Il dominio subacqueo come teatro di competizione: vulnerabilità, attori e architettura strategica


La frontiera sottomarina si è trasformata negli ultimi anni in un teatro di competizione strategica autonomo, al pari di quello terrestre, aereo, marittimo e cyber. A renderlo tale è l’incrocio di tre dimensioni vitali.

La prima è quella delle infrastrutture critiche: i cavi sottomarini veicolano oltre il 99% del traffico dati intercontinentale, e attraverso di essi transitano ogni giorno circa 10.000 miliardi di dollari in transazioni finanziarie e oltre il 97% del traffico di telecomunicazioni transoceanico, (per un’idea visiva di ciò di cui si sta trattando, è possibile visitare la mappa cavi sottomarina resa disponibile da Telegeography) Accanto ai cavi dati corre anche l’infrastruttura energetica sottomarina, fatta di cavi elettrici di interconnessione, cavi dei parchi eolici offshore, gasdotti e oleodotti.

La seconda è quella delle risorse: il fondale custodisce idrocarburi offshore e minerali strategici del fondale profondo (noduli polimetallici, terre rare, cobalto, nichel), resi cruciali dalla transizione energetica e digitale. Poiché l’accesso a queste risorse passa attraverso la rivendicazione di spazi marittimi esclusivi, dove le pretese sovrane si sovrappongono nascono potenziali conflitti: non è la risorsa in sé a generare tensione, ma la contesa sul fondale che la contiene.

La terza è quella militare-operativa. Ciò che la rende attuale è l’emergere di veicoli subacquei autonomi e a controllo remoto, che hanno moltiplicato gli attori capaci di operare in profondità e ampliato le loro funzioni, dalla mappatura del fondale alla sorveglianza delle infrastrutture all’intelligence. È il punto in cui la terza sfera si salda alle prime due, perché gli stessi mezzi che sorvegliano i cavi possono individuarli per colpirli.

Questa centralità è recente: sono state superate una soglia tecnologica, poiché droni e sensori a basso costo hanno democratizzato l’accesso alla profondità; una soglia di dipendenza, legata all’espansione di AI e cloud; e una soglia strategica, perché colpire un’infrastruttura sottomarina è economico, difficilmente attribuibile e quasi sempre sotto la soglia che farebbe scattare una risposta militare aperta. 

Di fronte a questo quadro, l’analisi si interroga sulle possibili evoluzioni dell’architettura occidentale rispetto alla crescente competizione sottomarina, con uno sguardo sulle iniziative italiane, che rappresentano una sorta di unicum nel panorama strategico sottomarino occidentale e per que

sto potrebbero trasformarsi in possibile modello da seguire.

Corpus: l’importanza della frontiera e la sua vulnerabilità

L’importanza strategica della frontiera va di pari passo con la complessità della sua gestione, e il motivo risiede soprattutto nell’asimmetria tra offesa e difesa, che si sostanzia in due dimensioni connesse.

La prima è fisica-operativa. La sola rete dei cavi di telecomunicazione si estende per circa 1,7 milioni di chilometri, posata a profondità fino a migliaia di metri, fuori dalla portata della sorveglianza ordinaria; vengono registrati circa 150-200 guasti annui, e una forbice compresa tra il 70 e l’80 per cento è di natura accidentale, legato a pesca e ancoraggio. Questo dato, in apparenza rassicurante, è il cuore del problema: dove la maggioranza dei danni avviene per caso, distinguere l’incidente dal sabotaggio diventa difficile, e questa difficoltà può trasformarsi in un’arma. 

Lo conferma il dibattito sugli incidenti baltici del 2024-2025, che parte della comunità di intelligence occidentale, secondo il Washington Post e la società di intelligence Recorded Future, ha valutato probabilmente accidentali più che sabotaggi diretti, in una conclusione contestata da altri esperti. 

Che a dividersi siano gli stessi servizi di sicurezza dimostra quanto l’ambiguità sia una caratteristica strutturale di questa frontiera, nella quale il sabotaggio intenzionale può mimetizzarsi nel rumore di fondo degli incidenti.

A questa si aggiunge una fragile dimensione giuridica.

La Convenzione di Montego Bay del 1982 (UNCLOS) stabilisce che entro le 12 miglia lo Stato costiero ha piena sovranità, mentre in alto mare, dove corre la maggior parte degli impianti, resta solo la giurisdizione dello Stato di bandiera, e manca un titolo sussidiario per lo Stato-vittima. 

