Con i nuovi dazi Usa del 10% sull’Ue, hardware, semiconduttori, aerospazio, robotica ed elettronica italiana rischiano un calo di competitività sul mercato americano. Crescono i costi lungo l’intera filiera digitale, mentre aumenta l’incertezza per investimenti, export e innovazione tecnologica.
Dazi: per Europa e Italia si apre un nuovo fronte della guerra commerciale con gli Usa
Ci risiamo. Da oggi, 24 luglio, gli Stati Uniti inaugurano una nuova fase della propria politica commerciale. Entrano infatti in vigore i nuovi dazi compresi tra il 10% e il 12,5% applicati a oltre 60 partner commerciali, compresa l’Unione europea, sulla base di un criterio inedito: “il contrasto al lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento” (“forced labor from global supply chains”).
La misura, annunciata dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) guidato da Jamieson Greer, sostituisce le tariffe temporanee del 10% introdotte dall’amministrazione Trump e destinate a decadere dopo la decisione della Corte Suprema americana che aveva annullato gran parte dei dazi globali imposti lo scorso febbraio. Ci risiamo e d’altronde il Presidente americano in persona l’aveva promesso tempo fa: “non ci fermerete, i dazi rimangono, troveremo un’altra strada“, rivolgendosi proprio ai giudici della Corte.
Sul piano giuridico, la nuova architettura poggia sulla Section 301 del Trade Act del 1974, uno strumento già utilizzato in passato da Washington nelle controversie commerciali con la Cina e ritenuto più robusto rispetto alla base normativa delle misure bocciate dalla magistratura. Sul piano politico, invece, l’obiettivo appare più ampio: ricostruire, attraverso una diversa giustificazione legale, un regime tariffario globale molto vicino a quello immaginato dal presidente Donald Trump nel cosiddetto “Liberation Day“.
Dal lavoro forzato alla geopolitica delle catene del valore
Le nuove tariffe interessano oltre il 99% delle importazioni statunitensi. Ai Paesi considerati dotati di una normativa efficace contro il lavoro forzato viene applicato un dazio del 10%, mentre quelli ritenuti privi di strumenti adeguati sono soggetti a un’aliquota del 12,5%.
L’indagine dell’USTR coinvolge praticamente tutti i principali partner commerciali degli Stati Uniti: Unione europea, Regno Unito, Canada, Giappone, Corea del Sud, India, Cina e Brasile.
Washington sostiene che l’iniziativa servirà a eliminare il lavoro forzato dalle filiere produttive globali. “Questi dazi ripristineranno l’equità nel mercato globale per i lavoratori americani“, ha dichiarato Greer, invitando gli altri Paesi ad allinearsi agli standard statunitensi.
Tuttavia, lo stesso impianto della misura lascia spazio a contestazioni. Pur riconoscendo, ad esempio, che l’India ha recentemente approvato una nuova legislazione contro il lavoro forzato, ottenendo così una riduzione dell’aliquota dal 12,5% al 10%, Washington continua a sostenere che nessuno dei Paesi esaminati protegga pienamente i lavoratori. Una posizione destinata con ogni probabilità ad alimentare nuovi contenziosi internazionali.
Esposta ai dazi l’intera industria tech europea (hardware, semiconduttori, server, elettronica, IoT, Tlc)
Per Bruxelles, il dazio si ferma formalmente al 10%, ma le conseguenze rischiano di estendersi ben oltre il semplice incremento dei costi doganali. Le esclusioni previste riguardano prodotti già soggetti a regimi tariffari specifici per ragioni di sicurezza nazionale (come acciaio, alluminio, automobili complete e relativi componenti) oltre a petrolio, gas naturale, fertilizzanti e altri beni non prodotti negli Stati Uniti.
Resta invece esposta gran parte dell’industria tecnologica europea. Hardware, semiconduttori, server, componentistica elettronica, dispositivi IoT e sistemi di telecomunicazione vedranno aumentare il costo di accesso al mercato americano. L’impatto non riguarda soltanto i produttori manifatturieri.
