifanio de los Santos Avenue) in Quezon City, luogo simbolico della Rivoluzione del rosario del 1986. Fonte: Inquirer.net, 28 giugno 2026.

La promulgazione della legge è data quasi per certa, resta da osservare il lavoro dell’ormai prossimo comitato di conciliazione per capire quale sarà la versione adottata; saranno certamente da tenere d’occhio eventuali raccomandazioni o dichiarazioni da parte del Presidente Marcos, che potrebbero far propendere per l’una o l’altra.  A questa dovrebbero seguire altre riforme, anche per esse sarà da riscontrarne la “severità”, con quanta intensità incentiveranno all’accountability e alla meritocrazia. Un primo banco di prova del “successo” dell’Anti-Political Dynasty Bill saranno le elezioni del maggio 2028 quando sarà rinnovata la presidenza, metà del Senato e l’intera Camera dei Rappresentanti; difficilmente verrà meno il trasformismo del Congresso o la collusione dei suoi membri con operatori economici, ma già un incremento di “figure nuove” dovrebbe contenere la corruzione e il nepotismo. Altro elemento importante sarà la prosecuzione o meno degli “arresti eccellenti” per lo scandalo di corruzione scoppiato nell’estate 2025; sarebbe certamente un indice di autocorrezione e miglioramento della classe politica filippina se le indagini e i processi continuassero indipendentemente dallo schieramento politico o della carica pubblica ricoperta. Essendo ricominciata la stagione dei tifoni è probabile un rinnovo della rabbia popolare e delle manifestazioni di piazza, come lo scorso autunno, nel caso di gravi danni che avrebbero potuto essere maggiormente contenuti e vittime che avrebbero potuto essere prevenute se non fossero state derubate le risorse pubbliche assegnate a riguardo.


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Mattia Rizzini

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