La falla emerge quando lo Stato di bandiera è il mandante stesso, o è una bandiera proxy priva di volontà di indagare: non una svista, ma una norma coerente col suo tempo, concepita quando i danni ai cavi erano incidentali, che il mutare della minaccia ha reso inadeguata. 

Gli attori in competizione

L’esistenza di questa “zona grigia” ha portato allo sviluppo di dottrine e di mezzi atti a trarre maggior vantaggio possibile da questo quadro complessivo.

Una delle potenze più attive e importanti in quest’ottica è sicuramente la Russia: studi recenti del Royal United Services Institute (RUSI), basati anche su documenti d’intelligence europei, segnalano un reparto nato dalla cooperazione tra il direttorato della ricerca sottomarina della Difesa (GUGI) e il Servizio Attività Speciali del GRU, dedicato al sabotaggio con mezzi senza pilota a grande profondità. 

L’obiettivo sarebbe quello di integrare profondità, droni e occultamento di sabotaggio tramite proxy, per disabilitare le comunicazioni alleate in caso di conflitto o dimostrarne la capacità a fini di deterrenza. 

A ciò vi si affianca l’uso di una “flotta ombra”, costituita cioè da petroliere vecchie e imbarcazioni in disuso, spesso non battenti nemmeno bandiera russa, il cui coinvolgimento nei danni agli impianti resta ampiamente discusso e contribuisce a rendere ancora più opaco il quadro di azione entro cui la flotta opera.

L’altro grande attore del settore è la Cina, la cui strategia di fondo differisce perché non si basa sul sabotaggio ma sul controllo della filiera dei cavi. 

Secondo il CSIS, l’azienda cinese HMN Technologies produce infatti l’11% di tutti i cavi sottomarini mondiali.

Ciò che rende peculiare il rapporto tra il produttore cinese e il governo di Pechino è la fusione Stato-impresa, dove commercio e strategia si saldano indissolubilmente: tramite gli investimenti per il progetto della Digital Silk Road, costruendo cavi a prezzi ridotti e instradandoli in modo da aggirare l’Occidente (vedasi il cavo PEACE), Pechino punta, secondo il CSIS, al 60% del mercato mondiale. 

Accanto a questa leva, Pechino potrebbe esercitarne una più coercitiva, soprattutto nel caso di Taiwan, come segnalato dal Global Taiwan Institute. 

L’attribuzione resta però incerta: la lettura coercitiva proviene soprattutto da fonti orientate (il GTI ad esempio), infatti autorità taiwanesi non hanno definito deliberati gli incidenti occorsi e Pechino stessa respinge le accuse

La stessa logica è infine alla portata di attori regionali nei passaggi obbligati: l’Iran, ad esempio, ha prospettato di colpire o tariffare i cavi nello stretto di Hormuz, mentre nel Mar Rosso una nave colpita da un missile Houthi ne ha tranciati tre, senza un attacco deliberato.

So What – La risposta occidentale e la sua frammentazione

La minaccia per la NATO sembra seguire una logica geografica: è nata al Nord, nel Baltico, dove è sorta per prima la risposta dell’Alleanza, ma le sue tecniche possono risalire verso il Mediterraneo, non meno esposto. La risposta occidentale ad oggi si articola su tre livelli che però non sono pienamente integrati fra loro.  La NATO costituisce il primo livello, quello più operativo, culminato col lancio dell’operazione Baltic Sentry nel gennaio 2025, una missione permanente poi estesa anche all’Artico, con un chiaro baricentro settentrionale. 

L’Unione Europea (2° livello) agisce invece su un piano regolatorio e finanziario, come esplicitato attraverso l’EU Cable Security Action Plan del febbraio 2025, incidendo sulla capacità di resilienza più che sulla deterrenza.  Esiste infine un terzo livello costituito da una specie di raccordo tra queste due entità attraverso lo Structured Dialogue, che resta però un organo di tipo essenzialmente consultivo.  La frammentazione occidentale si compone perciò di tre assi: geografico, giuridico e istituzionale.

