Notte di sospensione nel conflitto iraniano: nessun bombardamento made in Usa e nessuna rappresaglia di Teheran (la petroliera colpita al mattino dalla Marina statunitense è altra cosa: aggressione motivata dalla violazione del blocco dei porti iraniani). E, alle rinnovate minacce di escalation, Trump ha aggiunto un cenno in controtendenza: “Stiamo parlando con loro”, ha detto alla cena dei corrispondenti accreditati presso la Casa Bianca. “Penso che facciano sul serio. Penso che siano di gran lunga più seri di quanto abbiamo visto finora, ma questo non significa che ci accorderemo”.
Solite contraddizioni, solita ambiguità di un presidente sempre più nervoso, come rivela il discorso indirizzato ai cronisti, sconclusionato e inframmezzato da insulti. Nervosismo generato dalla consapevolezza che la guerra non sta andando come pensava e come gli avevano assicurato i suoi geniali strateghi e alleati.
Tra questi ultimi, Netanyahu che ieri finalmente ha avuto il placet all’incontro con il presidente, il quale finora aveva nicchiato. Si incontreranno martedì prossimo, data da segnare sul calendario a motivo dei precedenti non certo rassicuranti: l’ultima volta aveva convinto il suo interlocutore ad attaccare Teheran.
In vista dell’incontro, nuove rivelazioni sull’asserito tentativo iraniano di attentare all’Air Force One che doveva riportare Trump in patria dopo il G7 di Ankara. Notizia non nuova, né tantomeno vera (Teheran non ha alcun motivo per attirarsi una ritorsione nucleare): il rilancio serve solo a rinfocolare il sentiment anti-iraniano da utilizzare nel faccia a faccia tra i due leader.
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Infatti, la spinta per intensificare lo scontro non cessa, come dimostrano le rinnovate pressioni per mobilitare i curdi iracheni contro l’Iran. Lo rivela il sito libanese al Manar, che dettaglia come le autorità iraniane abbiano messo in guardia la leadership curda dall’avventurarsi in questa improvvida impresa. La veridicità della notizia è dimostrata dall’attacco registrato ieri a Erbil, la capitale della regione, attribuito a droni e missili iraniani.
D’altronde, fin dall’invasione irachena del 2003 da parte di George W. Bush, il Kurdistan iracheno è stato trasformato in una ridotta degli States e di Israele, una sorta di Hub operativo da utilizzare secondo gli interessi del momento (noto il trasporto, ad esempio, di Bernard Henry Levy, il cantore delle guerre infinite, per questa regione).
Per fortuna, i curdi sono una realtà magmatica e frammentaria, con fazioni e interessi più spesso divergenti che convergenti e con alleanze altrettanto spurie. Da cui certa resistenza ai padroni del vapore.
Nella sospensione momentanea del conflitto iraniano, che sembra più preludere a un’escalation che alla sospirata tregua (pure possibile), notizie contrastanti. La più interessante, anche se ambigua nella sua prospettiva, sembra quella di un prossimo incontro di alto livello a Londra per tentare di sbloccare l’impasse di Hormuz, che ad oggi è il focus della querelle.
L’idea è quella di dare concretezza alla coalizione internazionale per rendere di nuovo navigabile lo Stretto. Come riporta Axios, l’opzione di inviare una forza atta allo scopo, da tempo ventilata dai Paesi europei a trazione britannica, ha come precondizione indispensabile la fine delle ostilità. La nota di Axios si conclude con l’affermazione di un diplomatico europeo: “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”.
L’iniziativa sembra intrecciarsi con il dialogo che ha avuto luogo negli ultimi tempi a Londra e di cui abbiamo dato conto in una nota pregressa. Dialogo nel quale aveva preso forma l’idea di modellare il regime di transito attraverso lo Stretto di Hormuz al modo di quello in vigore presso lo Stretto di Malacca, con i Paesi rivieraschi che erogano servizi a pagamento alle navi che attraversano la cruciale rotta marittima.
Un’idea prospettata a Londra, presso la sede dell’ International Maritime Organization, anche dai rappresentanti dell’Oman, Paese col quale fin dall’inizio Teheran cerca di accordarsi sulla questione dal momento che si affaccia sull’altra riva dello Stretto.
Non sfugge, a questo proposito, che in questi ultimi giorni il dialogo tra Teheran e Muscat si sia intensificato e che, dopo una conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr Albusaidi, ieri sera una delegazione dell’Oman sia sbarcata in Iran.
Qualcosa sembra muoversi, quindi. Ma resta l’ambiguità della prospettiva di inviare una forza internazionale nelle acque contese. Se c’è un accordo con Iran e Oman non si vede a cosa serva, come ha più volte protestato Teheran, aggiungendo di essere in grado di garantire la sicurezza della navigazione (come peraltro è avvenuto dopo la firma del Memorandum di Islamabad e prima della ripresa delle ostilità).
L’ambiguità sta tutta qui ed è impossibile eludere il sospetto che la forza possa essere utilizzata in un futuro confronto, dove a morire sarebbero soldati non americani con gli States ingaggiati a distanza di sicurezza.
In attesa, l’unica reale iniziativa distensiva è arrivata dagli Houti yemeniti, i quali hanno chiarito ulteriormente che la chiusura dello Stretto di Bab al Mandab, dichiarata due giorni fa, riguarda solo le navi saudite (come risposta all’embargo draconiano imposto da Riad allo Yemen), e che il transito resta aperto alle navi di altri Paesi.
Ciò ha rinfocolato i venti di guerra con Riad, che dura tra fiammate e pause dal 2014, ma ha allentato altre e più pericolose tensioni, dal momento che il Pakistan aveva minacciato di intervenire se fossero stati toccati i suoi navigli, e ha alleggerito la stretta sui costi globali dell’energia, già gravati dalla chiusura di Hormuz.
Ciò non toglie che l’iniziativa degli Houti rende meno sicuro il transito e alzerà i costi di assicurazione delle navi, con conseguenza sui costi succitati. Oltre a prefigurare ulteriori restrizioni se Washington decidesse di intensificare l’aggressione all’Iran.
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Luigi Paoletti
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