Il problema non è Telegram, il problema siamo noi


È “normale”, non provoca in noi alcuna riflessione il fatto che Pavel Durov, 41 anni, creatore insieme con il fratello Nikolaj prima del social russo VKontakte e poi di Telegram, sia sotto indagine in Francia (anche se in libertà vigilata) per complicità con la malavita organizzata, pedopornografia, truffa e traffico di stupefacenti (si veda l’ordinanza del Tribunale di Parigi qui) e nello stesso tempo sia ricercato in Russia per “complicità con il terrorismo” (sarebbe usato dai servizi segreti ucraini per reclutare agenti e organizzare attentati), in entrambi i casi non per azioni da lui commesse ma per le attività che si svolgono (o si svolgerebbero) su Telegram? Ovverossia, è normale che una democrazia e un’autocrazia nutrano gli stessi timori nei confronti di uno strumento di comunicazione che ha per caratteristica statutaria la protezione dei dati degli utenti, chiunque essi siano? Se poi aggiungiamo al quadro anche l’esempio di una democrazia particolare come l’India, che Telegram l’ha bloccato a tempo indeterminato nel giugno scorso, la cosa diventa ancor più interessante. Restiamo sull’India: la ragione addotta per il blocco di Telegram è stata una presunta fuga di notizie sui test per l’ingresso alla facoltà di Medicina. Poche settimane dopo, le proteste degli studenti (2 milioni quelli interessati) contro gli esami truccati e i favoritismi (non di Telegram ma delle istituzioni indiane) hanno fatto nascere il Popolo degli scarafaggi che, dopo un’intensa lotta, ha ottenuto le dimissioni di Dharmendra Pradhan, il ministro dell’Istruzione.

È probabile che i problemi, per Telegram e per Durov, continueranno a crescere, perché la scusa della sicurezza nazionale è troppo comoda per non essere usata. Come scrivevamo in aprile, già “31 Paesi hanno bloccato o limitato l’uso della app di messaggistica. E non si tratta solo di dittature o autocrazie. La Norvegia, per esempio, considera l’app una possibile minaccia alla sicurezza nazionale e nel marzo 2023 lo ha vietato a ministri, segretari di Stato e consiglieri politici sui dispositivi di lavoro. In Cina, Telegram è bloccato dal 2015. In Ucraina è stato sempre molto usato, anche dal presidente Zelensky, fino a quando si è scoperto che anche i russi lo impiegavano per i loro scopi, e allora sono partite le mozioni parlamentari per metterlo al bando, chiedendo che rimuovesse una serie di canali incriminati e aprisse un ufficio a Kiev. In Iran, invece, Telegram è bloccato dal 2018, dopo essere stato usato in modo massivo durante una delle ricorrenti ondate di proteste anti-regime”.

Il problema con Telegram, dunque, è lo stesso che abbiamo con la libertà. Siamo felici che Telegram garantisca ai giovani iraniani la libertà di dissentire senza essere denunciati alle autorità (come Durov fece anche in Russia, nel 2014, prima di emigrare, negando la consegna dei dati personali degli utenti di VKontakte e in particolare quelli dei membri di un gruppo dedicato all’Euromaidan ucraino) o siamo preoccupati per il fatto che la app può essere usata per delinquere? Entrambe le cose, ovviamente. Proprio come siamo felici di poter circolare liberamente la sera per le nostre città, senza incontrare posti di blocco o dover rispettare un coprifuoco, anche se corriamo il rischio di incontrare un delinquente ed essere rapinati.

Terroristi, spacciatori, pedofili, truffatori usano Telegram? Certo che sì. Ma usano anche i telefoni cellulari, le automobili, gli aerei, la stessa Internet. Nel Nord Italia si sente comunemente dire, quando vengono sparati fuochi d’artificio, che quello è il segnale degli spacciatori per far sapere che è arrivata la droga. Vero o no che sia, a nessuno è ancora venuto in mente di proibire i mortaretti. Il tema, dunque, non è l’eventuale utilizzo deviato di Telegram ma l’intransigenza di Durov nel voler difendere uno spazio di libertà totale aperto a chiunque nel bene e nel male. Aperto, tra l’altro, anche alle autorità di polizia e ai servizi di sicurezza che attivamente lo utilizzano e poi, attraverso la politica, lo demonizzano. È questo che, oggi, non si riesce più a tollerare.

La cosiddetta “sicurezza nazionale”, complici i conflitti follemente accesi (e accuratamente coltivati, dovremmo aggiungere) in Ucraina e in Medio Oriente, è diventata il più facile dei passe-partout per le peggiori operazioni politiche. Ad esempio serve per attaccare gli avversari politici e compiacere gli alleati più pesanti o più temuti: ne è un esempio perfetto la vergognosa richiesta di escludere la Spagna dal Trattato di Schengen a causa della crisi migratoria di Ceuta, che ha ragioni quasi zero se pensiamo all’Italia e sotto-zero se pensiamo alla Finlandia o alla Svezia, lontanissime dal teatro di una crisi che, peraltro, è stata chiaramente organizzata non per trasferire gente in Europa ma per colpire il Governo Sanchez.

Alla fine, il vero bersaglio della “sicurezza nazionale” non è il presunto o reale nemico esterno ma il concretissimo nemico interno, ovvero tutti noi. La lotta agli Unni che stanno alle porte comincia sempre limitando la libertà dei cittadini che stanno dentro le porte. Come ben dimostra, per restare vicini a noi, la recente approvazione da parte del Parlamento Europeo (e, grazie a un trucco procedurale della presidente Roberta Metsola, contro il voto della maggioranza degli europarlamentari) di Chat Control 1.0. Come ha scritto su InsideOver Roberto Vivaldelli, “… Chat Control 1.0 è una deroga temporanea alle norme europee sulla privacy (ePrivacy) che consente a colossi come Meta e Google di effettuare scansioni volontarie delle comunicazioni private alla ricerca di materiale pedopornografico. La versione 2.0, attualmente in negoziazione, mira a rendere tale obbligo permanente e vincolante per tutti i fornitori di servizi“. Di fatto, quindi, le comunicazioni private di 450 milioni di europei verranno scrutinate da entità a noi tutti sconosciute. In cerca di pedofili, dicono, e solo di quelli. Ci crediamo?

Di fronte a decisioni come questa (e altre ancora che sul nostro sito abbiamo puntualmente raccontato) davvero ci vogliamo raccontare che il problema è Telegram?




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Fulvio Scaglione

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