È qui che il caso italiano può assumere rilievo come banco di prova.  A La Spezia l’Italia ha costruito un ecosistema integrato che riunisce il centro di ricerca della NATO (CMRE), il Centro di Supporto e Sperimentazione Navale e il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, cui si aggiungerà entro il 2026 il Centro di Eccellenza NATO Underwater

Un modello nato in chiave anticipatoria, non come reazione a operazioni di sabotaggio (Baltic Sentry è nata in risposta a una serie di danneggiamenti di cavi e infrastrutture nel Mar Baltico tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025) che integra peraltro ciò che a livello europeo resta diviso tra NATO e Unione. Nel novembre 2025 la rete NATO per le infrastrutture sottomarine si è anche  riunita a Roma con un’agenda mediterranea: potrebbe essere stato il primo segnale che il mediterraneo comincia a essere coperto, passando per l’Italia.

Scenari previsionali

Alla luce del quadro ricostruito, la domanda che ci si può porre è se la frammentazione della risposta occidentale verrà ricomposta nel Mediterraneo, o resterà tale.

Scenario di consolidamento

Il primo scenario è quello del consolidamento. In questa ipotesi il movimento avviato nel 2025 prosegue e si struttura: il Centro di Eccellenza della Spezia ottiene la piena certificazione NATO, attira un numero crescente di nazioni aderenti, e l’ecosistema italiano diventa il nucleo riconosciuto attorno a cui si organizza una presenza stabile nel Mediterraneo, sul modello di ciò che Baltic Sentry rappresenta al Nord. 

È lo scenario in cui l’asse geografico della frammentazione si chiude, e l’Italia capitalizza il proprio vantaggio di posizione e di ecosistema. Alcuni segnali come la riunione della rete NATO a Roma nel novembre 2025, lo rendono plausibile, ma non ancora probabile: si tratta finora di passi consultivi, non di un impegno operativo permanente.

Scenario di frammentazione persistente

Qui gli assetti restano concentrati al Nord, dove la minaccia è più conclamata e la risposta più matura, mentre il Mediterraneo continua a essere coperto in modo discontinuo. L’ecosistema della Spezia resta un’eccellenza nazionale d’avanguardia, ma priva del raccordo operativo che la trasformerebbe in capacità d’Alleanza. 

È lo scenario che il peso del baricentro settentrionale e la debolezza strutturale del raccordo NATO-UE rendono il più aderente all’inerzia in atto. 

Il principale beneficiario sarebbe chi sfrutta la zona grigia, perché la frammentazione della risposta è essa stessa una vulnerabilità.

Scenario “mosaico”

Il terzo, e più verosimile, è quello del coordinamento variabile. In questa ipotesi non emerge né un’integrazione piena né un abbandono del Sud, ma una pluralità di iniziative regionali a intensità diversa: cluster nazionali e bilaterali, che si coordinano senza una regia unica. 

Non è un’architettura unitaria, ma un mosaico di cooperazioni pragmatiche che funzionano localmente senza ricomporsi in un disegno complessivo. Lo scenario è il più probabile proprio perché richiede la minore volontà politica: prosegue le tendenze esistenti senza imporre il salto verso un comando integrato.

Tre indicatori permetteranno di distinguere quale traiettoria prevalga.  Il primo è la nascita, o la mancata nascita, di un’attività permanente NATO per il Mediterraneo, simile a Baltic Sentry.  Il secondo è il numero e il livello delle nazioni che aderiranno al Centro di Eccellenza della Spezia: la sua capacità di aggregare misura la trazione del modello italiano. 

Il terzo è l’evoluzione dello Structured Dialogue NATO-UE: il suo passaggio da sede consultiva a meccanismo capace di produrre protocolli operativi per il Mediterraneo segnerebbe il superamento dell’asse istituzionale della frammentazione.

Conclusione

Il dominio subacqueo è il banco di prova di una questione più ampia: la capacità dell’Europa di tradurre la consapevolezza di una minaccia condivisa in una risposta coordinata. La vulnerabilità è riconosciuta, gli strumenti esistono, gli attori sono mobilitati; ciò che manca è l’integrazione. In questo la frontiera sottomarina riflette la condizione dell’autonomia strategica europea, sospesa tra l’urgenza di agire insieme e la frammentazione degli strumenti. Il caso italiano ne è la prova: che l’Italia riesca o meno a trasformare il proprio vantaggio mediterraneo nel perno di un coordinamento dirà molto sulla forma che quell’autonomia andrà assumendo, architettura o mosaico.


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Gioacchino Vingiani

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