La crisi del Sahel dopo l’occidente:  scenari e prospettive future


Lo sviluppo della presenza occidentale nel Sahel e il successivo riassetto degli equilibri strategici regionali.

IL SAHEL NELLA GEOPOLITICA GLOBALE: ASCESA E DECLINO DELLA PRESENZA OCCIDENTALE

Per comprendere l’attuale assetto geopolitico del Sahel[1] è necessario ricostruire e analizzare le dinamiche che hanno portato dapprima al consolidamento della presenza occidentale nella regione e successivamente al suo progressivo ridimensionamento. Tale presenza si è sviluppata principalmente come risposta all’espansione del terrorismo jihadista, che tra il 2011 e il 2012 ha assunto una dimensione regionale. La caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi in Libia nel 2011 favorì la proliferazione di armamenti e il rientro di combattenti, contribuendo alla destabilizzazione della regione. In tale contesto, gruppi jihadisti sfruttarono la fragilità delle istituzioni statali per consolidare la propria influenza e conquistare vaste porzioni di territorio.

L’aggravarsi della minaccia jihadista rese necessario un intervento internazionale volto a sostenere gli Stati saheliani nel contrasto ai gruppi armati, inaugurando una nuova fase nella storia geopolitica del territorio.

A partire dal 2013, il progressivo deterioramento della sicurezza nel Sahel determinò un significativo rafforzamento della presenza occidentale attraverso missioni militari e programmi di assistenza alla sicurezza. La Francia intervenne con l’Operation Serval per fermare l’avanzata dei gruppi jihadisti nel Mali, sostituita nel 2014 dall’Operazione Barkhane, il cui mandato fu esteso all’intera fascia saheliana. Parallelamente, gli Stati Uniti intensificarono le attività di intelligence, sorveglianza e supporto logistico, concentrando la propria presenza soprattutto in Niger. Anche l’Unione Europea e l’Organizzazione delle Nazioni Unite contribuirono alla stabilizzazione della regione mediante missioni di addestramento, assistenza e mantenimento della pace, tra cui la European Union Training Mission in Mali e la United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali, entrambe istituite per rafforzare le capacità dello Stato maliano e sostenere il processo di stabilizzazione.

IL RITIRO OCCIDENTALE COME SPARTIACQUE GEOPOLITICO: LA TRASFORMAZIONE DEGLI EQUILIBRI SAHELIANI

Il principale punto di svolta che ha ridefinito gli equilibri geopolitici del Sahel è rappresentato dal ritiro delle truppe occidentali, sviluppatosi tra il 2022 e il 2024. Lungi dal costituire una mera riduzione della presenza internazionale, tale processo ha segnato una profonda trasformazione degli assetti di potere, aprendo nuovi spazi di influenza per attori regionali ed extra-regionali.

Nel febbraio 2022 la Francia annunciò la conclusione dell’Operazione Barkhane e il conseguente ritiro delle proprie forze dal Mali. Un anno dopo, anche il Burkina Faso decretò la fine delle operazioni francesi sul proprio territorio, completando il disimpegno del personale e delle attrezzature ancora presenti. Nell’autunno 2023, il Presidente francese Emmanuel Macron dispose inoltre il rimpatrio dei militari francesi stanziati in Niger, in seguito alla denuncia degli accordi di cooperazione militare da parte della giunta insediatasi dopo il colpo di Stato che, nel luglio dello stesso anno, aveva deposto il presidente Mohamed Bazoum. Nel corso del 2024, anche gli Stati Uniti completarono il ritiro delle proprie forze dal Niger, fino ad allora uno dei principali partner di Washington nel contrasto ai gruppi jihadisti operanti nella regione.

Alla luce di tali dinamiche, il periodo compreso tra il 2022 e il 2024 costituisce uno spartiacque nella storia recente del Sahel, poiché sancisce la rottura dell’assetto geopolitico consolidatosi a partire dal 2013 e l’avvio di una nuova fase caratterizzata dalla ridefinizione degli equilibri regionali.

LE RAGIONI DEL DISIMPEGNO OCCIDENTALE: PERDITA DI CENTRALITÀ STRATEGICA E CRISI DELLA COOPERAZIONE NEL SAHEL

Tra le possibili chiavi di lettura del progressivo ridimensionamento della presenza occidentale nel Sahel, quella che appare maggiormente coerente con l’evoluzione del contesto strategico è riconducibile alla progressiva perdita di centralità della regione nell’agenda politico-strategica occidentale. Il Sahel sembra aver assunto un’importanza relativamente inferiore rispetto ad altri teatri, in un contesto internazionale caratterizzato dalla crescente competizione tra grandi potenze e dalla necessità di riallocare risorse verso crisi considerate prioritarie. A partire dal 2022, la guerra in Ucraina e altri scenari di crisi hanno assorbito risorse e attenzione di Stati Uniti ed Europa, contribuendo a ridefinire le priorità strategiche occidentali.