Aerospazio, robotica e componentistica italiana tra i settori più esposti
L’impatto maggiore riguarda alcuni comparti nei quali l’Europa mantiene ancora un vantaggio competitivo. L’aerospazio rappresenta uno dei fronti più delicati. Gruppi come Airbus, Leonardo e Thales Alenia Space rischiano un deterioramento della competitività sul mercato statunitense proprio mentre il settore sta affrontando investimenti senza precedenti nelle nuove costellazioni satellitari, nella difesa e nell’intelligenza artificiale (AI) applicata ai sistemi spaziali.
Anche la robotica industriale e l’automazione (storici punti di forza dell’industria europea, in particolare tedesca e italiana) subiranno un aumento dei costi di esportazione che potrebbe comprimere margini e investimenti in ricerca.
Nel comparto automotive, sebbene le automobili complete siano escluse dal nuovo regime, restano esposti molti componenti ad alto valore aggiunto, dai sistemi elettronici di bordo ai dispositivi ADAS fino a parte della componentistica per batterie.
Dietro i dazi c’è anche lo scontro Ue-Usa sulla regolamentazione del comparto digitale
Ridurre questa vicenda a una disputa sul lavoro forzato sarebbe però fuorviante. Sul tavolo c’è anche il crescente conflitto tra Stati Uniti e Unione europea sulla regolazione dell’economia digitale. Washington continua a considerare discriminatorie le digital tax introdotte da diversi Stati membri, tra cui Italia, Francia e Spagna.
Allo stesso tempo guarda con crescente ostilità alle norme europee del Digital Markets Act (DMA) e del Digital Services Act (DSA), che hanno imposto nuovi obblighi e sanzioni ai grandi operatori americani, da Meta a Google, fino alla classificazione preliminare di AWS e Microsoft Azure come possibili gatekeeper.
Lo stesso Donald Trump aveva già avvertito, lo scorso giugno, che qualsiasi nuovo intervento fiscale europeo contro le Big Tech avrebbe potuto essere seguito da dazi fino al 100% sui beni provenienti dai Paesi interessati. In questo quadro, le tariffe entrate oggi in vigore assumono anche il valore di un segnale politico rivolto a Bruxelles.
La risposta europea tra negoziato e sovranità tecnologica
L’Unione europea, dal canto suo, cerca di evitare un’escalation, mantenendo aperto il dialogo con Washington. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha ribadito che l’attuale intesa commerciale con gli Stati Uniti lascia fuori la questione della tassazione digitale, riaffermando però la piena autonomia fiscale dell’Unione.
Parallelamente Bruxelles sta valutando possibili contromisure. Tra queste figurano l’utilizzo dello strumento anti-coercizione, l’eventuale introduzione di nuove imposte sui servizi digitali e un’accelerazione delle politiche di sovranità tecnologica nei semiconduttori, nel cloud europeo e nelle infrastrutture critiche. Secondo Goldman Sachs, un’eventuale escalation potrebbe spostare lo scontro commerciale dai beni ai servizi, settore nel quale gli Stati Uniti vantano un surplus molto più consistente rispetto all’Europa.
Per l’Italia il rischio è duplice. Da un lato, un rallentamento dell’export in alcuni dei comparti industriali più innovativi; dall’altro, un ulteriore aumento dell’incertezza in un’economia già alle prese con crescita debole, costi energetici elevati e trasformazione digitale ancora incompleta.
La nuova stagione dei dazi americani, dunque, non riguarda soltanto il commercio internazionale. Segna un ulteriore passaggio verso una competizione sempre più stretta tra politica industriale, sicurezza economica e sovranità tecnologica, nella quale le filiere digitali sono ormai diventate uno dei principali terreni di confronto tra le due sponde dell’Atlantico.
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Flavio Fabbri
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