58,6 miliardi di dollari: è questo il costo che gli Usa si sobbarcheranno per ricostruire le scorte di missili intercettori Patriot e mantenere elevata la produzione così da non sguarnire nessun teatro strategico, dopo che il conflitto in Medio Oriente ha svuotato le scorte del primo esercito del pianeta per quanto riguarda un asset tanto critico. Lockheed Martin, spiega Defense News, sarà l’azienda appaltatrice che sarà ricoperta di fondi per gestire il potenziamento dell’arsenale antiaereo Usa. L’accordo, nota Defense News, “trasforma un precedente contratto annuale del valore di 4,7 miliardi di dollari, stipulato ad aprile, in un progetto di accordo settennale, creando un piano di approvvigionamento pluriennale per gli intercettori dal 2026 al 2032”. Le risorse annue mediamente stanziate, dunque, aumentano di oltre il 75% a 8,3 miliardi di dollari l’anno.
Questa mossa mostra sicuramente la volontà americana di trasformare in consolidamento strategico la politica di aggressivo aumento della spesa militare decisa dal presidente Donald Trump ma manifesta anche le enormi voragini aperte dal conflitto contro l’Iran nel quadro della difesa aerea americana. Un budget oltre i 1.000 miliardi di dollari nel 2026 (per il 2027 Trump ne chiede 1.500) non basta per ora a coprire le carenze industriali e di rifornimento delle forze armate Usa. E appare palese che la guerra con l’Iran, nelle sue varie manifestazioni e nelle sue fasi di diversa intensità, unitamente alla necessità di difendere un perimetro ampissimo contro la rappresaglia di Teheran per i colpi subiti sul suo territorio, stanno consumando l’arsenale di intercettori antimissile e antiaerei delle forze armate statunitensi.
Lo studio del Csis: così gli Usa hanno bruciato le scorte di Patriot e Thaad
L’accordo per la ricostruzione delle scorte di Patriot, che il bilancio 2027 del Pentagono anticipava stanziando fondi per quasi 2.800 intercettori dal valore di 12,2 miliardi di dollari (qui un’analisi di Defence Industry Eu per approfondire le strategie di procurement americane) arriva proprio mentre il tema delle scorte teneva banco. Nei giorni scorsi, una ricerca del Center for Strategic and International Studies ha stimato come dal 28 febbraio, giorno dei primi raid contro l’Iran assieme a Israele, gli Usa abbiano esaurito circa due terzi delle scorte di intercettori Patriot e metà di quelle del sistema esoatmosferico Thaad,di cui oggi resterebbero rispettivamente solo tra le 759 e le 827 unità nel primo caso e tra i 234 e i 278 nel secondo.
La metodologia elaborata dai ricercatori Chris H. Park e Mark F. Cancian, che hanno elaborato la stima, è stata sviluppata in un’analisi di aprile sempre per il Csis in cui già si poneva in essere il tema della scarsità di scorte di munizioni antiaeree (e di altri asset) in una fase in cui poche settimane di guerra ad alta intensità fino al cessate il fuoco dell’8 aprile avevano creato problemi agli arsenali Usa. Gli autori notavano allora che un nuovo conflitto con Teheran avrebbe contribuito a elidere le scorte, e la recente analisi di aggiornamento sembra confermare le loro aspettative.
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Nel contesto di un aumento vertiginoso della spesa per il procurement militare, Lockheed Martin era stata già beneficiaria di un accordo da 35 miliardi di dollari per i sistemi Thaad, la cui carenza era risultata palese ben prima dell’attacco israelo-americano all’Iran di febbraio. A giugno 2025, per sostenere l’offensiva israeliana nella Guerra dei Dodici Giorni blindando i cieli di Tel Aviv, Washington bruciò in poche settimane un quinto delle scorte di Thaad. Si spiega, dunque, l’urgenza sul rafforzamento degli arsenali e si capisce perché l’America sembra essere oggi più aperta a fornire all’Ucraina la possibilità di costruire su licenza gli intercettori Patriot dopo aver aperto al fatto che anche diversi Paesi europei aprissero alla loro industrializzazione per le esigenze di difesa del Vecchio Continente. Così come si capisce l’urgenza industriale della Difesa Usa: oltre che con Lockheed Martin, il Pentagono ha stretto una partnership con L3Harris per ampliare la capacità produttiva, come nota Aviation Week.
Industria, difesa, sicurezza
Le scorte servono per diverse esigenze militari, in primo luogo con la prospettiva di un futuro confronto in Asia e con un occhio di riguardo alla Cina, e in tal senso un conflitto in cui, sulla carta, i rapporti di forza erano squilibrati come quello iraniano ha lanciato un campanello d’allarme: gli Usa, dovendo difendere le proprie basi e molti Paesi partner, rinforzando le scorte nel teatro del Golfo, hanno bruciato risorse a un ritmo inaccettabile e si sono trovati in difficoltà. Non a caso si può spiegare anche con la carenza di difesa aerea americana il fatto che in questa fase Israele non si sia unita ai nuovi raid contro l’Iran, che amplierebbero il perimetro di difesa di Washington contro le rappresaglie iraniane. per le quali l’attuale sistema fondato su Iron Dome e i missili complementari non offre garanzia di copertura totale, a causa del rischio di attacchi di saturazione o di ingaggi prolungati su più giorni o settimane.
Già a maggio il Washington Post citava report del Pentagono che spiegavano come gli Usa si fossero presi carico di ampia parte della difesa aerea israeliana, e di recente la testata israeliana Ynet ha dedicato al tema un ampio e dettagliato approfondimento che analizza come “attualmente non esiste un’alternativa paragonabile al sistema Patriot per contrastare i missili balistici, in particolare il gran numero di missili balistici a corto raggio utilizzati nel Golfo”. La carenza di questi asset è di valore strategico per Washington ed è una priorità assoluta per il rilancio della manifattura militare americana. Parimenti, le statistiche sul confronto contro l’Iran mostrano il peso della strategia di logoramento di Teheran, che ha saputo incassare duri colpi e infliggerne ovunque nel Golfo, mirando all’attrito e puntando soprattutto a logorare arsenali Usa che per molti generali dovrebbero innanzitutto essere tenuti ben rabboccati con un occhio al Pacifico. Ora che la guerra sembra ripresa con intensità crescente, è alla possibile tendenza all’aggravio di queste carenze che Washington deve guardare, di fronte al forte rischio di finire letteralmente i colpi a disposizione.
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Andrea Muratore
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