Il governo spagnolo di Pedro Sanchez è sotto assedio politico dopo che oltre 50mila migranti si sono riversati attraverso le frontiere e a nuoto nell’enclave africana di Ceuta, affacciata sul Mar Mediterraneo e circondata dal territorio marocchino, in un’infrazione del confine che supera di gran lunga quella del 2021, con un numero quintuplo di attraversamenti.
Il caso Ceuta e il nodo Schengen
Nella drammatica giornata del 30 luglio, durante la quale 24 persone hanno perso la vita durante lo sconfinamento, è andata in scena una delle più critiche problematiche legata alle frontiere esterne dell’Unione Europea, che ha prodotto risultati politici dirompenti: l’Italia del governo di Giorgia Meloni ha paventato l’ipotesi di sospendere lo spazio Schengen, che consente la libera circolazione delle persone, con Madrid. Voci critiche della gestione spagnola si sono levate anche in Finlandia e Svezia. Dalle destre europee è partito un netto attacco alle presunte politiche lassiste della Spagna sui migranti, anche se il premier socialista spagnolo ha promesso risolutezza nel rimpatrio degli irregolari e manifestato la sua critica per il presunto ruolo delle bande di trafficanti dietro l’ingresso massivo a Ceuta.
Invocare la restrizione potenziale della della libera circolazione delle persone, una delle architravi del diritto europeo, è possibile per ragioni di sicurezza nazionale o ordine pubblico: è prassi durante grandi manifestazioni pubbliche, come le Olimpiadi, per periodi temporanei e può essere estesa in forma straordinaria per un semestre in circostanze uniche nel loro genere. La Francia, ad esempio, lo fece dopo gli attacchi del Bataclan nel novembre 2015 e, non a caso, sapendo a Parigi la rilevanza del tema per ora dal governo di Sebastien Lecornu è arrivato un appello generico a rafforzare il controllo delle frontiere di terra con la Spagna, come detto dal Ministro dell’Interno Laurent Nunez.
Parimenti, appare quantomeno problematico pensare che l’esodo di Ceuta, che manifesta un dramma umano pesante e ha portato una conta dei morti onerosa, possa impattare sugli afflussi nell’Europa continentale: Ceuta è sul suolo africano, non c’è pressoché possibilità di vedere un ulteriore esodo verso il Vecchio Continente. Sarebbe come se dopo un’ondata massiccia di sbarchi marittimi a Lampedusa qualcuno in Europa imponesse la stessa proposta verso l’Italia. Il rischio di un’isteria securitaria non va esclusa, ed è da capire se l’Europa odierna sia disposta ad accettarne il prezzo.
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La tensione delle frontiere e il precedente di Ceuta del 2021
Il nodo strategico è legato al concetto di sicurezza dell’Europa che la crisi di Ceuta pone in emersione. Lo shock, amplificato mediaticamente e sui social, dell’esodo di massa, tocca un Vecchio Continente dove la questione migratoria è estremamente divisivo, da ben prima del caso di Ceuta, ultima frontiera della Ue. Questa cittadina da oltre seicento anni presidio della Corona di Spagna ha conosciuto già in passato crisi di questo tipo. E non è detto che anche la loro genesi non possa essere politica. La lezione della crisi tra Marocco e Spagna del 2021 è emblematica.
“L’ultimo attraversamento di massa del confine, avvenuto nel maggio 2021, si è verificato dopo che il Marocco aveva allentato i controlli alle frontiere a seguito di una disputa diplomatica con la Spagna, scoppiata in seguito alla decisione di quest’ultima di consentire al leader del movimento indipendentista del Sahara Occidentale, il Fronte Polisario, di essere curato per il Covid-19 in Spagna”,nota il Guardian, che apre alla prospettiva che “la crisi di Ceuta potrebbe essere legata a problemi diplomatici tra Spagna e Marocco”, Paese con cui Madrid ha una relazione strutturata e complessa al tempo stesso, dopo che Sanchez di recente ha risolto un’annosa crisi diplomatica con l’Algeria, rivale di Rabat, visitandola nelle scorse settimane. Un’ipotesi di cui non ci sono prove definitive, mentre dal Marocco continua un profondo silenzio, ma che non può essere esclusa alla luce dell’ormai consolidato trend che vede l’arma migratoria usata come strumento di pressione politica in vari contesti.
Le lezioni della storia recente
“Il Marocco possiede una capacità consolidata e calibrata per la gestione del controllo delle frontiere lungo l’unico confine terrestre diretto dell’Europa con il continente africano, mantenendo la capacità pratica di inasprire o allentare l’accesso fisico in base alla propria valutazione strategica”, nota Ynet, e per l’Europa altri casi simili in passato hanno riguardato, in maniera ben più esplicita, la pressione scatenata dalla Bielorussia al confine con la Polonia e i Paesi Baltici a partire dall’estate 2021 aprendo i cordoni dei flussi migratori al confine, fatto che già allora fu tema di dibattito, venendo considerato come un potenziale caso di guerra ibrida scatenata da Minsk. In precedenza, era stata la Turchia ad essere accusata di usare la leva migratoria tramite la rotta anatolica che sfociava nei Balcani come strumento di pressione per spuntare i vantaggiosi accordi con cui l’Unione Europea ha finanziato Ankara in cambio del controllo dei flussi provenienti dal Levante.
In una fase in cui l’Europa e le sue popolazioni sono estremamente sensibili alla tematica migratoria e securitaria l’episodio di Ceuta divide e fa scalpore, le lezioni della storia recente vanno tenute in mente. E devono far riflettere sull’impatto profondo di fenomeni che, va ricordato, hanno prima di tutto al centro esseri umani, vite spesso ridotte a numeri in statistiche di massa sui dati degli attraversamenti, dei respingimenti o, purtroppo, dei morti. Vite che in un mondo caotico e terribile sono trasportate di sfruttamento in sfruttamento, di strumentalizzazione in strumentalizzazione, e il cui dramma individuale contribuisce a plasmare la storia presente. Senza, probabilmente, che per loro ci sia la prospettiva di un destino migliore. E questo è un dato che va analizzato con altrettanta profondità di ogni discorso sulla chiusura delle frontiere europee o l’uso strategico della leva migratoria.
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Andrea Muratore
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