Contestualmente, il mantenimento della presenza occidentale nella regione è divenuto più oneroso anche sul piano politico, a causa dei risultati limitati, della crescita delle narrative antioccidentali e del deterioramento dei rapporti con le giunte militari locali.

In questo contesto, il progressivo disimpegno occidentale non può essere interpretato esclusivamente come una decisione unilaterale. Il ridimensionamento della presenza militare è stato infatti preceduto dalla revisione degli accordi di cooperazione da parte di Mali, Burkina Faso e Niger, le cui autorità hanno richiesto il ritiro delle forze straniere e avviato una diversificazione delle proprie partnership in materia di sicurezza.

IL SAHEL NELLA FASE POST-OCCIDENATALE: SCENARI DI RIASSETTO GEOPOLITICO REGIONALE

Alla luce delle trasformazioni che interessano il Sahel, è possibile delineare due scenari che racchiudono il ventaglio delle possibili evoluzioni della regione.

Best case scenario

Da un lato, lo scenario più favorevole per la regione saheliana ipotizza un progressivo consolidamento della governance e della sicurezza regionale, grazie al quale il Sahel riuscirebbe a trasformare il ritiro occidentale in un’opportunità per costruire una maggiore autonomia strategica. In questa prospettiva, la stabilizzazione non dipenderebbe esclusivamente dal contrasto ai gruppi jihadisti, ma dall’adozione di un approccio integrato che combini sicurezza, buona governance e sviluppo economico.

Pur configurandosi come l’evoluzione più auspicabile, la sua realizzazione resta strettamente subordinata alla capacità degli Stati saheliani di rafforzare la governance, promuovere una più efficace integrazione regionale e migliorare le condizioni socioeconomiche della popolazione.

Worst case scenario

Dall’altro lato, l’ipotesi peggiore prefigura un ulteriore deterioramento del quadro politico e securitario del Sahel, in cui il ritiro della presenza occidentale, in assenza di istituzioni nazionali sufficientemente solide, potrebbe accelerare la frammentazione della regione. In tale contesto, i gruppi jihadisti amplierebbero la propria presenza territoriale, approfittando della debolezza statale e della ridotta capacità governativa.

Diverse analisi evidenziano come questo scenario possa essere aggravato dalla crescente competizione tra potenze esterne per l’influenza nella regione, con il rischio di accentuare le divisioni politiche e compromettere gli sforzi di cooperazione regionale. Russia e Cina, infatti, hanno saputo colmare immediatamente il vuoto lasciato dai Paesi europei e dagli Stati Uniti, sfruttando il crescente risentimento nei confronti dell’Occidente per affermarsi, rispettivamente, come principale partner in materia di sicurezza e come primo partner commerciale del Sahel. Il rischio è che l’avvicendamento di altri attori internazionali possa limitarsi a sostituire le precedenti dinamiche di influenza senza incidere sulle cause strutturali dell’instabilità.

Stability case

Tra questi due estremi, lo scenario tendenziale più plausibile è quello di una stabilizzazione parziale, in cui il Sahel continuerà a confrontarsi con elevati livelli di instabilità pur perseguendo una crescente ricerca di autonomia politica e militare. Il futuro dipenderà dalla capacità dei governi saheliani di trasformare tale autonomia in istituzioni efficaci e inclusive, anziché limitarsi a sostituire gli attori esterni senza affrontare le cause strutturali della crisi.

RIPENSARE L’INFLUENZA OCCIDENTALE: SOVRANITÀ, PARTENARIATI E STABILIZZAZIONE NEL SAHEL

Nel complesso, il progressivo ridimensionamento della presenza occidentale nel Sahel è il risultato della convergenza di fattori sia esterni, come la ridefinizione delle priorità strategiche occidentali, che interni, come la crescente volontà dei governi saheliani di diversificare le proprie partnership.

In questo contesto, il futuro dell’influenza occidentale nella regione dipenderà meno dalla presenza militare e più dalla capacità di costruire partneriati credibili e sostenibili, fondati sul rispetto della sovranità degli Stati africani, sulla reciprocità degli interessi e sul sostegno al rafforzamento delle istituzioni locali. La capacità dell’Occidente di rimanere un interlocutore rilevante sarà legata alla qualità delle relazioni politiche ed economiche che saprà instaurare, piuttosto che alla sola proiezione della propria influenza militare.


[1] Ai fini della presente analisi, il termine Sahel è utilizzato in senso geopolitico per designare il Sahel centrale, comprendente Mali, Burkina Faso e Niger, in quanto area maggiormente interessata dalle principali trasformazioni strategiche dell’intera regione.


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Giada Abbate

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